Roma negli anni 70 era davvero città aperta. Più che ai turisti, aperta agli artisti, ai creativi, ai collettivi, ai tiratardi curiosi, agli sperimentatori spericolati. In sintesi: ai giovani. Si erano cominciati a contare un decennio prima, scoperti come categoria di mercato, ma poi avevano cominciato a contare qualcosa, contestando, proponendo, mischiando linguaggi e culture diverse. Questi multiattraversamenti sono in mostra da stasera alle 18,30 (solo su inviti) e poi da domani al 12 luglio a Palazzo Esposizioni di Roma, con il titolo “ROMASUONA - La musica in Italia 1970-1979”, a cura di Guido Bellachioma, giornalista e archivista appassionato, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, ideata e prodotta da Azienda Speciale Palaexpo, allestita dal collettivo Threes.
Ci siamo mossi in anteprima fra le sale piene di fotografie, oltre 700 scatti scelti fra 7000, alcuni rari, altri mai visti finora, alcuni alle pareti, altri in slideshow. Guida alla mano e cuffie per l’ascolto. Non una sonorizzazione ma una colonna sonora organica, con centinaia di brani di quegli anni, e silenzi fra uno e l’altro, come quando si ascolta(va) un album.
La prima sala, però, ha una colonna sonora dedicata, Le stelle di Mario Schifano, perché dialoga con la mostra del pittore al piano nobile di Palazzo Esposizioni e perché, in fondo, anticipa, annuncia la mentalità che stava sbocciando. Era ancora il 1967 (28 dicembre) quando al Piper Club andò in scena “Grande angolo, sogni & stelle”, happening di cinque ore cospirato da Schifano che combinava luci, visioni, performance improvvisate dilatate e filmati, inclusi quelli di guerriglieri vietnamiti. “Aggressione musicale” la definì il suo amico Alberto Moravia. Ed era un complimento. Voglia di rottura, di ricerca, di avanguardia, e infatti, nello spazio successivo, quindi qualche anno dopo, tutto esplode. Ovunque.
Basta dare un’occhiata alla mappa capitolina di allora, appesa lì come un vanto: oltre cento fra club, cantine, sale da concerto. Ma i luoghi attivi della musica erano molti di più. E non erano isole, erano sorgenti. Da lì sgorgavano progetti, si intersecavano e diramavano. Ci sono il leggendario Folkstudio di via Garibaldi e la casa discografica nata dal locale (spicca il primo disco pubblicato nel 1975, “Non rimanere là” di Mimmo Locasciulli); c’è il Titan Club con la rivista derivata “Titan”. C’è Peter Gabriel truccato, ma prima di lui lo fecero gruppi italianissimi come gli Osanna, pionieri di cosmesi e costumi teatrali (pare furono proprio loro a ispirare Gabriel).
E ancora: Chet Baker al Music Inn, gruppi come Semiramis, Le Orme, Perigeo, Area, Il Rovescio della Medaglia, i Fholks (che nel 1968 aprirono sia per i Pink Floyd sia per Jimi Hendrix), Franco Battiato al Piper nel ’72 - tour di “Pollution” - con gli occhiali da saldatore e strasudato in camerino; Rino Gaetano, Renato Zero, Lucio Battisti; Venditti e De Gregori durante le prove al Teatro dei Satiri, inconsapevoli del fattaccio che sarebbe seguito di lì a poche ore, ovvero la condanna per vilipendio alla religione per la canzone “A Cristo” di Venditti.
La sala successiva allarga a Enzo Jannacci in vespa, Mia Martini vestita da Charlot, la foto originale di Lucio Dalla che poi tagliata, solo occhialetti tondi e zuccotto, divenne la copertina di “Dalla”; i nastri originali dei Goblin per “Profondo rosso”, i numeri zero e 1 delle riviste musicali “Ciao 2001”, “Muzak”, fanzine, la chitarra Dobro del bluesman Roberto Ciotti, una serie di video interviste a cura di Stefano Pistolini con Renzo Arbore, Carlo Massarini e altri pusher di musica buona.
Poi le foto di chi in Italia ci veniva a suonare: i Deep Purple a Bologna nel ‘73, i Rolling Stones a Roma nel ‘70, Miles Davis, Lou Reed e Nico, Frank Zappa a Milano. C’è Tim Buckley a Roma nel ’74: il “tristissimo navigatore stellare” posò per un servizio su “Gong” e di lì a poco si imbarcò per l’ultimo viaggio. David Bowie ha in mano un disco di Charles Mingus. È una foto del 1977, l’alieno veniva da Berlino, era in visita alla RCA romana per promuovere “Heroes”, e si aggirava per lo studio con gli scaldamuscoli e un’insolenza geniale (su web recuperate lo speciale “Odeon” della Rai, vale la pena).
Dietro ogni scatto, una storia. Ad esempio, stesso 1977: i primi punk a Milano. Alle loro spalle, il manifesto che annunciava il concerto punk dei Decibel in una discoteca, del tutto ignara dell’evento. Era un falso. Enrico Ruggeri e il suo gruppo tappezzarono la città sapendo che avrebbe scatenato qualcosa. Al finto live, infatti, arrivarono crestati e borchiati da tutta la Lombardia, e anche i cortei di antagonisti. Rissa, notizia e primo contratto discografico assicurato.
Sui Pink Floyd ci sono almeno due chicche: il manifesto del concerto a Milano nel ‘71, che venne annullato ma ormai il poster era andato in stampa, e l’edizione rarissima di “The Wall” con il vinile arancione, frutto di un’iniziativa anarcoide tutta italiana in occasione della conferenza di presentazione. La Emi inglese non ne era al corrente. Non sarebbe potuto accadere altrove.
L’ultima sala è dedicata alle piazze e ai “festival pop”. Fa sorridere la dicitura “pop”, musica che oggi sarebbe ritenuta improponibile al grande pubblico, ingaggiabile solo in ambienti di nicchia. E, quasi di più, spiazza la dicitura “festival”, all’epoca inteso come raduno gratuito o a prezzo politico, dove si bivaccava fra prati e boschi (non si stava in piedi, stretti come sardine) e si scopriva musica nuova. Emergeva quella nascosta, non quella già consacrata dai (pochi) media.
Erano pop il festival di Re Nudo, e il festival di Caracalla nel 1970, in quindicimila ad ascoltare gratis i New Trolls, Primitives, Pooh, Camel, la troupe del musical “Hair”, che in quei giorni faceva tappa al Teatro Sistina. Era pop il festival di Villa Pamphili, 25-27 maggio del 1972, dove si andava dagli emergenti Francesco De Gregori e Banco del Mutuo Soccorso ai Van der Graaf Generator, e si seguivano lunghe tangenti psichedeliche e strumentali. Per un po’ siamo stati Woodstock, San Francisco, Hyde Park, senza nulla da invidiare agli stranieri, nemmeno gli hamburger: avevamo i panini con la mortadella.
I servizi dell’Istituto Luce parlavano di “corruzione a livello di massa in età minorile”, di “enorme fracasso di giovani sconosciuti ai barbieri”, in altre parole una festa rock di tre giorni per centomila ragazzi, comprensiva di petizioni del vicinato e anatemi del Vaticano. La musica era finalmente pericolosa.
Al centro di quell’evento e di questa sala, ecco la foto del tank dei Trip, gruppo prog anglo-italiano. È il simbolo della mostra e di quel periodo (come conferma l’immagine che illustra questo articolo): gli organizzatori presero un carro armato della Prima Guerra Mondiale da un deposito sulla via Tiburtina, lo dipinsero di fiori, e lo misero sulla collina di Villa Pamphili ad uso pubblico e pacifico. Sono preziose le foto a colori dei venditori di lupini (50 lire a cartoccio) e dell’ufficio postale in tenda, dei partecipanti comuni così caratteristici, quasi indistinguibili dagli artisti. L’omologazione era un difetto di produzione.
Il percorso si chiude con le immagini (anche queste per la prima volta a colori) del Festival Internazionale dei poeti, organizzato dal 28 al 30 giugno del 1979 sulla spiaggia libera di Castelporziano, ospiti i poeti Dario Bellezza, Fernanda Pivano, Dacia Maraini, Maria Luisa Spaziani, Valentino Zeichen, il russo Evtušenko, i randagi della beat generation Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Allen Ginsberg, William Borroughs. È qui che tutto si realizza e muore. Performance collettiva strabiliante e libera. Libera fino al delirio, fino ai poeti chiusi in albergo per stabilire un piano di difesa dagli assalti, fino al crollo del palco. Ma anche qui c’è Roma e la romanità. Meriterebbe uno spazio a parte il suo pubblico impietoso, cinico e caloroso, che passa dagli applausi spellati ai cori avvelenati, da «Viva i poeti» a «è pronto er minestrone aggratis», «C’hai rotto er ca’» mentre il santone Ginsberg medita sul palco.
Non è una mostra malinconica, è celebrativa, fa bene alla memoria. Ma si va via con una grande nostalgia, del vecchio, e soprattutto del nuovo, delle proposte coraggiose, che tra l’altro fiorivano nonostante le violenze di piazza, i sequestri, le stragi, il piombo. Non è d’accordo il curatore Guido Bellachioma: «Oggi ci sono cose meravigliose in giro, e quel Big Bang continua a propagarsi, al di fuori del mainstream. Si dice che l’universo sia ancora in espansione, vale anche per la musica». Questa nota di ottimismo andrebbe inserita nella guida.
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