Motta non è uno a cui piacciono le celebrazioni e mette subito le mani avanti nel parlare della ristampa de “La fine dei vent’anni”, il suo album d’esordio, che usciva nei negozi dieci anni fa e che ora torna in una nuova edizione, espansa: “Non è un’operazione fatta per soldi, come la maggior parte delle operazioni. Quando sui social è partito il trend del revival del 2016 ho pensato di annullare tutto: non volevo che questo progetto per qualcuno potesse cavalcare quella roba. Non c’è nostalgia: è un modo per fare pace con un periodo della mia vita”. Era il 18 marzo del 2016 quando il disco arrivò nei negozi.
Sulla copertina il faccione in bianco e nero del cantautore, con dei lineamenti e un ghigno da Lou Reed della provincia Toscana. Fino a un paio di anni prima era stato il leader dei Criminal Jokers, band simbolo per i seguaci della scena new wave toscana. Poi, nel 2014, il trasferimento a Roma per studiare composizione di musica per film al Centro Sperimentale di Cinematografia. E la svolta. A distanza di un decennio “La fine dei vent’anni” torna nei negozi in varie configurazioni: un cofanetto deluxe autografato in edizione limitata che contiene l’album originale in vinile bianco e il doppio vinile tratto dal concerto all’Alcatraz del 2017 con foto inedite e un vinile bianco autografato. Motta tornerà a suonare integralmente il disco che nel 2016 gli fece vincere la Targa Tenco come “Opera prima”: qui le date.
Partiamo dalla domanda più banale: perché celebrare il decennale di questo disco? Cosa ha rappresentato per te e cosa pensi abbia rappresentato per il cantautorato romano e nazionale degli anni Duemiladieci?
Quel disco ha rappresentato un me che non c’è da un po’ e che mi ha nuovamente incuriosito andare ad analizzare, a riascoltare. Forse era scemata la paura di essere cambiato. In tutti questi anni c’è stato un approccio quasi troppo lucido in fase di scrittura: “Quella cosa la tengo, quella no”. Invece è stato molto emozionante rivedere le foto, così libere, del tour. Almeno quelle pubblicabili. Perché ce ne sono anche alcune non pubblicabili, almeno per adesso (ride, ndr). Quello che è successo quell’anno è stato talmente sconvolgente per me, dopo dodici-tredici-quattordici anni che suonavo. Il fatto che io abbia fatto così tanta gavetta mi ha paradossalmente reso ancora meno preparato allo shock arrivato quell’anno.
In che senso?
Per me da ex turnista e da fonico, era assolutamente normale che ci fossero cinquanta persone ai concerti, che nessuno sapesse chi cazzo fossi e che non ci fosse una lira. Mi ero abituato. Lo shock di vedere a un certo punto 2 mila persone che cantavano le mie canzoni mi destabilizzò. Questa mi sembrava un’occasione per fare pace con quel momento, a distanza di dieci anni.
Perché avevi litigato con quel momento della tua carriera?
Perché a un certo punto, già dal secondo disco, tutti cominciarono a parlarmi di quell’album come se l’avesse fatto un’altra persona: “Eh, però il primo disco…”. Tutto ciò che facevo veniva paragonato a quel progetto. Ma un primo disco è come una prima presentazione. Non posso ripresentarmi, non si può ripetere.
A riascoltare oggi “La fine dei vent’anni” cosa pensi?
Che non è affatto invecchiato. E che rappresenta alla perfezione quello che ero in quel momento. Avevo lasciato i Criminal Jokers e la Toscana e mi ero trasferito a Roma a studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Stavo male. Venivo dalla fine di una band. Se ripenso a quel periodo, provo tristezza. Facevo i servizi socialmente utili perché mi avevano sequestrato la patente. Mi ero lasciato con la mia ex e non avevo una lira in tasca, nonostante facessi il turnista dei Pan Del Diavolo e di Nada, e il fonico degli Zen Circus. Lavoravo un sacco, ma non guadagnavo niente. I miei, che mi avevano sempre supportato, cominciavano a dirmi: “Quindi?”.
Perché quel disco è stato generazionale?
Perché ha raccontato una generazione piena di sogni e di idee, ma con pochissimi mezzi per realizzarli perché “incastrata”. Una generazione di mezzo, una generazione di passaggio tra il mondo della tecnologia e dei social e il mondo precedente. Una generazione senza libretto di istruzioni. Ho molta fiducia nei giovani di oggi perché sono dentro il loro tempo e le sue dinamiche, molto più di quello che eravamo noi.
Roma quanto è stata centrale nel processo di realizzazione?
Il disco è stato legato alla scena di quel periodo. Ma non c’entrava niente con i vari esponenti di quel circuito indie. Lo vedevi dai live. I brani duravano anche un quarto d’ora, con code strumentali lunghissime. Una roba fuori dai canoni. Roma è stata comunque centrale nel processo. Basti pensare che l’incontro con Riccardo Sinigallia è avvenuto proprio nella Capitale. All’inizio doveva darmi una mano con un paio di testi e basta. La produzione avrebbe dovuto farla un’altra persona.
Chi?
Manuele Fusaroli, lo stesso produttore dell’ultimo disco dei Criminal Jokers.
E poi cos’è successo?
Sin dal primo incontro ho capito che Riccardo era la persona giusta. Erano anni che volevo conoscerlo. Apprezzavo quello che faceva. Nonostante per molti fosse conosciuto più come produttore che come cantautore, a me piaceva tantissimo quello che scriveva. Fu abbastanza fermo nel dirmi che tutto quello che avevo fatto nella mia stanzina al Pigneto doveva rimanere, a livello di registrazione. Di solito un produttore ti dice: “Questa cosa cerchiamo di farla meglio, registriamola in maniera più pulita”. Per lui, invece, l’arma vincente era proprio il fatto che i provini che gli avevo portato si portassero dietro un’idea particolare, diversa. Il mio motto era: “Non voglio fare come gli altri”. Non voglio addentrarmi in tecnicismi, ma banalmente anche l’accordatura della chitarra era sporca, volutamente imperfetta.
Cos’è che hai imparato da Sinigallia, in quei mesi?
Mi ha conquistato con una frase, che mi porto ancora dietro: “Non devi fare musica bella: devi fare musica tua”. Lì si è creata la magia. Avrei voluto fare con lui anche il secondo disco. È stato Riccardo a dirmi di no.
Perché?
Dopo “La fine dei vent’anni” intorno a me si crearono pressioni e aspettative dal punto di vista discografico. Fare il secondo disco sarebbe stato diverso. Riccardo ha preferito non produrre l’album successivo un po’ per difendere il nostro rapporto e un po’ per non forzare la mano su una cosa che aveva molte più pressioni dal punto di vista discografico. Ci sono rimasto male. Ma oggi dico che sono contento che sia andata così. Il bene e la stima sono rimasti immutati.
I concerti saranno incentrati proprio su “La fine dei vent’anni”?
Sì. Suonerò tutto “La fine dei vent’anni”, portandomi sul palco anche il rullante della batteria, come facevo nel tour di dieci anni fa. E dopo aver suonato tutto “La fine dei vent’anni” farò un brano nuovo che mi sembra il proseguimento lineare di quel discorso.
Una reunion con Riccardo Sinigallia è prevista?
Se Riccardo ha voglia, perché no? Sarei contentissimo e sarebbe la chiusura del cerchio perfetta.
Oltre all’inedito che suonerai in concerto, c’è nuova musica che bolle in pentola?
Sì, sto lavorando al disco nuovo. I brani che sto componendo hanno dentro un sacco di ironia e di gioia. Sono tornato a divertirmi come facevo nel tour de “La fine dei vent’anni”. Negli ultimi anni ho raccontato molto di me, di come stessi, di cosa fosse cambiato. Questa cosa di ego-riferirsi nei testi mi annoia. Non solo negli altri cantautori, ma anche di me. Dopo il dramma della pandemia ho capito che è molto più interessante parlare di ciò che accade fuori.
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