Ci sono carriere che si misurano in dischi venduti, altre che si misurano in chilometri percorsi tra Paesi e culture diverse. Giovedì 9 aprile, a Praga, Paul Simon non è salito sul palco solo per cantare, ma per ripercorrere l’atlante sonoro che ha disegnato in oltre sessant'anni di musica. A 84 anni, con gli occhi lucidi di un debuttante e il tocco del maestro, Simon ha trasformato il Congress Centre della capitale ceca in un crocevia di tempi e di luoghi: dai vicoli di Manhattan alle pulsazioni di Johannesburg. L'ultima, grandiosa lezione di un antropologo della melodia.
La potenza della sua dignità
Pochi artisti sanno invecchiare con la dignità – intellettuale, emotiva, professionale – di Paul Simon. A differenza di tanti suoi coetanei, ha fatto pace con l’età, non forza i registri più alti e (vivaddio) non si fa in quattro per riproporre i brani nelle tonalità originali, ove fisicamente impossibile; la voce si muove in un range limitato, ma ricco di nuance e di vibrati controllati. Tanto, un capolavoro resta un capolavoro anche un’ottava più in giù. Accompagnato da una band che sembra un’orchestra da camera prestata al pop rock, fatta di 11 (!) elementi, tra cui la cantautrice e moglie Edie Brickell, Simon smonta e rimonta i suoi classici, regalando loro nuove sfumature jazz, folk e world music. Un addio elegante, privo di retorica, dove la perfezione formale lascia spazio, brano dopo brano, a una commozione pura e inaspettata.
Soprattutto all’inizio, quando si ripropongono per intero i 33 minuti di “Seven Psalms” (2023), l’ultimo album in studio: una performance acustica da eseguire integralmente, senza pause, a cui il cantautore di Newark è evidentemente, spiritualmente molto legato. Una novità rispetto al primo tour d’addio, il “Farewell tour” del 2018, dopo il quale le apparizioni dal vivo si sono diradate anche per via della perdita quasi totale dell'udito all'orecchio sinistro. Simon è un perfezionista del suono, perciò, se fa un concerto, tutto dev’essere curato nei minimi dettagli. Infatti, nella lunga pausa dopo “Seven Psalms”, un membro della crew sale sul palco a misurare l’altezza dei microfoni con un metro a nastro. E, guarda caso, l’acustica a Praga è perfetta.
La precisione di un miniatore
In queste ultime, esclusive date (che non toccano l’Italia), Simon ha smesso i panni del cantautore di fama mondiale per indossare quelli del miniatore. Nonostante un palco particolarmente affollato, la trasparenza timbrica è assoluta. Il suo ensemble è ibrido: fonde la sensibilità folk con il rigore della musica colta. Non c'è traccia di batterie ridondanti, anzi: la sezione ritmica è affidata quasi integralmente a percussioni tonali, cioè a quelle percussioni che, a differenza di quelle a suono indeterminato come rullanti o piatti, sono in grado di emettere note di altezza definita e misurabile, per lavorare sulle frequenze medie senza sovrastare la voce, ormai più sottile ma ugualmente efficace.
Il volume complessivo del concerto è sensibilmente più basso rispetto agli standard attuali. È un invito all'ascolto analitico, dove ogni nota brilla per nitidezza. La chitarra fingerstyle di Simon – ancora tecnicamente impeccabile e influenzata dal blues del Delta e dalla musica colta del Novecento – diventa il perno narrativo. Il suo tocco sulle corde è asciutto, senza fronzoli. Durante i passaggi solisti, emerge quella capacità unica di fondere linee di basso indipendenti e contrappunti melodici. Pezzi storici come “Graceland” o “Me and Julio Down by the Schoolyard” sono destrutturati: scompare l'impulso worldbeat più spinto a favore di arrangiamenti minimalisti.
È una lezione di umiltà. Non cerca l'applauso facile del sing along, ma impone una disciplina d'ascolto quasi sacrale. È la dimostrazione che la musica non ha bisogno di decibel per essere devastante, è il coraggio della sottrazione. La vulnerabilità di Simon è anche la sua forza: davanti a quella voce che a tratti si incrina per poi ritrovare l'intonazione perfetta, ci si commuove. Soprattutto nel gran finale.
L’addio perfetto
Dopo due ore di ritmi complessi, polifonie e storie del Queens o del Sudafrica, sul palco di Praga rimane solo lui. Senza la protezione della sua band monumentale, Paul Simon appare per quello che è oggi: un artigiano della parola che ha attraversato il tempo, sopravvivendo alle storture di un mondo che non lo ha mai meritato. Nascosto sotto alla visiera del suo berretto da baseball, imbraccia la chitarra acustica e ci regala una versione di "The Sound of Silence" da eternare nei secoli.
Il silenzio in sala è totale e profondo. Nel cuore del suo tour d'addio, uno dei giganti del cantautorato internazionale sceglie di congedarsi senza effetti speciali, tornando là dove tutto è iniziato, nel 1964, nel buio del bagno di casa sua. Solo sul palco, nella penombra, Simon consegna al pubblico l'ultima, toccante carezza di una carriera che ha detto tutto. Perché nonostante i tour mondiali e i Grammy, ogni rivoluzione parte da lì: da un uomo, da un'idea e dal coraggio di parlare al silenzio. Non un addio triste, anzi, l’opposto: la potenza della sua statura ti travolge come una locomotiva in corsa.
Paul Simon dice addio ai riflettori lasciando che sia la musica, e non lo spettacolo, a dire l'ultima parola. Un concerto che dimostra come, nella fase finale della vita, il suono del silenzio non sia più un ossimoro giovanile, ma una condizione spirituale raggiunta.
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