Nei giorni in cui sta per arrivare in Italia la superstar Bad Bunny (qua il racconto della data olandese), parliamo del reggaeton, genere portoricano per eccellenza, ma con una storia musicale e non solo molto complessa. La raccontano Valentina Clemente, giornalista di Sky e Marco Falivelli, conduttore di Radio Italia. in "Saoco! La musica latina urbana. Nessun ritmo nasce puro", di Valentina Clemente & Marco Falivelli, edito Santelli Editore. Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo questo estratto, dedicato ai pregiudizi sul reggaetobe
Ascoltare musica reggaeton non rende meno intelligenti. No: la musica di Daddy Yankee non vi trasformerà in persone stupide e incapaci di parlare. Un’affermazione che suona piuttosto come un tentativo di rassicurarvi, alla luce del successo planetario raggiunto negli ultimi anni da questo genere musicale, che folle oceaniche hanno iniziato ad ascoltare e soprattutto a ballare. O meglio: a twerkare. Sì, perché l’epoca del reggaeton sarà senza alcun dubbio ricordata anche per le movenze sexy, che in tanti all’inizio hanno definito volgari e inopportune. Quanti pregiudizi, forse troppi. Un’ampia fetta di ascoltatori ritiene siano inappropriati, mentre c’è anche chi pensa, al contrario, che non siano abbastanza duri. Giusti o meno, ci sono e sono tanti. Perché? E come si sono formati? Che piaccia o meno, il reggaeton ha rivoluzionato la musica globale e ha diffuso la musica urbana latina ovunque.
Nella storia del reggaeton non c’è solo il racconto della tradizione culturale di un Paese, ma anche di ciò che quel Paese e il genere stesso hanno affrontato prima di ottenere un posto di rispetto nel panorama culturale globale. Questo significa che il reggaeton parla anche di chi il reggaeton proprio lo detesta, compreso quel pubblico che si è costruito un’opinione negativa del genere pur senza saperla argomentare, come semplice presa di posizione, quasi di convenienza: odiare il reggaeton è, infatti, diventato qualcosa di cui vantarsi. Dal cantante Pablo Milanés al pianista James Rhodes, molte figure pubbliche non hanno mostrato alcuna remora nel prendere le distanze dal reggaeton e dai generi affini e, mentre questa musica incontra sempre più il favore degli ascoltatori e si appropria di uno spazio sempre più ampio, il rifiuto rimane nell’aria. Come contraltare, il successo di questo genere offre ai suoi detrattori tante opportunità per esprimere il proprio disfavore: è ovunque alla radio, nelle classifiche e nei luoghi pubblici che la gente frequenta.
L’astio nei confronti del reggaeton va indietro nel tempo, sin dai suoi primi passi: «Anche a Porto Rico, prima che si chiamasse reggaeton, quando ancora era underground, suscitava pregiudizi. La polizia multava chi lo ascoltava anche in auto, e non in spiaggia o in uno spazio pubblico. Distruggevano le audiocassette» scrive Pablito Wilson, autore del libro Reggaetón, una Revolución Latina, che racconta la storia del genere dalle sue origini giamaicane, panamensi e africane. Un cocktail culturale che ha dato origine ai ritmi del dembow, insieme a molti altri sottogeneri della musica contemporanea.
Uno stigma rimasto fino all’esplosione del genere a Porto Rico, guidato da artisti come Tego Calderón, Don Omar e Daddy Yankee, la cui Gasolina lancia i ritmi reggaetoneri sulla mappa globale nel 2004. Dopo le sue origini ruvide e crude, quando il genere è diventato più mainstream e si è rivolto a un pubblico più ampio, alcuni artisti hanno iniziato a riflettere sui testi scritti negli anni precedenti il boom culturale, che non sembravano più rispecchiare un pensiero che nel frattempo si era spostato su temi meno violenti. Nicky Jam è un esempio di questo slittamento: l’artista ha espresso rammarico per i testi di inizio carriera e ha virato su parole più responsabili. Jam è solo uno dei tanti casi: questo ravvedimento – che non costituisce un cambio di rotta radicale, visto che il reggaeton ha conservato molti dei suoi contenuti – è stato influenzato dall’opinione pubblica, che sin dall’esplosione del genere si è scagliata contro chi cantava argomenti forti e aggressivi, ma anche dalla politica, che ha preso una posizione molto dura. A Porto Rico, ma non solo. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, infatti, si contano tante operazioni di confisca delle cassette di canzoni reggaeton da parte della polizia, nel contesto di una campagna per sopprimere il genere, visto come una minaccia e un’unione di attività criminali. A sostegno di questa politica, nel 2003 la senatrice portoricana Velda González ha avviato un’aspra attività di propaganda contro l’intero genere. L’allora vicepresidente del Senato sottolineava la necessità di indagare sui club in cui si suonava il reggaeton, a seguito dell’aumento degli atti di violenza registrati nei locali di intrattenimento delle aree metropolitane, e in poco tempo ha presentato con successo una proposta di legge per censurarlo: il reggaeton aveva contenuti violenti e sessuali e González sosteneva la sua posizione promuovendo udienze pubbliche contro il perreo. È stata la prima volta, ma non certo l’ultima: negli anni seguenti, soprattutto dopo la diffusione mondiale del genere, più figure politiche ne hanno sollecitato la censura. Il reggaeton, però, sembra essere più forte di ogni ostacolo. O comunque ci prova, attraversando più o meno incolume le varie fasi della sua diffusione, con oneri e onori.
Classismo e colonialismo
La crociata nei confronti del reggaeton deriva da una combinazione di diversi fattori. Uno di questi è il disprezzo di una parte della popolazione per la musica dei settori più vulnerabili, la classe operaia, i migranti. Quasi un mélange di classismo, europeismo incompreso e vecchi pregiudizi coloniali, che portano molti a svalutare le canzoni in spagnolo, viste come musica per ballare creata da artisti provenienti da contesti poveri. C’è chi unisce la passione per il reggaeton ad un basso quoziente intellettivo, con una semplice equazione: chi ascolta questo genere musicale arriva da settori emarginati della società e non ha accesso a una buona istruzione. Quindi è stupido.
Un altro fattore che contribuisce all’odio per il reggaeton è il contenuto sessuale dei suoi testi, nonostante lo stesso argomento si possa trovare in altri stili musicali: anche il bacino di Elvis causò uno scandalo negli anni ’50. Le sue canzoni, in particolare quelle dei primi anni della carriera, sono state etichettate come misogine, ma non hanno provocato un odio così forte come accade nel reggaeton, che negli anni si è speso anche per cause importanti, come quella LGBTQIA+. Tanti gli artisti scesi in piazza per difendere i diritti di tutti. Tra questi Bad Bunny che ha anche dichiarato: «Non supereremo mai il rifiuto del reggaeton. È come il razzismo o l’omofobia». C’è, però, anche un altro fattore che porta molti a rifiutare il reggaeton: quello generazionale. Sì, perché non tutti sono curiosi e hanno voglia di conoscere qualcosa di nuovo. Spesso ciò che non è noto fa paura, e il passato sembra sempre migliore del presente. Un disprezzo di questo tipo è molto evidente nelle critiche ai testi dadaisti di Rosalía. Testi che “non hanno senso” a detta di alcuni. È come se, nel momento in cui un nuovo genere musicale prova ad affacciarsi e riceve riscontri positivi da parte delle nuove generazioni, ci sia sempre qualcuno pronto a dire “questa non è musica, è solo rumore”. È accaduto in passato con i Sex Pistols, ma anche con il rock, la disco music, il tango. E più recentemente con gli artisti trap (tanto che proprio la trap è stata spesso descritta come il nuovo punk per le giovani generazioni nichiliste). Il dibattito, che include anche il reggaeton, si sposta quindi su un dualismo: tradizione e modernità, vecchi rocker e nuovi artisti. Spesso non si trova una mediazione, ma c’è anche chi riesce a costruire un ponte in grado di unire più generazioni: per la musica latina urbana lo ha fatto C. Tangana, capace di conquistare il pubblico includendo nel suo album El Madrileño un’ampia parte dello star system della musica di lingua spagnola che lo ha preceduto, come Kiko Veneno, Jorge Drexler e Andrés Calamaro.
Ciò che, però, distingue il tipico astio nei confronti dei nuovi generi musicali dall’odio nei confronti del reggaeton è il riferimento a degli stereotipi ben precisi: se sei di colore e abiti in un quartiere malfamato, sei analfabeta e ascolti il reggaeton; l’assunto è sempre questo.Le canzoni reggaeton sono tutte uguali? Analisi di generi e sottogeneri
Un ultimo ma non meno importante motivo che, dopo il boom iniziale, dal 2005 ha portato il pubblico ad allontanarsi dal reggaeton, è la presunta mancanza di creatività. Una critica che viene mossa contro il genere, infatti, è che le canzoni suonino tutte allo stesso modo e trattino sempre degli stessi argomenti (violenza, droga, sesso e svalutazione della donna). Questa percezione nasce principalmente dall’uso ricorrente del dembow come base ritmica costante. A differenza di altri generi che cambiano struttura con una certa frequenza, il reggaeton costruisce la propria identità proprio sulla ripetizione. Tuttavia, questa ripetitività non equivale a mancanza di varietà. Il dembow funziona come una grammatica musicale: uno schema di partenza su cui artisti e produttori giocano con velocità, accenti, pause, bassi, melodie e stratificazioni sonore. Molte canzoni possono sembrare simili a un primo ascolto, ma a un’analisi più più attenta emergono differenze significative. Gasolina, Dákiti e Saoko di Rosalía utilizzano strutture riconducibili al reggaeton, ma creano atmosfere completamente diverse. Cambiano il tempo, la costruzione del beat, il modo in cui la voce si relaziona al ritmo e l’intenzione emotiva del brano. Alcune canzoni puntano sull’energia da club, altri su un mood intimo e introspettivo, altri ancora sulla sperimentazione sonora.
In aggiunta a tutto questo, il pensiero che il reggaeton sia “tutto uguale” riflette spesso uno sguardo esterno al genere. Per chi non lo ascolta abitualmente, le sfumature ritmiche possono risultare meno evidenti, proprio come accade con generi come techno, blues o punk, che si basano anch’essi su strutture ripetitive. All’interno del reggaeton, invece, queste variazioni sono riconosciute come elementi di stile, identità e innovazione. Negli ultimi anni, il reggaeton si è affermato come uno spazio di sperimentazione sempre più aperto. Artisti e artiste mescolano dembow, afrobeat, house, pop ed elettronica, come in Con Altura di Rosalía e J Balvin. Proprio questa capacità di assorbire e rielaborare ritmi diversi dimostra che il reggaeton non è un genere statico, ma un linguaggio musicale in continua trasformazione, definito tanto dalla ripetizione quanto dalla sua infinita capacità di reinventarsi. E oggi anche di difendersi, in una causa legale che riguarda proprio le sue radici.
Estratto da "Saoco! La musica latina urbana. Nessun ritmo nasce puro", di Valentina Clemente & Marco Falivelli, Santelli Editore - per gentile concessione dell'editore.
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