Il 2 ottobre 2000 usciva “Kid A” dei Radiohead, un album che ha cambiato la percezione del mainstream e il modo in cui una rock band di successo poteva scegliere di sparire per poi ricomparire in una forma completamente nuova. Venticinque anni dopo, è ancora un disco epocale che fa sentire la sua influenza tanto nella musica quanto nella cultura popolare e nelle modalità con cui artisti e band concepiscono la loro identità.
Il contesto: dopo “OK Computer”, un salto nel vuoto
Nel 2000, i Radiohead erano la band rock di riferimento. Dopo l’acclamato “OK Computer”, pubblicato nel 1997, erano diventati il punto di confronto obbligato per qualunque gruppo alternative — persino i Muse vennero etichettati come “i nuovi Radiohead” ai loro esordi. Ma invece di sfruttare quel successo con un disco più accessibile, Thom Yorke e soci decisero di sparigliare le carte. “Kid A” arrivava dopo tre anni di silenzio e attesa, in un tempo pre-social in cui le notizie filtravano attraverso indiscrezioni, smentite e anticipazioni su riviste specializzate e sui siti dei fan. L’album si presentava come un oggetto alieno: niente singoli, niente videoclip, niente interviste promozionali. Nessuna “Karma Police”, nessuna “No Surprises”, neanche una “Paranoid Android”, la non-canzone che aveva anticipato “Ok Computer”. Solo un suono nuovo, disorientante e affascinante, quasi un affondo nella crisi dell’identità rock. “Yesterday I woke up soaking a lemon”, ripeteva ossessivamente Thom Yorke nella prima canzone, “Everything in its right place”. No, non è tutto a posto e Yorke e Radiohead sembrano più immersi in una metamorfosi kafkiana che una rock band di successo, “Kid A” nasceva anche da lì: dalla disgregazione come atto necessario per poter ricominciare a costruire.
Un altro posto, dove ogni cosa è al suo posto
“Kid A” è, ancora oggi, un ascolto che sfida l’ascoltatore. È un disco che non fa sconti: pretende attenzione, ma ripaga con uno squarcio sulla creatività. Ogni brano rovescia le aspettative. “Everything In Its Right Place” apre il disco con una struttura frammentata e sintetica, dove la voce di Yorke si dissolve nei loop elettronici. “Idioteque”, con la sua pulsazione ansiosa è in bilico tra danza e paranoia e gioca con la musica elettronica indipendente, a cui Yorke sarebbe tornato spesso, negli anni successivi. “How to Disappear Completely”, con i suoi archi, è una delle ballate più toccanti mai scritte dalla band, mentre “Morning Bell” alterna dolcezza e inquietudine in una spirale ipnotica. E poi c’è “Motion Picture Soundtrack”, che chiude il disco in maniera solo apparentemente rassicurante.
Non ci sono strutture tradizionali, né aperture. Tutto sembra imploso: è proprio in questa tensione, in quell’ambiguità sonora, che si rivela la forza di “Kid A”.La critica e il pubblico: shock, rifiuto, adorazione
Al momento dell’uscita, “Kid A” divise sia la critica che il pubblico. Alcuni lo considerarono un tradimento dell’identità rock, altri lo salutarono come un capolavoro visionario. Incredibilmente l’album debuttò al primo posto sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, dove vendette oltre 200.000 copie nella prima settimana. Un risultato impensabile per un disco così poco convenzionale, senza singoli o promozione classica. “Kid A” diventò un cult istantaneo, e aprì la strada a un’ondata di musica alternativa che si sentiva libera di abbandonare la forma canzone. Questa la nostra recensione del tempo:
L’effetto “Amnesiac” e il ritorno del doppio
Pochi mesi dopo, nel 2001, arrivò “Amnesiac”. L’effetto sorpresa era svanito, ma l’interesse restava altissimo. Il disco raccoglieva brani incisi nelle stesse sessioni di “Kid A”, e per un periodo la band aveva anche pensato di pubblicarli insieme come album doppio. La scelta di separare le uscite fu saggia, perché “Amnesiac” merita un’identità autonoma. La sua apertura, “Packt Like Sardines in a Crushed Tin Box”, proseguiva il percorso elettronico di “Idioteque”, mentre “Pyramid Song” mostrava il lato più introspettivo e melodico della band. “Knives Out” riportava in primo piano le chitarre, ma con un testo che chiudeva ogni spiraglio: “I want you to know / he’s not coming back”. Se “Kid A” era il punto di rottura, “Amnesiac” era il consolidamento di un nuovo linguaggio.
La ristampa del ventennale e l’esibizione virtuale
Nel 2021, per i vent’anni, i Radiohead hanno pubblicato la raccolta “Kid A Mnesia”, che unisce “Kid A” e “Amnesiac” come fossero un’unica opera — come inizialmente immaginato. Il titolo è un piccolo colpo di genio, che restituisce all’ascolto una coerenza più ampia. Oltre ai due album, la raccolta include un terzo disco, “Kid Amnesiae”, con versioni alternative, intermezzi strumentali, materiali d’archivio e soprattutto la tanto attesa pubblicazione in studio di “Follow Me Around”, nota ai fan e suonata qualche volta dal vivo. Un brano notevole, basato su voce e chitarra acustica, ma classicamente Radiohead, forse troppo “normale” per essere incluso in questi album.. Parallelamente venne stata lanciata anche “Kid A Mnesia Exhibition”, un’esperienza virtuale e immersiva che ha trasformato l’universo visivo e sonoro dell’album in una sorta di installazione digitale.
L’eredità: la musica dopo “Kid A”
A distanza di 25 anni, “Kid A” è unanimemente riconosciuto come uno degli album più influenti del XXI secolo. Ha anticipato il crossover tra rock e elettronica, ispirato una generazione di artisti — da Bon Iver a James Blake, a Frank Ocean — e ha dimostrato che l’avanguardia poteva parlare anche al grande pubblico. Ha ridefinito cosa significhi sperimentare, in un contesto dove il rischio era ancora possibile, anche per una band già affermata. In un’epoca dominata dai singoli e dagli algoritmi, “Kid A” resta un disco da ascoltare tutto d’un fiato, come un’opera unica, coerente, complessa, perfettamente strutturata.
Venticinque anni dopo, i Radiohead tornano in tour, e ogni cosa è ancora al suo posto. Solo che è, di nuovo, un altro.