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Mazzariello: 'L'autoironia di Jannacci mi accompagna sempre'

02.04.2026 Scritto da Marta Blumi Tripodi

NuovoIMAIE propone una serie di incontri con protagonisti e protagoniste del panorama musicale italiano per parlare dei loro progetti, ma anche per approfondire le dinamiche che ruotano intorno all’essere Artista Interprete Esecutore.

Nel nuovo millennio il mestiere di cantautore è sempre più sfaccettato: c’è chi arriva dal rap, chi scrive direttamente su beat, chi sperimenta con la musica elettronica, chi non rinuncia a esibire complesse coreografie sul palco. La classica figura a cui siamo stati abituati nel ventesimo secolo (un ragazzo che imbraccia una chitarra, lo stesso strumento con cui di solito ha scritto quelle canzoni) è sempre più rara. Per fortuna alcuni ancora incarnano questo archetipo, come ad esempio Mazzariello, che non rinuncia però a portare nella sua musica tutta la freschezza dei suoi 24 anni. Con la sua “Manifestazione d’amore” lo abbiamo visto a Sanremo Giovani lo scorso febbraio, dove non solo ha sbaragliato la concorrenza ad Area Sanremo, ma ha anche vinto il premio Enzo Jannacci, assegnato ogni anno da NuovoIMAIE a una delle Nuove Proposte del Festival di Sanremo. “Artista gentile, inconsueto e sincero, con il suo brano ha saputo coniugare in maniera originale la ricerca musicale con riferimenti storici importanti, a una storia d’amore legata a immagini critiche del tessuto sociale”; questa la motivazione fornita dalla giuria del premio, composta da Paolo Jannacci (figlio di Enzo), Dodi Battaglia (portavoce NuovoIMAIE del settore Musica) e Settembre (vincitore del premio lo scorso anno). Quando lo raggiungiamo al telefono è da poco tornato a Milano, città da cui ripartirà a breve per i live estivi (il suo tour nei club, "Grandi Successi dal vivo", ripartirà invece da settembre proprio da Milano).

Come sta andando il post-Sanremo?

Benissimo. Sono stato da poco a Fiano, il paese in provincia di Salerno dove sono cresciuto, per incontrare amici e famiglia; alla fine ho incontrato praticamente tutto il paese. Sembravo un soldato tornato vittorioso dalla guerra! (ride) Un’accoglienza bellissima: sono stato in visita alle scuole elementari e medie dove gli studenti mi hanno cantato in coro “Manifestazione d’amore”, ho ricevuto un’onorificenza, tutti mi fermavano per strada… Nei posti piccoli è talmente surreale che un tuo concittadino finisca all’Ariston che è come se anche gli altri vivessero quell’esperienza attraverso te. Tornare a casa e vedere così tante persone commosse mi ha riconciliato con tante cose: dopo un po’, quando la musica diventa un lavoro, rischi di dimenticarti l’effetto che ha sulle persone reali.

Tu ormai sei un veterano del Festival: negli ultimi due anni hai collezionato partecipazioni a Sanremo Giovani, Area Sanremo e anche la finalissima sul palco dell’Ariston…

Si può dire che sia stato un caso: l’anno scorso avevo provato Sanremo Giovani senza arrivare alle fasi finali, ma vedevo che la mia canzone, Amarsi per lavoro, era molto piaciuta, cosa che mi ha incoraggiato a riprovarci. Manifestazione d’amore non è un brano nato per Sanremo: in passato ci avevo provato, a scrivere apposta per una stagione o un evento, ma non mi riusciva mai bene. Così all’ultimo, quando ho capito che il pezzo avrebbe potuto prestarsi comunque allo scopo, ho tentato Area Sanremo. L’ho vissuto in modalità “Hunger Games”: ero il tributo della Regione Campania! (ride) Eravamo 500 candidati, e ogni giorno ci dicevano chi era passato al turno successivo. A un certo punto ci siamo ritrovati in 20, poi in dieci, alla fine in due… Non potevo crederci. Suonare all’Ariston è stata un’emozione, ma sicuramente mi ha aiutato molto l’esperienza dell’anno precedente.

I concorsi sono una dinamica tipica di altri contesti, come lo sport: per un musicista spesso è strano ritrovarsi in gara. Tu come la vivi?

Sono più competitivo sui videogiochi, lo confesso. La musica per me non è fatta per le graduatorie: come si fa a dire che Manifestazione d’amore è più bella o più brutta di un’altra canzone? Nel momento in cui però decidi di intraprendere un percorso come quello di Sanremo, sei in ballo e devi ballare. Ho cercato di fare una bella esibizione, di dare il massimo e di essere me stesso fino in fondo, cosa che non si può dare sempre per scontata in un contesto televisivo.

Hai anche vinto il premio Enzo Jannacci assegnato da NuovoIMAIE, uno dei riconoscimenti più importanti per la categoria Giovani. Che significato ha per te?

È stata una soddisfazione incredibile, soprattutto perché ci tengo tantissimo ai testi. Jannacci è stato un cantautore molto ironico e autoironico, ha sempre usato la lente della comicità per tradurre la realtà che lo circondava, e nel mio piccolo provo a farlo anche io. In effetti mio padre mi faceva ascoltare spesso i suoi dischi quando ero bambino: evidentemente qualcosa è rimasto.

A proposito di ironia e autoironia, il tuo ultimo EP ha un titolo geniale: “Grandi successi”.

Mi trasmetteva un mood perfetto per il Festival della Canzone Italiana! E poi ha un doppio significato, perché in questo EP ci sono tutti i miei piccoli grandi successi, personali prima ancora che musicali: essere arrivato a Sanremo, avere la possibilità di andare in tour… Sono cose che non do assolutamente per scontate.

La presenza sul palco e la performance dal vivo è una parte importante della tua identità artistica. Dal tuo punto di vista di emergente, com’è al momento la situazione del comparto live in Italia?

Ho iniziato a suonare in giro dopo la pandemia, e nonostante tutti dicano che prima era più facile, io non posso lamentarmi. Il live è una grandissima scuola: se all’Ariston era tranquillo è anche perché ho alle spalle una lunga gavetta in locali o piazze con un’acustica pessima. Essere in grado di portare a casa la serata in ogni condizione mi ha sicuramente aiutato, perché quando mi sono ritrovato in una macchina dove tutto funziona, come Sanremo, a maggior ragione sono stato in grado di dare il meglio. Al di là di questo, per il futuro auspico che non ci siano più zone in cui è difficile portare il proprio show: nella mia provincia, ad esempio, le occasioni e le possibilità non sono tante, soprattutto per i cantautori emergenti. Sarebbe bello incuriosire i giovani ad ascoltare nuova musica, anziché puntare tutto sempre e solo sulle cover band (a cui sono molto affezionato, sia chiaro: fosse per me ne fonderei una subito dedicata agli Oasis!).

C’è qualcosa che per te sarebbe davvero utile per gli artisti emergenti, a livello istituzionale e strutturale?

Vorrei che ci fossero maggiori tutele per chi ci lavora. Non parlo tanto dei frontman, ma di tutti coloro che suonano per vivere: i musicisti, i turnisti, le backing band. Da un momento all’altro puoi ritrovarti senza lavoro, e avere un paracadute ancora più solido sarebbe utile. Nessuno di noi ha la certezza di poter fare questo lavoro per tutta la vita, e non tutti possono permettersi di fare il mestiere dell’artista, se non hanno le spalle coperte in partenza.


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