Dentro “Michael”, il biopic che vuole raccontare il mito musicale e la fragilità umana di Michael Jackson, di emozionante c’è soprattutto la sua musica, oltre alla somiglianza del protagonista Jaafar Jackson con la popstar che interpreta. Un risultato che è testamento dell’efficacia e della riuscita delle hit del periodo d’oro del re del pop: il film arriva nei cinema oggi, 22 aprile, dopo la prima la prima europea dello scorso weekend - La colonna sonora sarà invece disponibile dal 24 aprile in digitale e formato fisico, insieme ad alcune edizioni da collezione degli LP di Jackson.
Come vi raccontavamo, Jaafar Jackson è alla sua prima esperienza da attore e ballerino professionista: la somiglianza con lo zio MJ, un trucco prostetico davvero efficace e un ottimo lavoro sulla gestualità e la voce fanno il resto: la sua interpretazione è riuscita e molto calzante, ha un che di genuino, lontano dai calcati manierismi del collega Rami Malek nei panni di Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”.
Film biografico musicale che viene naturale citare a pietra di paragone, perché il produttore dietro l’operazione è lo stesso e il risultato, almeno dal punto di vista informativo, è davvero molto simile. Il Michael Jackson di “Michael” non è nemmeno uno dei tanti possibili MJ che si possono raccontare a partire dalla sua storia fatta di record musicali, fatti di cronaca giudiziaria, gossip, infinite polemiche ed eredità che si è lasciato dietro il re del pop. È quasi un personaggio di fantasia ancorato al nostro ricordo della popstar, privato di qualsiasi conflitto e quindi, di conseguenza, privo di profondità. Il che non vuol dire che il film non funzioni, anzi: esattamente come “Bohemian Rhapsody” si ancora alla forza dei brani del cantante, che è raccontato come tale fin dall’inizio del film. Quando è in difficoltà, “Michael” si nasconde dietro la musica, tanto che quando diventa più difficile schivare le questioni spinose, ecco che il numero dei pezzi suonati aumenta a dismisura. Entrambi i film nella seconda parte scivolano quasi nel concerto live, assottigliando via via la propria narrazione, nascondendo la debolezza delle proprie argomentazioni dietro la forza di hit come “Bad”, “Thriller”, “Billie Jean” e altri pezzi pop davvero epocali, che per sound e messa in scena sono freschi come all’uscita.Tanto che, cinicamente, viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio puntare su un’operazione alla “Mamma mia!”, creare una storia fittizia a partire dalle canzoni al posto che raccontare un personaggio che fatica davvero tantissimo a diventare una persona. Anche perché, sin dalla prima scena, il piccolo Michael (interpretato dal talentuoso Juliano Krue Valdi) ci viene presentato come l’eletto, il prescelto della musa musicale. Così come l’eroe delle fiabe, ha un dono, un talento unico che non viene raccontato nemmeno come generazione (il classico “una voce come la tua nasce una volta a generazione”) ma addirittura senza nulla di paragonabile prima o dopo. A dirlo poi è il Quincy Jones interpretato da Kendrick Sampson, che lo aiuta a cominciare la propria carriera solista uscendo dal giogo della tirannia paterna. Al povero (ma sempre bravissimo) Colman Domingo invece spetta il ruolo caricaturale del papà manager crudele, violento e avido, senza che il film si premuri davvero di spiegare da dove venga o cosa alimenti questa smania.
Il difetto principale di “Michael” è infatti quello di fornire una serie di risposte di cui però non pone le domande, tanto che sta allo spettatore capire a cosa si riferiscano certe allusioni lasciate fluttuare a mezz’aria. Non è che il film non tocchi alcuni capitoli controversi della vita del cantante - vedi per esempio l’ossessione per la chirurgia estetica e lo sbiancamento della propria pelle - ma manca il filo conduttore, la motivazione profonda. Viene liquidata con un colpo di spugna tutta l’enorme questione razziale intrinsecamente connessa al mito americano della famiglia Jackson, che a ben vedere risponderebbe a molte delle domande che il film non si pone ma a cui dà risposta: la smania del padre di farcela, l’ossessione di Michael verso un aspetto più “caucasico”, il suo complicato rapporto con il mito di Elvis (il bianco che rese popolare “la musica dei neri”). Non si fa invece cenno ai suoi rapporti con la sua stessa comunità, se non raccontando il making of dell’iconico video di “Thriller”; un dietro le quinte che meriterebbe un film a sé stante e che questo biopic non riesce davvero a raccontare nella sua straordinarietà.
L’aspetto affascinante è che questo film, che vede nella sua troupe un’incredibile numero di persone che Michael Jackson l’ha conosciuto veramente e ci ha lavorato a stretto contatto per anni, restituisce un’immagine tanto superficiale del personaggio (mai della persona), spiegando così poco del suo processo creativo e musicale da risultare parziale anche a chi, come noi, non l’ha mai conosciuto e probabilmente nemmeno visto esibirsi. Il Michael qui ritratto - una persona che subisce con un’attitudine quasi cristologica gli abusi del padre e le tragedie della propria professione - è talmente parziale che ha spaccato in due la stessa famiglia Jackson. Una parte sostiene l’operazione, l’altra vuole averci così poco a che fare che ha proibito di essere inclusa nel film. Solo che, da spettatori, è difficile credere a questo Michael e alla vita che ci viene raccontata, da cui è stata completamente eradicata una figura cruciale(anche in ambito creativo, figurarsi umano) come la sorella Janet, che qui non compare, né viene mai nominata. Per una lunga e complessa questione giudiziaria, il film non può nemmeno nominare le accuse di abusi ai danni di minori che sono state mosse al cantante, la cui storia è ammantata da una tale aura di predestinazione messianica che sembra quasi sia distaccato rispetto agli stessi drammi che vive. Pochi, perché questo film è un’ascesa senza frizione al successo, che vive una brusca caduta con l’incidente sul set dello spot della Pepsi e poi riparte, quasi senza frizione, verso il livello successivo di realizzazione musicale.
Cosa lascia dietro di sé, dunque, “Michael”? Esattamente come successo per “Bohemian Rhapsody”, dal film si esce emozionati dalla musica di MJ e vogliosi di riascoltarla, che poi è il senso e il fine di buona parte di queste operazioni biografiche. Non è nemmeno un film propriamente brutto nel suo semplicismo, perché emoziona a livello umano, fa muovere la testa a tempo e sussurrare i testi sottovoce. Però non racconta in modo incisivo l’uomo e l’artista Michael Jackson, ciò che lo rese estremamente famoso, infelice e poi controverso. O meglio, mostra alcune conseguenze appena accennandone le cause, spiegando così poco di come e da dove siano nate le canzoni: brani leggendari che sembrano un dono inspiegabile (perché inspiegato), un autentico miracolo musicale.
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