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Michele Bravi: "Le mie canzoni, tra cantautorato e teatrale"

15.04.2026 Scritto da Adelia Brigo

Michele Bravi non lascia dubbi sull'intenzione del suo nuovo album in uscita venerdì 17 aprile. Il titolo è una dichiarazione d'intenti: "Commedia Musicale". Dopo la partecipazione all'ultimo Festival di Sanremo con "Prima o poi", il cantante di Città di Castello, classe 1994, presenta un progetto nuovo, undici tracce, che creano una narrazione vera e propria dal punto di vista musicale e testuale. «Ho cercato di scrivere una commedia musicale sulla quotidianità, anche sulle parti più rotte delle cose», racconta Bravi, presentando un disco che definisce un viaggio psichedelico e sinfonico. Un racconto dove però non mancano riferimenti ai temi attuali, alle difficoltà della vita, alla società contemporanea e ai suoi interrogativi. Un lavoro prodotto insieme a Carlo di Francesco, diverso dai precedenti per struttura e sonorità, che porterà il vincitore della settima edizione di X Factor (era il 2013) in tour da maggio.

Perché hai scelto di intitolare il tuo album Commedia musicale?
«Questo disco nasce da un’idea molto semplice: quando sei in giro con le cuffie, a volte dentro di te parte un musical. Mi piaceva l’idea di ribaltare il mondo per capirlo meglio. Musicalmente, poi, la commedia musicale è un genere che sta tra operetta e rivista: ho cercato di unire una scrittura popolare, pop, trasversale con una narrazione musicale più sinfonica, orchestrale. Sulla commedia c'è tanto da dire: storicamente, racconta il reale con ironia e critica, spesso partendo da un punto di vista più popolare».

Come avete lavorato a questo disco?
«Abbiamo lavorato come si fa per una musica per sceneggiatura. Ogni canzone è una scena, con una sua narrativa che evolve lungo tutto l’album. C'è una narrativa che per ognuna delle undici canzoni ha il suo approccio. Siamo partiti da una scrittura essenziale, piano e voce, e poi abbiamo costruito il suono in base a ciò che ogni scena richiedeva e richiamava. L'atteggiamento è stato molto cinematografico».

Il disco ha una forte dimensione narrativa molto forte, tra autobiografia e sguardo sulla realtà ma con uno sguardo che potremmo definire sognante. È così?
«Sì, c'è uno sguardo "commediante" rispetto alle cose, anche a quelle più "sbavate" del quotidiano. Però è un disco autobiografico, perché quando scrivi parli sempre di te. Ci sono anche riflessioni più ampie, per esempio sulla genitorialità o sulle istituzioni. Penso a brani come "Genitore 3" (singolo che anticipa l'album) o "L’uomo invisibile". C’è anche una componente satirica, ma sempre con uno sguardo gentile. Il tono resta quello della commedia: sorridente, anche quando racconta cose più difficili».

È un disco che nasce da una tua maturità diversa a livello artistico e personale?
«Lo spirito iniziale è nato dal recupero di ciò che ascoltavo a casa. In passato nella mia scrittura ero spesso più intimista, riflessivo, cervellotico, a volte anche troppo cerebrale. Qui invece ho cercato di togliere quella struttura poetica e andare verso qualcosa di più celebrativo rispetto alle cose.Sono cresciuto con i miei nonni, persone molto umili, anche senza una formazione culturale nel senso classico. Ascoltavano la musica “al bisogno”. Mia nonna ascoltava Edith Piaf senza sapere chi fosse o che cantasse in francese, ma quella musica le parlava e quello che le stava dicendo le faceva bene. Era una generazione che aveva vissuto la guerra, erano bambini sotto la guerra, eppure aveva un bisogno fortissimo di celebrare la vita. Avevo perso a quella cosa lì e sono contento di averla ritrovata».

Che ruolo hanno avuto Carlo Di Francesco e Alterisio Paoletti nella costruzione del disco? Hanno capito il tuo spirito?
«Il disco era già scritto, ma non ero sicuro che fosse un’idea solida. Sono stati loro a darmi una geometria più chiara e forte, uno sguardo esterno che mi ha aiutato a credere in quello che avevo fatto. Mi hanno dato quella spinta, quella sicurezza per dire: è il momento giusto per fare questa cosa. Era un disco che volevo scrivere da anni, raccontare la musica con una narrazione teatrale e loro l'hanno colta e mi hanno spinto nel seguire quella intuizione. Non sappiamo se funzionerà sul mercato, ma è la narrazione che oggi mi appartiene. È coerente con quello che ho fatto fino ad oggi e con un pensiero che oggi prende forma».

Questa dimensione teatrale si ritroverà anche nei live?
«Sono anni che che nei miei concerti provo ad unire la musica e la prosa, ma l'ho fatto sempre in modo più timido e moderato. Qui invece il disco nasce già come spettacolo, pensato già in scena. Rimane un concerto, ma si apre completamente alla dimensione della commedia musicale».

Dal punto di vista musicale, dove ti collochi oggi? 
«Non lo so, e non lo capisco nemmeno nelle mie cose. C’è talmente tanta offerta oggi che tutto è molto più frammentato. Dodici anni fa quando ho iniziato c'era spazio per raccontare un disco, oggi c'è tanto, tante cose che escono e che devono trovare un loro spazio. A livello di genere non so dove sono, forse per questo ho sentito il bisogno di definire già nel titolo dell'album il genere. Scrivo le mie canzoni, quindi potrei dire cantautorato, ma la forma è teatrale. È qualcosa a metà. Come ascoltatore invece sono molto eclettico: mi capita di amare dischi anche lontani dal mio stile».

Hai lavorato con diversi giovani autori in questo album. Com’è stato questo confronto?
«Io sono abituato a scrivere da solo, ma mi piace molto il dialogo e mi piace conoscere lo sguardo più giovane sulla costruzione delle canzoni. Ho incontrato autori o persone senza l’idea di dover per forza scrivere un disco, ma poi è nato un rapporto artistico, in modo naturale. Con persone come Rondine c’è stato un vero scambio: ha portato uno sguardo diverso, un colore che da solo non avrei trovato. La scrittura, per me, funziona quando c’è contraddittorio, quando qualcuno ascolta davvero quello che stai facendo».


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