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Nico Kyni: 'Un live dev'essere un'esperienza totalizzante'

24.03.2026 Scritto da Marta Blumi Tripodi

NuovoIMAIE propone una serie di incontri con protagonisti e protagoniste del panorama musicale italiano per parlare dei loro progetti, ma anche per approfondire le dinamiche che ruotano intorno all’essere Artista Interprete Esecutore.

Mai come in questi ultimi anni, la rivoluzione (musicale) è partita dal basso, portando alla ribalta sonorità su cui in passato i discografici italiani non avrebbero mai scommesso. È stato il caso della trap e ora è la volta dell’R&B, che anche da noi vede una nicchia in espansione costante di appassionati irriducibili, e di una scena di artisti sempre più interessanti. Tra questi c’è il bolognese Nico Kyni, che è stato già protagonista varie volte della playlist editoriale di Spotify Anima R&B. Si definisce “Un amante della musica e della danza, che insieme ad altri artisti dalla mentalità simile sta cercando di portare un genere e un mondo anche nel nostro paese”. Il suo prossimo singolo, “(M)Elodie”, è in uscita il 3 aprile, mentre si sta già facendo notare con i precedenti, come “Tiki Taka” e “Up & Down”.

In questo senso, è soprattutto la dimensione dal vivo quella in cui cerchi di distinguerti dal pop italiano…

Esatto: l’idea è quella di proporre una tipologia di concerto un po’ diversa da quella classicamente italiana, in cui l’artista è fermo davanti a un microfono e si limita a cantare. Vorrei dare al pubblico un’esperienza più movimentata e totalizzante, come capita nei concerti R&B americani.

Come ti sei avvicinato a questo genere?

Ho sempre amato la musica, che è molto importante per la mia famiglia: mio padre ha sempre scritto canzoni e suona la chitarra e mi ha insegnato molte delle cose che so (anche se non avevo molta pazienza da piccolo, ero un bambio scalmanato!). Mi ha anche spinto ad appassionarmi a Michael Jackson, di cui mi faceva vedere i film-concerto e i documentari. Invece mia sorella maggiore, che oggi lavora all’estero e vive a Bruxelles, è una ballerina. È proprio lei che mi ha fatto scoprire l’R&B, e quando ho iniziato a danzare anche io ho cominciato a coreografare le canzoni di nomi come Craig David o Usher.

Negli Stati Uniti è normale che i progetti R&B prevedano anche complesse coreografie: gli artisti sono dei veri e propri performer a 360 gradi. In Italia finora si è visto meno.

Esatto, non c’è questo immaginario. Forse solo ultimamente si cominciano a utilizzare i ballerini nelle grandi produzioni pop e i live si trasformano in un vero e proprio show, ma non c’è ancora questa cultura. Speriamo che si diffonda ancora di più, perché credo che avere uno spettacolo forte anche a livello visivo sia un valore aggiunto per chi paga un biglietto.

Quando è avvenuta la transizione dalla danza alla musica suonata e cantata?

Ho cominciato a scrivere le prime canzoni con la chitarra quando ero giovanissimo, forse a 13 anni, ma non le facevo sentire mai a nessuno. Solo verso i 18-19 anni ho cominciato a pubblicare le primissime cose su YouTube: avevo cominciato a comporre direttamente su beat, come fanno molti nel mondo urban, e prendevo in prestito strumentali americane per creare dei brani originali. Oggi il metodo è più o meno lo stesso, l’unica differenza è che collaboro con produttori che mi forniscono del materiale originale. Spesso mi capita di lavorare direttamente con loro in studio.

Da artista emergente, c’è qualcosa che cambieresti nell’industria musicale italiana se avessi una bacchetta magica?

Penso che la difficoltà maggiore sia ancora la barriera all’ingresso, nonostante ci siano tanti canali per farsi notare. È aumentata tantissimo la proposta musicale, ragion per cui è difficile arrivare a un pubblico adatto a te se sei completamente indipendente: finisci per non avere accesso alle realtà giuste.

Per un performer come te, la questione dei diritti connessi e il supporto di una società di collecting come NuovoIMAIE è centrale: come ti rapporti a questo aspetto del mestiere?

Ho un team che mi aiuta a gestire tutto, ma anche per l’artista è molto importante rimanere sul pezzo: ogni giorno c’è qualche norma che cambia o qualche scenario che si modifica leggermente. Bisogna conoscere ciò che ci riguarda direttamente, perché ne va della nostra tutela, ma è fondamentale anche poter contare su realtà professionali che si occupano di darci supporto in caso di bisogno.

Oltre ad avere un sound molto fresco, hai anche un linguaggio molto fresco: utilizzi spesso un mix di italiano, slang e inglese che rende molto comprensibili i tuoi brani anche da un pubblico internazionale.

Non sono senz’altro il primo a farlo, è una modalità che esiste fin dai tempi di Pino Daniele. A volte mi capita di pensare che potrei provare a esprimere i concetti in maniera più profonda, ma spesso questo andrebbe a discapito della musicalità, e preferisco lasciare perdere. Se qualcosa suona meglio in un modo, probabilmente deve essere scritta così.

Tiki Taka” è un perfetto esempio di questo tuo focus sulle sonorità della lingua e delle atmosfere: una metafora che arriva a tutti, una produzione che strizza l’occhio alla scena afrobeats…

Sono molto affascinato da generi come afrobeats e amapiano: ho tanti amici ghanesi e nigeriani che con i loro ascolti hanno molto influenzato la mia musica. Avevo già provato a sperimentare in questo senso e la trovo una direzione molto sensata, in linea con ciò che sta succedendo nel resto del mondo: anche giganti americani come Chris Brown stanno prendendo la stessa strada, ultimamente. In Italia, poi, abbiamo due artisti afrobeats fortissimi, Wado e Justin, che stanno facendo davvero tanto per diffondere questo tipo di sound anche da noi. “(M)Elodie” invece (il mio prossimo singolo) sarà più classicamente R&B: il titolo è un gioco di parole tra il concetto di melodia ed Elodie, per richiamare alla sensualità del brano.

Secondo te i tempi sono maturi perché scene italiane già creativamente molto floride, come appunto quella dell’afrobeats o dell’R&B, arrivino finalmente a diventare mainstream?

Potrebbe accadere, è un momento propizio. Soprattutto perché gli ascoltatori più giovani sono molto curiosi rispetto a ciò che succede all’estero, hanno molti termini di paragone e in Italia vanno alla ricerca della qualità. Insomma, il pubblico è pronto: bisogna solo trovare il modo di raggiungerlo.

In questo momento la scena R&B italiana è molto coesa e collaborativa nel cercare di perseguire questo obbiettivo…

Non siamo ancora in tantissimi, ma c’è già un bel movimento: è naturale darsi manforte. Gli artisti ci sono, il talento anche: cerchiamo di rimanere uniti e di collaborare, agevolandoci a vicenda. Io personalmente amo molto lavorare con artiste come Kuban o Martina May, perché abbiamo visioni simili.

 


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