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Runaways, il rumore delle donne dentro il rock

20.03.2026 Scritto da Elena Palmieri

Nel 1976 il rock è ancora un territorio quasi esclusivamente maschile, fatto di eccessi, virtuosismi e immaginari costruiti attorno a figure carismatiche che parlano soprattutto a un pubblico di uomini. In questo scenario irrompono le Runaways, adolescenti di Los Angeles che registrano il loro album di debutto in poche settimane e lo pubblicano il 17 maggio, portando con sé qualcosa che non è solo una provocazione estetica ma un vero cambio di prospettiva. Non sono le prime donne nel rock, ma sono tra le prime a occupare quello spazio come band compatta, con strumenti, attitudine e linguaggio diretto, senza mediazioni. Il primo album della formazione diventa così uno dei pochi dischi hard rock dell’epoca interamente al femminile e, senza volerlo esplicitamente, contribuisce ad aprire una crepa che il punk allargherà di lì a poco.

Il suono è semplice, urgente, costruito su riff essenziali e su una scrittura che non cerca raffinatezze ma impatto immediato, e proprio in questa scelta si intuisce una vicinanza istintiva a ciò che stava per accadere. “Cherry bomb” è l’esempio più chiaro, aprendo il disco come un’esplosione breve e sfrontata che ribalta il punto di vista con cui il rock aveva raccontato il desiderio, mettendo al centro una voce femminile che non chiede permesso. "Hey, street boy, want some style? / Your dead-end dreams don't make you smile / I'll give you somethin' to live for / Have you and grab you 'til you're sore": ogni verso del singolo arriva come una sfida, giocando sul lato allusivo e malizioso della fase di ribellione adolescenziale che Cherie Currie canta in faccia all'ascoltatore senza peli sulla lingua. Attorno alla cantante, Joan Jett inizia a imprimere nella storia il suono della sua chitarra, seguita da Lita Ford e dalla batteria di Sandy West. Al basso ci sarebbe Jackie Fox, se non fosse che nelle registrazioni del disco lo strumento viene suonato da Nigel Harrison su decisione del manager Kim Fowley, che preferisce non affidarle quella parte in studio.

Subito dopo, “You drive me wild” allarga il raggio con un groove più blues e sensuale, mentre “Is it day or night?” e “Thunder” mostrano quanto la band guardi ancora al rock classico, tra Deep Purple e glam, ma con un’energia più sporca e meno controllata. Anche la cover di “Rock and roll” dei Velvet Underground, affidata all'interpretazione vocale della sola Joan, non è un omaggio reverenziale, ma una rilettura più dura e istintiva, quasi a voler portare quel brano dentro un immaginario più fisico e meno intellettuale.

Il lato B consolida l'identità delle Runaways senza mai cercare una vera svolta, ma lavorando per accumulo di tensione. “Lovers” e “American nights” tengono insieme immediatezza e struttura, con riff che restano impressi e una scrittura che guarda già alla forma della canzone come possibile singolo, mentre “Blackmail” riporta tutto su un terreno più diretto, fatto di ritmo e chitarre, con Joan Jett che dimostra un istinto naturale per il groove e per la costruzione di brani che funzionano senza bisogno di sovrastrutture. “Secrets” rallenta leggermente la corsa, ma mantiene quell’atmosfera sospesa tra innocenza e provocazione che attraversa tutto il disco.

La chiusura con i sette minuti di “Dead end justice” è forse il momento più sorprendente, arrivando con un brano lungo e narrativo che rompe la linearità dell’album e introduce un’idea diversa di racconto, tra dialoghi, cambi di ritmo e una dimensione quasi teatrale. "You like drugs, you like brew / You wouldn't believe what I may do to you", è la sfrontatezza giovanile su cui Joan Jett e Cherie Currie giocano insieme. È un tentativo ambizioso, imperfetto ma significativo, perché mostra una band che, pur dentro una produzione veloce e guidata, cerca di spingersi oltre la forma del pezzo breve e immediato. In questo senso, il disco vive costantemente in equilibrio tra controllo esterno e urgenza interna, tra la mano di Kim Fowley e la personalità delle musiciste, che riesce comunque a emergere.

A distanza di cinquant’anni, "The Runaways" resta un album fondamentale non tanto per ciò che è in senso stretto, ma per quello che ha reso possibile. Non è un disco perfetto, non fu nemmeno un successo commerciale al momento della sua uscita entrando solo per un pelo nella "Billboard 200" raggiungendo solamente la 194esima posizione. Ma è un punto di rottura che apre una strada, dimostrando che una band di donne può suonare rock con la stessa forza, la stessa immediatezza e la stessa ambizione di chiunque altro. È lì, in quella semplicità diretta e in quell’energia ancora acerba, che si intravede già il futuro, in cui il rock non cambia solo suono, ma anche voce e corpo. Seppur anche le colleghe e le varie altre personalità che si sono avvicendate in formazione hanno portato avanti la propria carriera, ad eccezione di Vicki Blue e Jackie Fox, dentro questa traiettoria, si impone soprattutto la figura di Joan Jett. Da quel nucleo, la chitarrista e cantante porterà avanti quell’idea di libertà fino a fondare una propria etichetta indipendente, diventando una delle prime donne a controllare direttamente la propria musica e trasformando quell’urgenza iniziale in una carriera solida e influente, capace di lasciare un segno profondo nel rock degli anni successivi.


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