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Musica e serie tv: cinque titoli da recuperare durante l'estate

08.08.2025 Scritto da Elena Palmieri

C’è musica in moltissime serie tv: nelle sigle, nelle colonne sonore, nei momenti chiave. Ma ce ne sono alcune in cui la musica non si limita a fare da sottofondo e diventa linguaggio narrativo, motore emotivo, tratto distintivo dei personaggi. In queste storie, la musica non si limita ad accompagnare, ma racconta. Titoli come, tra gli altri, "Stranger Things", che si prepara a chiudere con la sua quinta e ultima stagione, o "Mercoledì" di Tim Burton, tornata su Netflix ieri - 6 agosto - con la seconda stagione, hanno dimostrato quanto le canzoni possano plasmare l’identità di una serie e restare incollate alla memoria del pubblico, diventando virali o riscoprendo brani del passato. Ma ci sono serie che fanno un passo in più, per cui la musica è centrale, come tema e come atmosfera, esplorandone il potere attraverso storie intime, autobiografiche, dissacranti o profondamente romantiche. Per questa estate, ecco cinque serie da recuperare durante l’estate, tra band fittizie che sembrano reali, cantautori tormentati, produttori sull’orlo del collasso e classifiche sentimentali da riscrivere. Perché a volte, per capire davvero una storia, bisogna prima ascoltare la sua colonna sonora.

“Too much” (2025)

Potrebbe sembrare sbagliato descrivere “Too much” come una serie tv incentrata sulla musica. Eppure, quando c’è di mezzo Lena Dunham – creatrice, sceneggiatrice e protagonista di “Girls”, serie cult per ogni Millennial sognatore e malinconico – bisognerebbe sapere che le canzoni e tutto ciò che vi ruota attorno giocano un ruolo centrale. Nella nuova serie quasi autobiografica di Lena Dunham, da poco disponibile su Netflix, la musica tiene le fila del racconto e scandisce le personalità dei personaggi. Ogni nota, ogni suono e ogni parola non solo danno ritmo alla narrazione, come accade con “Slow like honey” di Fiona Apple e “Bigger than the whole sky” di Taylor Swift in due scene chiave. Gli artisti entrano direttamente nella storia, sia in modo evocativo – come accade con Bob Dylan – sia in modo concreto, con Rita Ora, star del nono episodio. Senza contare che uno dei protagonisti è proprio un cantautore. Scritta da Dunham con la collaborazione del marito, il musicista inglese Luis Felber, “Too much” racconta la storia d'amore tra una ragazza statunitense di nome Jessica – interpretata da Megan Stalter – che si trasferisce a Londra per lavoro, e Felix, un musicista britannico – interpretato da Will Sharpe.

“Daisy Jones & The Six” (2023)

Chiunque sia fan dei Fleetwood Mac, o anche solo dell’immaginario che circonda la storica band, soprattutto se nato in ritardo per vederla in attività, non può non aver visto “Daisy Jones & The Six”. Tratta dal romanzo omonimo di Taylor Jenkins Reid, la serie tv sbarcata su Amazon Prime Video nel 2023, è ambientata in una Los Angeles dominata dal rock degli anni Settanta. “Daisy Jones & The Six” racconta l’ascesa e la caduta della fittizia rock band protagonista, intervallando interviste in stile documentario ai membri del gruppo e scene cinematografiche, con riprese di concerti e sessioni di registrazioni. Attraverso canzoni originali che non fanno solo da sfondo, ma si impongono come voce narrante e cuore pulsante, la serie disegna una parabola di gloria e disgregazione, raccontata con l’intensità di una band che non è mai esistita, ma sembra uscita davvero dagli anni Settanta. 

"High Fidelity" (2020)

Per alcuni non avrebbe mai dovuto vedere la luce, per altri avrebbero dovuto farne una seconda stagione: il reboot di High Fidelity ha tenuto banco per una sola stagione, ma ha saputo colpire nel segno per diversi motivi. Innanzitutto, Rob non è più il protagonista maschile disilluso del romanzo cult di Nick Hornby o del film con John Cusack del 2000: qui Rob è una donna, interpretata da Zoë Kravitz, e questa semplice inversione di genere apre nuove prospettive su una storia fatta di ossessioni musicali, amori sbagliati e classifiche sentimentali. La serie, prodotta da Hulu nel 2020, non si limita a trasporre l'originale, ma lo rilegge con intelligenza e freschezza, portandolo nel presente tra Brooklyn, vinili e relazioni liquide. Zoë Kravitz, magnetica e vulnerabile, regge il confronto con l'iconicità del film — e in un curioso gioco di rimandi, è la figlia di Lenny Kravitz e Lisa Bonet, la quale nel film interpretava Marie De Salle, una delle conquiste di Rob. Un solo ciclo di episodi è bastato a costruire un piccolo culto contemporaneo, aggiornando la domanda di fondo: come si sopravvive ai propri fallimenti affettivi senza smettere di credere che la musica possa salvarci? Preparando una playlist, probabilmente.

"Pistols" (2022)

Per alcuni era un’eresia, per altri un doveroso tributo a una delle band più incendiarie della storia del rock: "Pistol", la serie diretta da Danny Boyle, ha fatto discutere ben prima di arrivare sullo schermo. A far rumore, più della colonna sonora, sono stati i battibecchi tra gli ex compagni di band nei Sex Pistols: John Lydon, a.k.a. Johnny Rotten, ha tentato (invano) di bloccarne l’uscita, dichiarandosi tradito e frainteso, mentre gli altri membri hanno sostenuto il progetto come un modo per riappropriarsi di una narrazione spesso mitizzata e travisata.
Tratta dalle memorie del chitarrista Steve Jones, "Pistol" non cerca di essere una cronaca oggettiva: è un racconto viscerale, soggettivo, sporco e rumoroso come la musica che l’ha ispirato. Ma a sorprendere è anche lo spazio dedicato a chi, pur non facendo parte della band, ha avuto un ruolo fondamentale in quella rivoluzione culturale: Chrissie Hynde, interpretata con intensità e grazia da Sydney Chandler, emerge come figura autonoma e magnetica, ben lontana dal semplice ruolo di comparsa nel mondo dei Pistols. Per raccontare il punk non basta alzare il volume: bisogna mostrarne le crepe, i legami spezzati, le contraddizioni. "Pistol" lo fa con rabbia, ma anche con un inatteso sguardo di tenerezza.

"Vinyl" (2016)

C’era tutto, almeno sulla carta: la New York degli anni Settanta come teatro, l’industria discografica come campo di battaglia, e dietro le quinte una squadra da capogiro: Mick Jagger, Martin Scorsese, Rich Cohen e Terence Winter. "Vinyl", andata in onda su HBO nel 2016, prometteva di raccontare la nascita del rock moderno con un occhio sporco, lucido e disilluso. E lo ha fatto, ma non nel modo che tutti si aspettavano.
Non è una serie che ti prende al primo ascolto: "Vinyl" è stratificata, ossessiva, a tratti persino respingente, come certi concept album che solo dopo un po’ svelano il loro senso profondo. Tra eccessi di droga, ego che esplodono e band che nascono e muoiono in un singolo weekend, la serie segue la parabola di Richie Finestra, produttore sull’orlo del crollo personale e professionale. Ma è anche un affresco doloroso e affascinante su un’epoca in cui tutto sembrava possibile — finché non si scontrava con la realtà. La seconda stagione era stata annunciata, poi cancellata. Come se anche la serie fosse finita vittima di quello stesso sistema discografico che voleva raccontare.

(Articolo originale su Rockol.it)

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