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Prince, dieci perle "nascoste" della sua discografia

21.04.2026 Scritto da Michele Boroni

Oltre alle hits di Prince c’è una marea di canzoni minori e oscure contenute sia nei dischi originali (40 quelli oggi disponibili) sia nei lati b dei singoli sia nelle raccolte o nelle edizioni DeLuxe uscite postume.  Canzoni che vale la pena segnalare perché danno l’idea di come è stato sempre ampio e vasto lo spettro sonoro e di genere di Prince nel corso degli anni.

Non è stato affatto semplice sceglierne dieci, perché Prince ha spesso usato i brani secondari per sperimentare, ma sempre con la stessa cura di quando costruiva una hit. E proprio questi alla fine diventavano i suoi capolavori e i più amati dai fans.

Ecco una personalissima lista.

 

1. Annie Christian (1981)

Tratto da “Controversy” è uno dei suoi pezzi più inquietanti e profetici. In un'epoca di dance-funk solare, Prince qui si avventura nel post-punk/industrial. Parla dell’omicidio John Lennon, del tentato assassinio di Ronald Reagan e dell’ondata di violenza in America in quegli anni. Il tocco artistico - specie per quei tempi - è quella chitarra distorta (e bianchissima) che grida in sottofondo sopra un beat gelido di drum machine (per gli intenditori, si tratta di un raro caso in cui utilizza una Korg Mini Pope, poi utilizzerà sempre la Linn LM-1). Questo è il Prince politico e sperimentale che non ha paura di risultare sgradevole.

 

2. How Come U Dont Call Me Anymore (1982)

“How come…” è uno dei grandi lati B dei suoi singoli: in questo caso era di “1999”.  Solo lui poteva rendere una preghiera gospel/blues così sensuale e disperata - ascoltate a un certo punto il falsetto che si spezza e quel colpo secco sul piano. Questa canzone segna la prima volta che Prince poteva dominare una stanza intera con soli due elementi: la sua voce e 88 tasti. Molti l'hanno coverizzata - Alicia Keys realizzò un’ottima versione nel suo disco d’esordio “Songs in A Minor” del 2001 - ma nessuno è riuscito a imprimere quella personalità

 

3. 17 Days (Piano & A Microphone Version) - 1983

Se la versione originale - la B-side di “When Doves Cry” (il primo singolo di Prince arrivato al #1 in USA) - è un piccolo capolavoro synth-pop, questa versione uscita postuma è una sorta di seduta spiritica.

Un corposo rhythm & blues dove si sente il ritmo che Prince tiene battendo il piede sul pavimento di legno e così il pianoforte diventa una batteria, un basso e un'orchestra. Cruda, intima e terribilmente sexy.

 

4. Condition of the heart (1985)

Per molti fan questo è il pezzo più “alto” di Prince. Sicuramente è il momento più fragile e impressionista dell’album “Around the World in a Day”, una sorta di omaggio a Debussy e a un certo romanticismo decadente. L’intro di piano dura due minuti, un suicidio commerciale (specie se consideriamo il fatto che arrivava dopo il successo clamoroso di “Purple Rain”) seguito da uno dei suoi migliori falsetti. Una “ballata da camera” che non ha una struttura strofa-ritornello classica, ma è un vero e proprio flusso di coscienza.

 

5 Venus De Milo (1986)

Questa è una miniatura preziosa (dura appena due minuti) contenuta in “Parade”, ed è forse il momento in cui Prince si avvicina di più alla perfezione formale di un compositore classico prestato al pop. È un pezzo strumentale nonché l’apice del sodalizio tra Prince e l'arrangiatore orchestrale Clare Fischer: Prince mandò a Fischer una traccia di pianoforte nuda e cruda e Fischer vi costruì attorno un arrangiamento di fiati e archi di una raffinatezza inaudita. Il risultato non è “musica pop con orchestra” ma una composizione jazz-cameristica che sembra uscita da una sessione di Gil Evans o dalle colonne sonore francesi degli anni ’60. Infatti divenne il tema romantico di “Under the Cherry Moon” il film in bianco e nero diretto da Prince e girato in Costa Azzurra.

 

6. The Ballad of Dorothy Parker (1987)

Questo pezzo è conosciuto tra i fan di Prince come il “capolavoro sbagliato". Come racconta l’ingegnere del suono Susan Rogers, durante la registrazione del pezzo ci fu un calo di tensione che rese il suono cupo e ovattato. Prince lo adorò e decise di non registrarlo nuovamente. Musicalmente sembra un pezzo degli Steely Dan tutto storto.

Il testo è pura letteratura e pare sia stato scritto da Prince dopo aver fatto un sogno. Il titolo della canzone sembra riferirsi a Dorothy Parker, scrittrice e poetessa americana, ma si tratta di un riferimento involontario; probabilmente Prince aveva sentito il nome da qualche parte, ma a quanto pare, quando gli fu chiesto all'epoca, sembrò non conoscere la scrittrice Dorothy Parker. Invece è voluto il riferimento al suo idolo Joni Mitchell e alla canzone “Help me” del 1974 citata nel testo.

 

7. Joy in Repetition (1990)

Questa canzone fu registrata durante le lunghe e tormentate sessioni di “Sign Othe Times” ma poi fu inserita nell’album “Graffiti Bridge”. Un pezzo lento e onirico che parla di un club dove una band sta suonando da qualche mese la stessa canzone, Soul Psychodelicide”, che dura un intero anno (da cui lidea del titolo). Il pezzo inizia quasi come un sussurro e poi culmina in uno degli assoli di chitarra più sensuali mai incisi. Tutti gli strumenti sono suonati da Prince mentre la voce femminile è dell’ex fidanzata Susannah Melvoin.

 

8. A Case of U (2002)

Verso la fine degli anni 90 e inizio anni zero Prince inizia a incidere molte cover di canzoni che ama particolarmente. Tra le tante c’è questa “A case of U” tratta da “A case of you” incisa originariamente da Joni Mitchell nel 1971. Prince adorava Joni e in questo brano trasforma il folk canadese in una preghiera soul. Si tratta di un omaggio umile eppure potente: riesce infatti a mantenere la fragilità dell’originale, aggiungendo quel calore tipico del R&B d'altri tempi. Questo è il Prince maturo che riconosce i propri maestri.

 

9. Guitar (2007)

Questo è il Prince che vuole divertirsi. “Guitar” è un pezzo power-pop/rock che ricorda quanto amasse la semplicità di un riff distorto. Si narra che nel 1990 Prince disse pubblicamente «Quando vedi gli U2 che vincono un Grammy, allora ti dici: Hey, ma anch'io so fare quella roba!”». Diciassette anni più tardi lo fa davvero e attacca con le tessiture che hanno reso famoso lo stile di The Edge, per poi prendere una strada tutta sua. Una canzone che parla di un amante sempre disponibile e che funzionava particolarmente bene dal vivo.

 

10. “Born 2 Die” (2010)

Questa canzone è tratta dall’album del 2010 “Welcome 2 America” che al tempo fu accantonato dallo stesso Prince e poi fu pubblicato postumo nel 2021. Qui Prince canalizza lo spirito del soul sociale degli anni 70. Il groove è denso e ipnotico, con quel falsetto che ricorda molto Curtis Mayfield. Come in “Baltimore”, Prince guarda alla condizione della comunità nera con uno sguardo lucido e quasi rassegnato, con un soul di grande stile. Il titolo è crudo, ma la musica è una carezza vellutata.

 


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