«And sometimes at red lights I tell my self, I dare myself to go on», «E a volte davanti ai semafori rossi dico a me stessa, sfido me stessa ad andare avanti», canta Raye in “Nightingale Lane”, una delle canzoni del suo nuovo album “This music may contain hope”. L’immagine sembra perfetta per descrivere tutto il senso dell’ambizione e del coraggio del secondo disco della cantautrice britannica che nel 2024 con My 21st Century Blues fece la storia ai Brit Awards 2024 - i premi musicali più ambiti nel Regno Unito - vincendo sei statuette in una sola serata, battendo Adele. In un sistema musicale che troppo spesso sembra frenare l’ambizione artistica e scoraggiare la complessità e in cui le asticelle il più delle volte si abbassano, anziché alzarsi, Raye con “This music may contain hope” sceglie di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Tra pop, r&b, jazz, big band, soul e suggestioni orchestrali (un’anticipazione era arrivata già con il tour passato a Bologna a gennaio: condivideva il palco, che richiamava l’estetica dei grandi jazz club degli Anni ’50, con una mini-orchestra di 24 elementi), la voce di “Escapism” ha concepito il disco come una sorta di musical lungo un’ora e un quarto, un dramma contemporaneo in equilibrio tra momenti di oscurità e una costante tensione verso una forma di ottimismo combattivo.
Non un disco, ma un'opera ambiziosa
È anche riduttivo definirlo “disco”, questo “This music may contain hope”: è un’opera ambiziosa e profondamente personale, in cui la 28enne cantautrice londinese trasforma dolore, insicurezze e conflitti interiori in un racconto sonoro dal respiro cinematografico, che parla di resilienza e rinascita. Il lavoro si articola in quattro stagioni: ogni lato del vinile rappresenta un capitolo distinto di un viaggio che conduce dall’oscurità alla luce. «La musica è medicina, l’ho sempre detto. Volevo creare qualcosa che fosse un abbraccio, un letto o un rifugio per chi ne ha bisogno», spiega Raye, che è stata abile a fondere la sensibilità pop di produttori come Mike Sabbath e Toneworld, solitamente al fianco di Justin Bieber, Shawn Mendes, Lizzo e Maroon 5, con il suo gusto musicale, che affonda le radici nella black music d’oltreoceano. In “I will overcome” cita Amy Winehouse, alla quale la critica l’ha paragonata. Il riferimento non è casuale: Raye guarda alla tradizione senza subirla, trasformando - proprio come fatto dalla voce di “Rehab” - l’eredità della black music in un linguaggio contemporaneo. Personale e profondamente politico al tempo stesso.
Tempo e spazio, lussi rari
Del resto già con “My 21 Century blues”, che nel 2023 raggiunse la seconda posizione della classifica britannica, Raye dimostrò che esiste spazio, anche nel mainstream, per progetti che privilegiano spessore artistico e identità rispetto alla pura replicabilità del format pop, lei che per anni aveva visto le sue canzoni essere passate puntualmente alle varie Ellie Goulding, Little Mix, David Guetta e perfino Beyoncé. In questi tre anni trascorsi dall’uscita del suo album d’esordio, un vero e proprio caso in Uk, Raye si è presa tempo e spazio, due lussi sempre più rari nella discografia contemporanea, per costruire un progetto libero da dinamiche di mercato e dai trend social. A proposito di lussi: non capita proprio tutti i giorni di trovare in un disco pop, perché pur sempre di un disco pop stiamo parlando, due giganti del calibro di Hans Zimmer (ha contribuito a “Click clack symphony”) e Al Green (la leggenda della black music statunitense fa un cameo in “Goodbye Henry”, uno dei momenti più irresistibili del disco, un incontro immaginario tra Billie Eilish e la Motown).
Un disco politico (come quello di Kendrick)
Un disco personale e politico, dicevamo. Il paragone può sembrare ardito, ma la portata culturale di “This music may contain hope” richiama, per ambizione e visione, quella di "To pimp a butterfly" di Kendrick Lamar: anche qui, come avvenuto nel disco del 2015, diventato un manifesto per la comunità nera statunitense (e colonna sonora di Black Lives Matter), la black music diventa strumento di emancipazione, racconto di identità, presa di posizione politica e personale. Solo che lo sguardo, questa volta, è profondamente femminile: Raye racconta abusi, fallimenti e risalite, offrendo un’alternativa concreta a un panorama dominato da proposte più immediate - le Ariana Grande di turno - ma spesso meno coraggiose sul piano artistico, inserendosi in un discorso che parte da Ella Fitzgerald, passa per Nina Simone (la citava in “Genesis”) e arriva fino a Duffy, alla stessa Amy Winehouse e a Beyoncé. “This music may contain hope”, “Questa musica potrebbe contenere speranza”, recita il titolo. La speranza (nostra) è che escano più dischi così: lavori che non si fermano al rosso, che scelgono di attraversare comunque l’incrocio. Poi accada quel che deve accadere.
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