Che succede? All’improvviso sui social tutti postano foto e contenuti del 2016. #2016 è l’hashtag più virale delle ultime settimane. Da Instagram a TikTok, sui social è tutta un’invasione di vecchi post, di confronti tra immagini di oggi e di dieci anni fa. Il trend coinvolge sia i Millennial – che nel 2016 avevano più o meno tra i 25 e i 35 anni – sia la Gen Z, che all’epoca frequentava ancora le scuole superiori o persino le medie. Entrambi avevano già un rapporto quotidiano con i social e oggi dispongono di un vasto archivio di immagini acerbe, spontanee, spesso goffe, perfette da riportare in superficie e condividere. Meme, playlist e riferimenti culturali riportano tutti allo stesso punto: un ritorno collettivo a dieci anni fa, raccontato anche come reazione a un presente più instabile e frammentato. Della serie: si stava meglio quando si stava peggio. Ma nel rock, che anno fu il 2016? Un anno segnato da grandi perdite, grandi dischi e una (ritrovata) militanza da parte delle rockstar. Nel 2016 scomparivano, a distanza di tre mesi l’uno dall’altro, due icone come David Bowie e Prince. Negli USA, giganti della scena come Neil Young, Bruce Springsteen, Rage Against the Machine, REM, Axl Rose e molti altri si schierarono apertamente contro il candidato repubblicano alle presidenziali, Donald Trump, che poi vincerà le elezioni. Ma nel 2016 uscivano anche questi dischi, che testimoniano come la musica rock di quell’anno resti uno dei simboli più forti di quella stagione.
David Bowie - "Blackstar"
"Blackstar" (qui la recensione di Rockol dell'epoca) arrivava a sorpresa nei negozi e sulle piattaforme di streaming l'8 gennaio 2016. Quelle atmosfere cupe, dark, oscure che caratterizzavano pezzi come la stessa "Blackstar" o "Lazarus" spiazzavano molti, che lì per lì non capirono la mossa del fu Duca Bianco, che nei brani strizzava l'occhio al jazz sperimentale. Il significato di "Blackstar" diventerà chiaro a tutti due giorni dopo l'uscita, quando le agenzie di stampa britanniche batteranno la notizia della morte di David Bowie. Sarà così che "Blackstar" sarà interpretato per quello che forse, nell'intenzione di Bowie, voleva essere: un requiem della sua morte.
Radiohead – "A moon shaped pool"
Con "A moon shaped pool" nel 2016 i Radiohead abbandonavano la freddezza elettronica per un disco emotivo e malinconico, che mischiava il sapore della tristezza per un amore ormai irrimediabilmente perduto, la rabbia politica e il fervore ambientalista (qui la recensione). Il miglior album dei Radiohead dai tempi di "Amnesiac"? Forse.
Nick Cave & The Bad Seeds – "Skeleton Tree"
Nick Cave stava già registrando "Skeleton tree" (qui la recensione) quando fu raggiunto dalla notizia più innaturale che un genitore possa ricevere: quella della morte del proprio figlio. Arthur, 15 anni, morì a causa di una caduta accidentale da una scogliera a Brighton. La maggior parte dell'album era stata scritta al momento della morte del figlio di Cave, ma diversi testi sono stati modificati dal cantautore durante le sessioni di registrazione successive e presentano temi di morte, perdita e dolore personale.
PJ Harvey – "The hope six demolition project"
L'album fu registrato alla Somerset House in sessioni aperte al pubblico facenti parte di una installazione artistica chiamata "Recording in Progress". Politico, diretto, scomodo, con "The hope six demolition project" (qui la recensione) PJ Harvey trasformava reportage e osservazione sociale in canzoni affilate.
Iggy Pop – "Post pop depression"
Per "Post pop depression" Iggy Pop si affidava a Josh Homme, già membro dei Queens of the Stone Age e degli Eagles of Death Metal, chiedendogli di aiutarlo a non guardare al passato, ma a riscriverlo in un modo o nell'altro. Ne veniva fuori uno dei ritorni più vitali e moderni del decennio, che ci riportava ai tempi in cui Iggy riusciva a essere rilevante per la musica che effettivamente faceva, piuttosto che in virtù di uno status acquisito (qui la recensione).
Red Hot Chili Peppers – "The getaway"
Uscito a cinque anni di distanza dal precedente "I'm with You", fu il primo dei Red Hot Chili Peppers in vent'anni a non essere prodotto da Rick Rubin: al suo posto in cabina di produzione la band fece entrare Danger Mouse e Nigel Godrich. Fu anche l'ultimo album in studio inciso con il chitarrista Josh Klinghoffer, sostituto dello storico John Frusciante, che nel 2019 verrà rimpiazzato proprio da quest'ultimo. "The getaway" (qui la recensione) non era un disco di grandi canzoni, ma di grandi tessiture, che vede la band lavorare in profondità sugli intrecci strumentali.
Metallica – "Hardwired… to self-destruct"
Primo album di inediti dei Metallica in otto, lunghissimi anni (tanti quanti ne erano passati dal precedente "Death magnetic" del 2008), debuttò dritto al primo posto della classifica statunitense vendendo circa 300 mila copie solo nella prima settimana. 12 brani dritti, diretti, freschi e Metallica al 100% (qui la recensione): era parecchio che Hetfield & i suoi non ci facevano un regalo così.
Kings of Leon – "Walls"
Nel 2016 con "Walls" i Kings of Leon mescolavano rock melodico, riff incisivi e atmosfere alternative (qui la recensione): l'album contiene singoli come "Waste a moment" e la title track "Walls", e rappresenta uno dei lavori più riconoscibili della band negli anni Dieci.
Weezer – "Weezer (White Album)"
Tra pop alternativo e pop punk, con il loro "white album" gli Weezer tornarono a livello stilistico alle atmosfere dei loro primi due album, "Weezer" del 1994 e "Pinkerton" del 1996. Uno dei ritorni più riusciti del rock anni Dieci, capace di suonare fresco senza rinnegare il passato (qui la recensione).
Green Day – "Revolution radio"
I soliti - e solidi - Green Day: con "Revolution radio" - qui la recensione - Billy Joe Armstrong e soci fondendo punk rock e melodie da puro sing along riflettevano la rabbia e la consapevolezza sociale di quel periodo storico, fornendo una perfetta colonna sonora agli anti-trumpiani.
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