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Oltre i confini della musica e del mondo con Bombino

26.07.2025 Scritto da Lucia Mora

Jimi Hendrix incontra Mark Knopfler nel Sahara. Stringono un patto: fondere due talenti in uno, a patto che a farla da padrona sia la musica locale, il blues del deserto. La spinta ruvida di Hendrix, il tocco rapido e felpato di Knopfler, la lingua tamashek e melodie ipnotiche. Sembra uno di quei sogni che si fanno nei più arzigogolati deliri febbricitanti, ma non lo è. È un concerto di Bombino.

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Il tour di Goumour Almoctar – in arte Bombino, da “bambino”, il soprannome che il chitarrista tuareg Haja Bebe gli diede quando si unì alla sua band da ragazzino – fa tappa a Trento, poco più di un mese dopo la data al Tempio di Venere e Roma, nella capitale. Il 22 giugno suona di fronte al Colosseo, il 25 luglio si gode invece lo splendido scenario offerto da un’inedita piazza Cesare Battisti: il retro del Teatro Sociale si apre e alle spalle di Bombino si illumina lo storico loggione. Accanto al chitarrista nigerino salgono sul palco Anass Almahamoud al basso, Mohamed Alhassan Kawissan alla chitarra ritmica e Corey Wilhelm, che prima di raggiungere la batteria si posiziona alle percussioni per il debutto acustico del concerto. Col senno di poi si capisce che questa breve parentesi iniziale è più che altro una sessione di riscaldamento per affrontare ciò che verrà dopo: un’esibizione torrenziale e infuocata.

La band – vestita con abiti tradizionali berberi – si trasforma presto in un quartetto rock che dà una veste completamente nuova alle canzoni registrate in studio. I brani si fondono e si trasformano in lunghe jam session che mettono in luce capacità di improvvisazione straordinarie. La disinvoltura con cui si passa da riff blues a melodie psichedeliche è così naturale che i confini tra i generi diventano una mera formalità da manuale accademico. Nel mondo di Bombino i confini non esistono, in tutti i sensi. Come George Harrison e Sting sono rimasti travolti dal fascino di altre culture (soprattutto indiane e arabe), Almoctar guarda la musica dalla prospettiva opposta: subisce il fascino del rock occidentale e lo integra ai suoni della propria terra, senza snaturare né l’uno né gli altri.

Quelli che partono come assoli di puro virtuosismo sfociano in vortici sempre più veloci, cavalcate sempre più incalzanti, che ricordano da vicino le danze sciamaniche. Un attimo prima hai nelle orecchie riff da Woodstock, l’attimo dopo ti trovi tra le carovane del deserto. Se la frenesia con cui muove le dita tra il capotasto e il ponte è impressionante, lo è altrettanto la trance psicofisica in cui entra Wilhelm per riuscire a stare al passo con la batteria. Martella come un dannato sui tamburi e il cuore della sezione ritmica pulsa con una potenza da far tremare i polsi, esaltando le doti di colui che non a caso è il primo artista del Niger nella storia a essere nominato ai Grammy.

Pochi minuti per tirare il fiato, gli unici in cui il chitarrista si rivolge al pubblico. “La pace è fondamentale, noi gente del deserto lo sappiamo”. Sebbene la sua espressione politica non sia così marcata, è spesso sotteso nei suoi testi il desiderio di libertà e tutela della propria identità, cioè della cultura tuareg. E la scelta di non piegarsi all’inglese universale per affermarsi musicalmente ne è già una prova più che sufficiente. Per apprezzare i messaggi culturali e sociali di cui i testi di Bombino si fanno veicolo è richiesto uno sforzo di traduzione, di scoperta e di empatia a cui noi occidentali siamo troppo poco abituati. Certo, si può godere del suo estro anche “solo” ammirando ciò che le sue dita riescono a sprigionare dalla chitarra, ma vorrebbe dire apprezzarlo a metà.

Oltre all’uso di pentatonica e scala blues tipico della musica subsahariana, oltre a quello che definisce affettuosamente “'Tuareggae”, c’è il desiderio, il bisogno di essere riconosciuto in un mappamondo troppo eurocentrico. Per quanto il groove desertico possa entrare nel cuore, il regalo più bello che ci si porta a casa da un concerto di Bombino è un altro: lo schiaffo culturale che arriva quando ci si rende conto di essere intrappolati in una visione troppo parziale, della musica e del mondo. Stevie Wonder lo ha invitato con lui sul palco nel 2011. Keith Richards gli ha chiesto di registrare “Hey Negrita” degli Stones. Robert Plant lo ha voluto con sé in tour. Negli anni il Sultano delle sei corde è riuscito a colpire i più grandi maestri. Facciamoci trovare pronti anche noi.

(Articolo originale su Rockol.it)

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