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Sal Da Vinci: “Io tra i favoriti? Faccio gesti scaramantici…”

22.02.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Quando agli ascolti per la stampa abbiamo sentito “Per sempre sì”, il pezzo con cui Sal Da Vinci torna in gara a Sanremo dopo 17 anni, in molti abbiamo pensato: questa canzone va dritta tra le favorite. Mettete pure che è un’edizione senza un vincitore annunciato  e, va detto, con un cast più debole di quello degli ultimi anni, ma “Per sempre sì” ha tutte le caratteristiche per ripetere il successo di “Rossetto e caffè”: (neo)melodica, pop(olare), con frasi viralizzabili e un suono potente.
Ad accompagnare il cantante napoletano, in scrittura e produzione, ci sono – oltre al figlio Francesco Da Vinci – Alessandro La Cava, Eugenio Maimone, Federica Abbate, con la produzione di Merk & Kremont. Lui minimizza, fa gesti scaramantici, dice di non capire i meccanismi della viralità e si definisce “uomo del popolo”: più che da sala stampa e radio, verrà premiato dal televoto, che nel regolamento attuale fa la differenza. In attesa di un album e di un tour (in partenza il 7 ottobre 2026 da San Marino), Sal Da Vinci racconta il ritorno a Sanremo.

L’anno scorso eri sul palco di Sanremo con i The Kolors con “Rossetto e caffè”, quest’anno invece torni da solo, dopo diversi anni di assenza in gara. Il tuo nome circolava molto già nelle settimane precedenti.
È sicuramente una grandissima soddisfazione tornare al Festival dopo 17 anni. Sanremo è una delle manifestazioni che rappresentano la musica che gira nel nostro Paese, e attraverso Sanremo ci sono canzoni che fanno giri immensi. Quale occasione migliore, per chi fa musica, di affacciarsi su quel palco?

Nel 2009 arrivasti terzo. Che ricordi hai di quel Sanremo?
Era un Sanremo totalmente diverso rispetto a quelli degli ultimi anni. Ricordo una città che viveva molto l’eliminazione e anche il ripescaggio: fu un Festival molto rocambolesco, davvero fino all’ultimo respiro. Grazie al voto popolare arrivai sul podio e non mi sembrava vero. Io non do mai nulla per scontato nella vita: ogni cosa mi sorprende.

Quando ti sei accorto che “Rossetto e caffè” stava facendo quel “giro immenso”?
Non me ne sono accorto attraverso gli stream, perché non ci capivo niente allora e non ci capisco molto neanche adesso. I meccanismi, la viralità, come funzionano le piattaforme: ho imparato più per sentito dire. Me ne sono accorto quando scendevo per strada e sentivo la canzone nelle macchine, quando la gente mi fermava per parlarmene. Poi ho visto l’esplosione su YouTube e su TikTok: dieci video, poi venti, poi trenta, e via via. Lì ho capito che qualcosa stava cambiando. Ma se mi chiedi perché sia successo, credo che nessuno lo sappia davvero: ci sono delle magie che accadono.

TikTok prende un pezzo delle canzoni e lo trasforma in qualcos’altro, spesso in un meme, in un frammento di 15 secondi.
Sappiamo che le piattaforme generano questo meccanismo, ma nel mio caso ha convertito in altro. Io non sono nato come cantante da stream: sono un cantante del popolo, vengo dal teatro popolare, faccio parte della musica pop, non di una nicchia. Nasco in una città la cui musica ha fatto il giro del mondo, la musica napoletana, e da lì ho attinto tanto, scrivendo nuove melodie.

Questo modello di successo ha influenzato la scrittura della canzone che porti a Sanremo?
Io non ho mai scritto musica per commissione. Mi affido sempre a una luce più alta di noi, qualcosa che non sai spiegare. Quando ho scritto “Rossetto e caffè”, chi se lo sarebbe immaginato? Anche per questa canzone ci siamo lasciati andare, senza pensare a replicare nulla. Non siamo partiti dicendo “facciamo Rossetto e caffè 2”. Le canzoni sono una specie di riassunto delle possibilità che hai: se arrivano al cuore e alla mente delle persone, possono fare tanto.

C’è però anche un metodo nella scrittura. Per questa canzone hai collaborato con firme importanti come Alessandro La Cava, Federica Abbate, Merk & Kremont e altri. Come è nata questa collaborazione?
È nata grazie a un A&R della Warner, Filippo Gemignano, un ragazzo bravissimo. Un giorno mi chiama e mi dice che alcuni autori volevano farmi ascoltare una canzone. Io sono un melodista, ma sono sempre stato aperto alle collaborazioni. Ascolto quel brano – che non era quello di Sanremo, ma un altro che finirà in un prossimo album di inediti – e mi piace molto. Chiedo di incontrarli. Da lì iniziamo a lavorare insieme, nascono altre canzoni e un bel giorno nasce quella di Sanremo. Quando l’ho portata in Warner per farla ascoltare, ho visto subito una reazione positiva, un entusiasmo contagioso. A quel punto ho capito che era la canzone giusta da proporre a Carlo Conti.

Io e altri colleghi abbiamo notato un passaggio che ricorda “Se bruciasse la città”. È una suggestione nostra o ci avete pensato?
Ti dico la verità: non abbiamo mai pensato a “Se bruciasse la città”, che è un capolavoro, ma non era un riferimento consapevole. Però è inevitabile: cresciamo con un DNA musicale che ci viene trasmesso, certe melodie sono nell’aria. Le note sono sette, una si appoggia sull’altra. Non siamo partiti per copiare qualcosa.

Dopo il primo ascolto delle canzoni sei considerato tra i favoriti. Come vivi questa aspettativa?
Mentre parli sto facendo un gesto scaramantico… Guarda, io vado al Festival per divertirmi e per godermi quel palco. Dopo 17 anni tornarci in gara è già tantissimo. In un momento così doloroso per il mondo, ho voluto portare una canzone che parla di promesse, di costruzione del nostro viaggio. Non è una canzone leggera nel senso superficiale del termine. Oggi fare promesse e non mantenerle è facile; per me la promessa è una cosa sacra, vera, seria. Questo è il messaggio che porto.

Prima accennavi a un nuovo album.
Sì, ci stiamo lavorando. Vengo da un tour teatrale, mi sono fermato un attimo per Sanremo, sto chiudendo alcuni brani. Presto annunceremo la data di uscita: sarà un album ricco di belle cose.

Questa attenzione più ampia, anche con i suoi lati negativi, ti fa piacere?
Diceva mia nonna: “O parlano bene o parlano male, l’importante è che parlino”. La cosa peggiore per un essere umano è essere invisibile.

Ti sei mai sentito invisibile nella tua carriera?
Assolutamente no. Ho sempre fatto il mio percorso, ho avuto grandi soddisfazioni e collaborazioni importanti. Sono felice di quello che è successo nella mia vita. “Rossetto e caffè”, come altre cose, è partita dal basso: non dai grandi media, ma dal pubblico. Puoi spingere quanto vuoi una canzone, ma se il pubblico non la porta nel cuore, dura quindici giorni. Alla fine è sempre il pubblico a decidere la sorte di una canzone e di un artista.


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