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Piotta: "La morte di mio fratello è il mio Muro di Berlino"

25.03.2026 Scritto da Lucia Mora

C’è stata una Roma che rideva forte, sfacciata, sotto il sole dei primi anni Duemila, vestita di catene d’oro e d’ironia tagliente. In quella Roma, Tommaso Zanello era il "Supercafone", l’archetipo di un’estetica coatta elevata a fenomeno culturale di massa. Ma chi pensava che Piotta fosse solo una maschera da hit estiva non aveva fatto i conti con lo spessore dell’uomo dietro il microfono.

Oggi, a trent’anni dal suo debutto e con il peso di una maturità che non cerca più l'applauso facile, Tommaso torna a parlarci da un’altra prospettiva, personale e spirituale. Il suo nuovo album (che presenterà dal vivo l’11 aprile a Roma e il 17 aprile a Milano), “Si riparano ricordi”, è un diario intimo, un’elegia dedicata al compianto fratello Fabio e a una città che sembra aver smarrito la sua solarità per farsi più cupa.

Tommaso, “Si riparano ricordi” nasce da un dolore devastante. La musica ti ha aiutato a superare il trauma?

Il trauma non so se l'ho superato. Credo anzi che non lo supererò mai, ma ci devo convivere forzatamente e l'unico modo che conosco per rielaborare tutti i miei problemi è sempre stata la musica. L'ho fatto istintivamente, non sapevo nemmeno che potesse essere così terapeutica. Ho cominciato a fare musica quando ancora stavo a scuola, nella più totale libertà, perché il genere che avevo abbracciato, l’hip hop, permetteva libertà e anarchia totali – almeno allora, oggi certamente no. Facevi il cazzo che volevi, quando lo volevi, come lo volevi. Errori inclusi. Eravamo in pochi, tutti avevamo questo sogno di poter un giorno vivere di musica, ma non era così ossessivo come lo è oggi. Adesso sembra la moviola del calcio: bisogna vedere e rivedere l'esibizione sul palco. Per non parlare di Sanremo. È quasi pornografia della musica, dove si nota tutto, la macchia su un vestito, la nota leggermente calante. Ma concentriamoci sulle emozioni, prima, no?

Dove rivedi Fabio in questo disco?

L'unico modo che ho per convivere con questa assenza è scriverci sopra. Scrivere di questa assenza, cantarla, cercando di elevarla da esperienza personale a momento emotivo collettivo per tutti quelli che lo ascoltano. Chiaramente ognuno avrà il suo nome da mettere al posto di quello di Fabio, magari non il fratello ma un genitore. Raccontare una mancanza improvvisa e cercare di conviverci elevandola a forma d'arte è un modo per sperare di rimanere nel tempo, cioè di sopravvivere alla morte stessa. Sono partito dalle musiche di Fabio, dai tanti scritti che avevo e che studiava, e ho cercato di trasformare tutto in canzone. 

Nella title track dici “meglio rimorsi che rimpianti”. 

Cerco di riflettere su questo dubbio che penso abbiamo se non tutti, almeno in tantissimi, e credo che sia così come dico. Però chiaramente è un argomento che ci si pone sempre, un senso di colpa che uno ha per qualcosa che avrebbe dovuto fare, ma non ha fatto. Nel pezzo dico “il mio muro di Berlino sei tu che parti”: non parlo del muro di Berlino in sé, ma di un punto di non ritorno, che segna un prima e un dopo. Quell'assenza così improvvisa è il Muro di Berlino della mia vita.

Hai rimpianti o rimorsi se ripensi alla tua carriera finora?

Tutto sommato no. Magari ho dei dubbi su alcune scelte che ho fatto o che non ho fatto; di solito li ho sulle scelte fatte, perché penso che in un percorso artistico i no siano più importanti dei sì. Sicuramente se mi guardo alle spalle, visto che il percorso ormai è lungo – è l'undicesimo album, oltre alle colonne sonore e tutto il resto – delle cose potevano essere fatte meglio. Se penso ai miei primissimi testi, mi rappresentano nella misura in cui fanno parte del mio percorso: sono un po' le radici da cui sono partito, e l'albero non puoi smontarlo, lo prendi tutto così com'è, dall'ultima foglia verde alla primissima radice. Ma sono molto diversi rispetto alle canzoni di questo disco e anche del precedente, sembrano quasi di due artisti differenti. Se prima Tommaso si nascondeva timidamente dietro al fatto che il rap consente di avere un soprannome, un personaggio, un'esasperazione quasi fumettistica, oggi quell’armatura l’ho gettata, per cui sono sempre più nudo sul palco. Non letteralmente, perché non c'è motivo di stare nudo sul palco – nel mio caso meno che mai… – però bisogna avere la forza di raccontare cose anche molto intime, dolorose, perché nel frattempo si è cresciuti come persone. Sono più forte, ma anche più capace a livello tecnico. L'approccio selvaggio, naïf, hardcore dei primi live tendo a comprimerlo anche per un fatto banalmente anagrafico. Sono molto fatalista: tutto ciò che ho fatto, sia le cose migliori sia quelle che trovo meno riuscite, sono comunque utili a raccontare il mio percorso, dove io cresco insieme alla mia musica.

“Si riparano ricordi” è la tua maturità.

Per me è un disco nettamente migliore di tutti quelli che ho fatto prima. Rispetto alle prime cose c'è un abisso tra scrittura, metodo ed esecuzione. E riflette l’approccio legato all'età, non più solare come a vent'anni, perché lo scenario attorno a noi è piuttosto cupo e non riesco a far finta che non sia così. Non solo non riesco: non voglio. A 50 anni non puoi scrivere canzoni da diciottenne. Ci sarebbe qualcosa di fortemente patologico o di fortemente furbo e finto. La musica, come l'arte in generale, può raccontare tutte le stagioni della vita, esattamente come capita a un pittore, che ha un periodo più figurativo e uno più astratto, uno ha cromatismi più luminosi, uno invece è molto cupo, perché ha vissuto o sta vivendo un momento più complicato. Non bisogna nascondere questa interiorità più luminosa o viceversa più scura, ma riuscire a tirarla fuori.

I pittori e i poeti sono molto presenti nel disco.

Tra gli album che ho scritto, è uno di quelli che ha più citazioni poetiche e letterarie. Anche “’Na notte infame” ce ne aveva tante, ma qua sono davvero moltissime, da Ginsberg a Hemingway, da Vendrame a Trevisan e altri. Mi piace l'arte contemporanea. Da piccolo vedevo mio zio (per fortuna è ancora vivo) che, anche se era anziano, faceva mostre come pittore anche all'estero. Per cui andavo a casa sua e vedevo lui che dipingeva e dava vita alle tele bianche. Poi, rispetto ai miei genitori che tornavano a casa dall'ufficio un po' più scazzati, dicendo “ah che palle il cartellino, ho fatto tardi, recupera quello, il capo ufficio era scazzato, ho litigato” eccetera... lui mi sembrava sempre più sereno. Legavo questa felicità al fatto che vivesse facendo quello che più gli piaceva, mentre i miei potevano farlo solo nel tempo libero, come un momento di fuga. Lui era riuscito a trasformare questa passione nel suo lavoro e io ho cercato di fare lo stesso. Il destino me l'ha permesso con la musica e lo farò finché avrò lucidità e stimoli, perché ho sempre cercato di rendermi la vita complicata da solo: se una cosa funziona non la ripeto, mi metto in discussione e cerco di evolvermi come artista e come persona. Questo, anche se non con numeri da stadio, spero mi possa essere riconosciuto.

Com’è cambiata la tua Roma, che racconti in “Me ne andavo da quella Roma” con Silvestri, Ditonellapiaga, Verdone, Mastandrea e tanti altri?

Di tutti i posti che conosco, Roma è quel posto che cambia – perché ovviamente cambia ed è cambiata – ma che poi c'ha quel qualcosa che non cambia mai, che è la magia di questa città. Nessuno la sa spiegare, nemmeno i romani. Anzi, forse quelli che l'hanno spiegata meglio sono stati i romagnoli, i Fellini, i friulani, i Pasolini… che erano molto legati alla città, ma con un occhio esterno. È una città che si rinnova senza stravolgersi. Per dire, io venivo spesso a Milano perché ci sono molto legato; per due, tre anni di Covid non sono venuto perché non si facevano i tour, i dischi non uscivano ed era tutto fermo, poi sono tornato e sono rimasto scioccato perché non c'era più la Milano che conoscevo. Di colpo c'era la nuova skyline e ho pensato ma che sto a Dubai? Invece Roma da questo punto di vista, che tu venga nel 2026 o nel ‘96 (ma forse anche nel ‘56), è sempre uguale.

Un altro featuring del disco è quello con Simone Cristicchi.

Ci conosciamo da anni, siamo amici. Avevamo già “collaborato” perché ero in un suo film, che era legato a un suo album di tanto tempo fa ormai, del 2007 (“Dall'altra parte del cancello”, ndr) e c'eravamo promessi di fare qualcosa assieme. Ci seguivamo a vicenda, mi piaceva tantissimo il suo percorso sia umano sia artistico: la ricerca spirituale, il fatto di non nascondere questa evoluzione ma anzi di mettersi in gioco, dal teatro fino al tipo di testi. A teatro porta San Francesco, quando sono andato a vederlo sono uscito piangendo. La nostra canzone, “Più a fondo”, parte da quella precedente, cioè da “Poemetto Spurio”, un poemetto che aveva scritto mio fratello in un periodo di notti insonni. Stava a casa di nostra nonna a Porta Pia e da lì andava a piedi a Stazione Termini dalle tre, quattro di notte fino al mattino: a quell'ora più che mai c'è un'umanità in difficoltà, con delle dipendenze. Vite da cui mio fratello è sempre stato molto attratto, per raccontarle nei suoi libri. E quindi volevo, partendo da quel suo testo, scrivere quello che ho scritto poi io, ma con un ospite che questo percorso lo stava facendo, sia come studi, sia come vicinanza quasi cristiana, nel senso primigenio del termine, quasi socialista, cioè proprio di fratellanza. Così ho pensato che Simone potesse essere la persona giusta per riuscire a raccontare emotivamente questa canzone con altre parole, cioè le sue. Gli ho detto: “Simone, vorrei che tu la rappassi, perché alla fine te nelle tue canzoni hai una metrica molto moderna rispetto al mondo classico dei cantautori”. È un buon trait d’union rispetto a quello che cerco di fare io, cioè portare il rap da cui vengo verso il cantautorato italiano con cui sono cresciuto. È un mix interessante. Sicuramente lo è umanamente, perché c’è una reale amicizia. Mi piace fare collaborazioni con persone che stimo e che conosco anche personalmente, non solo perché uno sviluppa streaming. E credo che i risultati ci diano ragione, perché ciò che Simone scrive e canta non solo non è avulso da quello che canto e scrivo io, ma lo arricchisce, si completano, diventano un tutt'uno.

Come nell’omaggio a Piero Ciampi, “Non c’è più l’Amerika”.

Volevo che fosse l'ultima traccia perché ha una ritmica, un crescendo quasi drum and bass che è un pochino diverso rispetto al resto del disco, ma tutto si lega, dal feat al contenuto. Non posso negare che, venendo dal rap, alcune cose dell'America le ho adorate e le adoro. Cito Ginsberg, tutta la beat generation, tutta l'arte contemporanea, i graffiti, l'hip hop… ci sono tantissime cose stupende che adoro. Però ce ne sono anche altre che non solo mi hanno sempre spaventato, ma che in questo momento rendono tangibile questa paura. Il mondo occidentale e l'America presentano certi valori opposti ad altri, e forse sulla carta sembrerebbe essere così, però poi nei fatti alcuni comportamenti non mi sembrano così differenti. Bombardare una scuola con 165 ragazzine dentro non mi sembra poi così differente da ciò che fa il governo di quel Paese in quel momento. È un’apparente superiorità che viene totalmente meno. Sono mesi e mesi che vediamo cazzate, sentiamo idiozie, parole piene di ignoranza. A quel punto viene anche spontaneo scendere in piazza, confrontarsi con amici e colleghi. L’America non è quella che pensavo. O non c'era manco prima, e mi sono sbagliato, o è successo qualcosa ed è morta, perché non mi rappresenta più. Spero che possa avere la cura dentro di sé, l’antidoto, come avviene in tutti i popoli, prima che la governance la porti alla devastazione totale.

Per “Quante notti ancora” hai scelto Tormento e Frankie hi-nrg, veterani come te. 

Con Tormento e Frankie volevo fare una canzone malinconica che unisse il rap a dei suoni più acustici: volevo che avesse quello spirito del rap anni ‘90, quella fratellanza, quella libertà artistica che c'era, ma anche un po' di malinconia, pensando a chi, pur essendo della nostra età, purtroppo non c'è più, come David dei Cor Veleno. Facendo questo pezzo abbiamo scoperto che, pur essendo amici da tanti anni, non abbiamo mai collaborato in passato. Sul palco sì, ma a livello discografico, di canzoni mie con Frankie non ce n'erano. Neanche questo trittico esisteva. Tre nomi storici dell'hip hop italiano che mettono al centro il vissuto, l'età e il ricordo di quegli anni.

Preferisci rapportarti con la vecchia guardia piuttosto che con la nuova?

No, quello no. Ci sono artisti più piccoli anagraficamente che però mi piacciono. Un esempio da Sanremo? nayt mi piace molto, è fortissimo. In passato ho collaborato con Tarek, Rancore: mi piace molto sia come scrive, sia quello che scrive. Ma anche al di là del genere musicale, Fulminacci mi piace molto, o Franco 126. Non è un fatto anagrafico, ma di mentalità. Mi piace pensare che nei miei album tutte le persone che sono lì sono un po' famiglia; siamo persone differenti, artisti differenti, con percorsi differenti, però c'è pure qualcosa di molto comune che ci lega, sia artisticamente che come visione della vita. Vedi Davide Toffolo: abbiamo due percorsi molto lontani, però poi di colpo anche molto vicini. La nostra canzone “Ecchime” è su Pasolini, che dal Friuli arriva a Roma come fecero i miei nonni (senza fare un paragone intellettuale: adoro i miei nonni, ma facevano il fornaio e la sarta), quindi mi piaceva che ci fosse qualcuno che non solo ama Pasolini come me, ma rappresenta anche questo connubio Friuli-Roma.

In “Odio gli indifferenti” urlavi più contro il mondo esterno, mentre al centro di “Si riparano ricordi” c’è un dolore intimo. L'impegno oggi deve passare necessariamente per una riscoperta dell'umanità?

La riscoperta dell'umanità – in questi tempi più che mai – penso che sia l'antidoto di cui parlavamo prima. Riconosco che questa assenza così improvvisa e devastante per me ha spostato il mio focus da dischi dove parlavo più di un noi (come “Odio gli indifferenti”, ma anche “S(u)ono diverso”) a un me. Gli ultimi sono dischi molto più intimi, più introspettivi, forse anche più difficili da comunicare a livello mediatico, giornalistico, perché non c'è l'argomento da titolo. Sono più cantautorale, esistenzialista, c'è tanta introspezione. Sono nato facendo rap nei centri sociali, cerco ancora di dare il mio piccolissimo contributo – e magari altri testi più politici e sociali torneranno. In questo momento, sono in misura inferiore rispetto a quelli introspettivi, ma “Non c'è più l'Amerika” dimostra che non abdico da quel ruolo. Avevo bisogno di un tempo mio di analisi personale, più spirituale (per quello si lega anche a Simone). Sto facendo un cammino intimo, più attento all'aspetto personale che a quello collettivo, ma non vuol dire che non leggo, non studio o non mi faccio un’opinione. Anzi, l’ultima traccia l'ho fatta anche per quello. Semplicemente, non è più la parte preponderante.


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