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Poppy è la Dua Lipa delle goth girl?

19.03.2026 Scritto da Elena Palmieri

Quando alla fine del 2024 arrivò al cinema il remake di "Nosferatu” firmato da Robert Eggers, mai descrizione fu più azzeccata di un commento virale sui social: "'Nosferatu’ è il film 'Barbie’ per le goth girl”. In qualche modo il lungometraggio, che riprendeva l’omonimo classico del cinema muto del 1920 tratto liberamente dal romanzo "Dracula" di Bram Stoker, ha aperto la strada a un ritrovato interesse - in diversi ambiti, dalla moda al cinema - per l’estetica, l’immaginario, la letteratura e la musica ascrivibili al genere goth che non sembra averci ancora lasciato.
Con i suoi lunghi capelli castani, l’abito bianco con corpetto e gonna di tulle, microfono e asta con gli strass, sul palco Poppy sembra restituire un’immagine simile, come una Dua Lipa per ragazze e ragazzi alternativi.

All’Alcatraz di Milano, la sera del 18 marzo, questa immagine prende forma dentro uno spazio che non arriva al tutto esaurito ma che costruisce comunque una comunità compatta, pronta a riconoscersi in un linguaggio che negli ultimi anni ha cambiato pelle più volte, passando dalla "computer girl” al metalcore, dalla ripetizione come gesto performativo alla frattura vocale come dichiarazione. Non è ancora il momento della consacrazione, ma è quello della verifica, di un’identità che si misura con il palco e con un pubblico trasversale, diviso tra curiosità, adesione e resistenza.

Dopo le aperture affidate a Fox Lake e Ocean Grove, una voce fuori campo introduce lo show principale: "You are now inside the house of Poppy”, "Siete ora dentro la casa di Poppy”. Da qui in avanti, il concerto si costruisce su una scenografia minimale, attraverso giochi di buio e luci e macchine del fumo. Poppy sale su palco saltellando, fiera di un’estetica molto femminile che richiama quella della voce di "Levitating”, ma con un tocco dark e gotico, lasciando perdere balletti e coreografia intricate, costruendo invece il suo mondo sonoro su aggressività e immediatezza, in cui si convivono pop, elettronica, metal, hardcore e chitarre ribassate. Nata come Moriah Rose Pereira, la cantautrice statunitense, classe 1995, è accompagnata da quattro musicisti mascherati, con un’estetica ispirata ad Hannibal: il batterista Ralph Alexander, il chitarrista Johnuel Hasney, il bassista Jake Massanari e la chitarrista Alexa Lynn.

L’attacco è affidato alla foga di "Bruised sky”, che in "Empty hands" rappresentava già uno dei vertici del disco e all'Alcatraz imposta subito il registro del concerto in una fusione di elettronica e strutture granitiche, lasciando alla voce il compito di definire lo stato emotivo. Poppy passa da linee melodiche a urla, mentre il parterre risponde con trasporto. Il pubblico non è il più numeroso, ma è bravo a farsi sentire e a dimostrare all’artista il suo supporto. E la cantante, seppur non lasciandosi andare a troppi convenevoli, approfitta della partecipazione dei presenti per far sollevare cori, come quelli che partono su “Scary mask” e i battimano su “Public domain”.

L'impeto che Poppy porta sul palco, si spezza in alcuni momenti con la sua voce soave mentre dialoga con il parterre. A un certo punto, quasi a evocare un passato che continua a funzionare come dispositivo, arriva un semplice "Hello, I’m Poppy”, che richiama quell’identità costruita su YouTube nel 2015 attraverso la ripetizione e l’ambiguità. Dall'esperienza come youtuber, la cantante ha poi attraversato diverse trasformazioni, passando per la personificazione dell’intelligenza artificiale in “Poppy.computer” nel 2017, fino a far imparare alle sue corde vocali la furia, recuperando un registro capace di passare dall’innocenza alla frattura. Il tutto con il sostegno di Jordan Fish, ex Bring Me The Horizon, che ha tessuto per lei il tappeto musicale adatto a costruire un nuovo personaggio, che all’Alcatraz chiede inevitabilmente al pubblico di aprire un circle pit per il pogo. Durante lo show milanese, queso si traduce anche in una sequenza di passaggi che lavorano per contrasti. È uno spasso sentire una interpretazione che potrebbe uscire da “High school musical”, come accade in “Concrete”, e poi la batteria serratissima che introduce il growl nella successiva “The center's falling out”.

Si assiste così dal vivo alle metamorfosi e ai cambi di registro su cui si è formato negli ultimo anni il progetto di Poppy, che a partire da "Am I a Girl?" del 2018, in cui si intravedeva una volontà di intrecciare vari stili musicali e riflettere su tematiche riguardanti l'identità, il genere e i sistemi di controllo, ma ancora di più nel 2020 con "I disagree”, continuando in “Negative spaces” nel 2024, ha abbattuto del tutto il muro tra pop e metal. Eppure è ipnotico il modo di saltellare e ondeggiare sul palcoscenico della cantante, prima di sfogarsi in urla e screamo, tornando poi a una vocalità pulita e angelica. Dentro questo sistema, si riconoscono tracce di un lessico condiviso. Dal respiro spezzato e la tensione vocale che rimandano a esperienze come quelle dei Knocked Loose, con cui Poppy aveva collaborato nel singolo “Suffocate”, si arriva alla dinamica tra oscurità e apertura che richiama i Bring Me The Horizon. Non mancano neanche i riferimenti più classici alle voci femminili che hanno segnato il metal degli ultimi decenni, da Cristina Scabbia ad Amy Lee, con la quale Moriah Rose Pereira ha collaborato insieme a Courtney LaPlante degli Spiritbox nel singolo “End of you”. Tuttavia, sul palcoscenico Poppy punta a portare un proprio modo di essere ed esibirsi, che rompe un po’ con le attitudini viste finora. Ed è quello che spinge il pubblico a cantarle "Sei bellissima” prima di “They’re all around us”, ultima canzone in scaletta prima del bis con “New way out”.

Purtoppo, il concerto finisce troppo in fretta, dopo circa un’oretta di musica e 15 brani. È poco, considerando la prolificità dell’artista, con un repertorio che le consentirebbe di proporre qualcosa in più. Poppy sembra aver convito a metà il pubblico presente all'Alcatraz, che raggruppa la nuova generazione di emo adolescenti, i trent’enni più dark e i fan del metal più maturi. Agli scettici che vedono in lei qualcosa di poco convincente e di lontano dalla brutalità del genere a cui punta, la cantante risponde ancora prima di iniziare con un cappellino in vendita al banchetto del merch con scritto “I went to a Poppy concert and now I’m gay”. Una provacazione, ma soprattutto un invito a lasciarsi andare a qualcosa di fatto bene, tecnicamente valido e trascinante, senza pensare alle convenzioni di genere e ai pregiudizi. 

Poppy non è Dua Lipa, e il parallelismo resta un gioco di superficie, utile a orientare uno sguardo ma insufficiente a definire una traiettoria. Oltre alla chioma castana, il microfono glitterato e un vestito ricercato, ci sono un’altra dimensione e un altro tipo di pubblico. Qui il centro non è la popstar come figura di sistema, ma una presenza che continua a ridefinirsi tra canzoni accattivanti e metal, tra costruzione e rottura, tra identità e rappresentazione. Se Poppy riuscirà a espandere questo spazio e a renderlo condiviso anche oltre una nicchia resta una domanda aperta. Così come non è dato sapere se anche in futuro deciderà di continuare nella direzione del metalcore o se è solo una tendenza per cavalcare il momento che vede i riflettori puntati su artisti come i già citati Knocked Loose e soprattutto sui Turnstile, freschi di trionfo pure ai Grammy. Tuttavia, per la cantante il percorso è tracciato, e sul palco prende comunque forma con chiarezza.

Ecco la scaletta:

  • Bruised Sky
  • BLOODMONEY
  • Scary Mask
  • the cost of giving up
  • Public Domain
  • Concrete
  • the center’s falling out
  • Anything Like Me
  • have you had enough?
  • crystallized
  • Time Will Tell
  • V.A.N
  • If We're Following the Light
  • they’re all around us
    Bis
  • new way out

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