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Marlene Kuntz e "Il vile": “C’è fame di rock anche tra i giovani”

29.04.2026 Scritto da Elena Palmieri

A trent’anni dalla pubblicazione di “Il vile”, originariamente uscito il 26 aprile 1996, i Marlene Kuntz continuano a celebrare dal vivo il loro secondo album, tra i più importanti della loro carriera e del panorama rock alternativo italiano. Dopo un primo tour primaverile e la riedizione del disco, ristampato e arricchiato da 11 tavole del fumettista e illustratore Alessandro Baronciani, Cristiano Godano e soci sono pronti a tornare in azione per la parte estiva della tournée "Marlene Kuntz suona Il Vile". La nuova serie di concerti attravererà festival e palchi all’aperto in tutta Italia tra giugno e settembre prossimi, con tappa il 20 giugno a Lido di Camaiore per il festival La Prima Estate dove la band sarà headliner di un cartellone condiviso con Ministri, Casino Royale e Si! Boom! Voilà.

"Siamo in genere abbastanza spavaldamente sicuri che, se noi siamo bravi e suoniamo bene, comunque tiriamo dentro anche chi non è lì per noi", racconta Godano a Rockol in un'intervista per presentare le nuove date per celebrare "Il vile", in un ritorno a quell’urgenza espressiva e a quell’intensità “sanguigna” del rock che quell'album e la band continuano a incarnare, intercettando non solo la memoria di una generazione, ma anche la curiosità - forse inattesa - di un pubblico nuovo.

Le canzoni di “Il vile” hanno compiuto trent’anni: che effetto fa?
In realtà, alcune ne hanno anche più di trent’anni. Il disco ha festeggiato i trent’anni il 26 aprile, ma diversi brani erano già stati pensati prima di “Catartica”, in quella fase che possiamo definire di gavetta. Ricordo bene “Ape Regina” e “3 di 3”: avevamo provato a inserirle già in “Catartica”, ma non funzionavano come avremmo voluto, quindi le abbiamo messe da parte. Poi, quando è arrivato il momento di lavorare a “Il vile”, le abbiamo riprese e, naturalmente, siamo riusciti a farle funzionare molto meglio.

Tra marzo e aprile avete riportato “Il vile” sui palchi per un tour primaverile, in vista delle date estive. Come sono andati i concerti?
La prima cosa che mi viene in mente è qualcosa che ha sorpreso un po’ tutti noi: l’energia davvero potente con cui siamo riusciti a stare sul palco. Oso dire che non sembravano concerti suonati da quattro sessantenni - tranne Sergio, il nostro batterista, che ha qualche anno in meno.
Siamo dei signori maturi che però non danno l’impressione di rincorrere una giovinezza ormai passata: ci stiamo dentro in modo spontaneo, naturale. Ho provato a darmi una spiegazione e credo - senza voler risultare né patetico né retorico - che c’entri molto l’amore con cui facciamo musica. Non esiste concerto che affrontiamo senza la stessa determinazione, la stessa voglia, come diciamo noi, di “spaccare i culi”: saliamo sul palco lucidi, carichi, felici. E soprattutto ci divertiamo. Questo per noi è fondamentale. Quando, finito il concerto, ci ritroviamo nei camerini a confrontarci su com’è andata, su come ci siamo sentiti e su come abbiamo suonato, e tutti e quattro siamo soddisfatti, lo siamo davvero, con una felicità che sembra quella del terzo concerto della nostra vita.

Che tipo di risposta vi è arrivata dal pubblico?
I concerti sono andati molto bene anche per la risposta del pubblico, sia in termini numerici sia affettivi. Ho percepito tanto rispetto, tanto amore nei nostri confronti. È chiaro che l’80-90% era il nostro pubblico, ma dopo trent’anni ricevere ancora una risposta così calorosa è un privilegio.
E poi c’è un altro aspetto importante: abbiamo notato una presenza davvero significativa di facce giovani sotto il palco. Io, in realtà, vedo sempre tutto un po’ di sfuggita perché sono molto concentrato sul mio “viaggio personale” - sulle parole, sulla performance, su quelle derive quasi psichedeliche dei nostri pezzi che ti portano altrove. Però tutti abbiamo notato questa cosa. E tenderei anche a escludere che fossero semplicemente figli dei fan della prima ora: ho visto molti ragazzi che non c’entravano nulla con il nostro pubblico storico. Gente che, per ragioni magari difficili da spiegare, è venuta a vedere un disco di trent’anni fa, con un suono ben preciso, un rock sanguigno.
Questo fa pensare che esista ancora una certa fame di questo rock anche tra i giovani - non tutti, ovviamente, perché sappiamo bene che il rock oggi non è al centro delle loro fascinazioni. Però vedere quelle facce lì, sotto il palco, fa sperare.

Forse non è del tutto sbagliata la sensazione che ci sia, anche da parte delle nuove generazioni, un recupero di certe sonorità e di quell’urgenza che il rock, più di altri generi, riesce ancora a restituire. Alcune notizie recenti suggeriscono che popstar come Charli XCX e Beyoncé siano in procinto di lavorare su progetti di matrice rock.
Spesso ho provato a capire se dietro questa sensazione ci fosse qualcosa di razionale, o se fosse solo un’impressione. Mi sono chiesto perché a me - e non solo a me - sembri quasi scontato dire che la musica di oggi non è bella come quella di una volta: è una sorta di litania che ritorna continuamente. Poi mi dico anche che probabilmente i ragazzi di oggi, quando avranno 50 o 60 anni, diranno la stessa cosa della musica della loro epoca. Quindi cerco di non cadere in quella trappola. Però forse qualcosa di vero c’è. Io lo riconduco a una certa intensità: è come se la musica di oggi avesse un po’ perso quella componente più sanguigna, che è propria del rock - non quello annacquato o costruito a tavolino per essere commerciale, ma quello più autentico.
Negli ultimi anni, quella caratteristica sembra essersi un po’ affievolita. E forse, è anche per questo che si avverte un ritorno verso qualcosa di più intenso, più viscerale, meno vincolato ai dogmi della produzione perfetta a tutti i costi: il suono impeccabile, il sound design, e così via. Detto questo, non ho certezze: è una sensazione, niente di più.

Anche perché poi si torna al discorso della ciclicità di alcune tendenze, la fascinazione per il passato e la nostalgia.
Pare quasi essere scientificamente provato che alla fine l’imprinting che riceviamo nella post-adolescenza, soprattutto noi amanti della musica - nel mio caso, per esempio, quando ero giovane per me la musica era vita - resti poi quello dominante per tutta la vita.
Ho sempre cercato di evolvermi, mantenendo un’attitudine curiosa, cercando di restare aggiornato senza forzature, per interesse autentico. Anche quando dico che il fatto che la qualità oggi è venuta meno ha a che fare con l’intensità, potrebbe in realtà dipendere molto dall’imprinting che ho ricevuto da giovane. Da giovane ero particolarmente suscettibile a questo tipo di intensità, questa potenza che mi veniva comunicata - e non necessariamente da band noise, ma anche dal songwriting di un cantautore. Però chi lo sa, potrebbe anche essere un altro tipo di bias anche questo, non lo so.

Tornando a “Il vile”, e restando su questo dialogo tra passato e presente: all’epoca della sua uscita il disco intercettò un’inquietudine generazionale. Quando lo avete ripreso in mano per la riedizione con Alessandro Baronciani e per il tour, hai avuto la sensazione che riuscisse a parlare anche alle disillusioni di oggi, per certi versi simili a quelle di allora?
È una domanda che ormai mi viene rivolta spesso e che mi ha costretto a rifletterci. Quando ho scritto quei testi ero il me stesso di allora: dentro c’era un’inquietudine molto legata - uso una parola che può far sorridere - alle mie paturnie esistenziali di quel periodo. Se oggi quei testi mantengono una connessione o una validità attuale, non so se il motivo sia da rintracciare nelle mie intenzioni forse premonitrici di allora o semplicemente nel loro essere, fra virgolette, universalizzabili.
Forse è per via dell'utilizzo poetico e preciso delle parole - di questo io mi faccio banalmente vanto: so di saper scrivere in un certo modo. E se guardo in retrospettiva, la rabbia, la frenesia, l’acidità che ci sono in quei testi - che poi ho contemperato nel corso del tempo, maturando – fanno veramente parte della storia dell'umanità.
Io non mento quando scrivo, non utilizzo argomenti che so che possono funzionare se non li sento davvero miei. Quella, per me, è la menzogna - che per carità, può anche starci. Ma nella poesia, e nelle canzoni in particolare, fare leva sui sentimenti che piacciono alla gente, per me è un'operazione falsa, non mi piace. Quindi, quello che scrivo corrisponde sempre al me stesso.
Di sicuro ci sono frasi nei testi delle mie canzoni - per esempio “Come stavamo ieri / Sarà così domani? / Dimmi di sì”, da “Come stavamo ieri” - che, se estrapolate, continuano a funzionare anche oggi Credo che molte persone al giorno d'oggi, soprattutto quelle un po' più avanti con gli anni, rimpiangano certi tempi percepiti come più “decenti”. Stiamo vivendo in un mondo che, dal mio punto di vista, è a rischio di deriva - anzi, la deriva forse è già iniziata.

Riprendendo lavori del passato, come in questo caso “Il vile” a trent’anni di distanza, c’è qualcosa che oggi ti sorprende del te stesso di allora?
No, direi più no che sì. Queste canzoni ce le ho stampate in testa: non è che riascoltandole, o riprendendole per preparare la scaletta - anche quelle che non suonavamo da un po’ - abbia provato una sensazione di sorpresa. Io sono completamente dentro a queste canzoni, ne sono permeato. E credo lo dimostri anche una cosa di cui vado orgoglioso il giusto: i tecnici con cui lavoro, abituati a collaborare con tanti artisti, mi dicono spesso che sono l’unico che non usa il gobbo. Attualmente, credo di avere in testa, a memoria, una cinquantina, forse sessantina, di pezzi.
Per me non c'è nessuna sensazione straniata o di sorpresa per qualcosa fatto trent'anni fa, perché mi segue, mi insegue totalmente. Sono consapevole del percorso artistico che ho fatto. E sono anche molto consapevole che una lunga sequela di espressioni, di modi di creare, e di immagini che io avevo trent'anni fa, si è contemperato in altro. Ma questo fa parte del percorso umano di chiunque. Uno scrittore, per esempio, che scrive le sue opere nel corso di una trentina o di una quarantina d'anni, alla fine non scriverà mai esattamente come all’inizio. Nel mezzo c'è una vita vissuta.

Nel momento in cui avete deciso di celebrare “Il vile”, con che tipo di intento vi siete mossi?
Prima di tutto, il musicista ha la consapevolezza che questo tipo di operazioni funzionano. È inutile girarci intorno. Non siamo gli unici: sono state annunciate reunion, anniversari, celebrazioni di dischi o di carriere. Purtroppo, sono le cose che smuovono molta più gente. Nel mio mondo ideale desidererei tanto che fossero i dischi nuovi a smuovere il pubblico. Ma nella storia del rock – anche per quanto riguarda il rock attuale - è da sempre un privilegio di pochi. Io ho un mito: Nick Cave – lo sanno anche i muri che sono suo fan e che ho iniziato a seguirlo quando era nei Birthday Party, e che l'ho sempre amato. Lui è uno dei pochissimi, il cui percorso artistico, se venisse rappresentato su una retta di gramma cartesiano, sarebbe sempre in costante crescita. Probabilmente ora si è anche fermato, non so se possa crescere ancora di più, perché sostanzialmente è diventato mainstream pur essendo nato dai locali dell'underground più torbido. In parte si può dire la stessa cosa anche dei Radiohead, per quanto dopo il potenziale quasi pop che avevano raggiunto con “Ok Computer” hanno poi deciso di sperimentare sempre di più, deludendo anche molti del loro pubblico. Però anche loro hanno sempre mantenuto una costanza e un'importanza tale per cui ogni loro nuovo disco ha comunque alimentato curiosità nella gente. Ma sono eccezioni.
A peggiorare il tutto poi, rispetto a prima dell’avvento di internet, c’è anche il modo di come è messa la musica oggi.
Detto tutto ciò, assolta la mia parte pura e non paracula, come sono sempre solito fare, aggiungo che in realtà, proprio per la felicità di cui ho parlato prima, non è che noi saliamo sul palco contro voglia, perché dobbiamo farlo. Per me è una gioia incredibile suonare questi pezzi. Mi sembra di poter dire che questa è una scaletta fra tante possibili altre. Se uno immaginasse la combinazione di tutte le scalette possibili che può fare con i suoi cento e passa pezzi di repertorio, questa è una fra tante. Ed è molto bella, è una scaletta che funziona. Se anche i nostri altri dischi avessero lo stesso potenziale, io li celebrerei tutti.

A proposito di scaletta: in quella dei concerti primaverili mancava una canzone da “Il vile”: “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”. Come mai?
Il motivo è molto semplice. Quando ho iniziato a pensare alla scaletta - circa tre mesi prima dell’inizio del tour primaverile - per me era chiaro che al centro ci sarebbe stato tutto “Il vile”, e poi si trattava di capire cosa aggiungere oltre a quei brani. Ero nella fase in cui mi chiedevo sinceramente se sarei stato in grado di reggere quel tipo di concerto. Nel “Vile” io urlo tantissimo. Ma oltre a questo, io so di poter decidere di salire sul palco e provare a calibrare le forze, per fare un concerto in crescendo. Ma in genere al secondo pezzo sono già al cento per cento a causa del furore che ho dentro. Quindi, per questi concerti del “Vile” avevo timore, perché gli anni passano. E quella canzone, “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, è - ahimè - un pezzo leggermente minore all'interno di quella scaletta, ha proprio una qualità diversa rispetto alla reale consistente umbratilità di tutto il resto dei pezzi, che sono questo monolite molto cupo, lirico in certi casi e rabbiosissimo in altri casi.
Non rinnego assolutamente questa canzone, ci tenevo molto. Però all'epoca - ricordo molto bene - mi evocava un certo tipo di “power pop” - nella mia testa al tempo c'erano sicuramente anche i Replacements, che non era una reference mentale che riscontro esattamente in quel pezzo, ma rappresentavano un tipo di approccio meno Sonic Youth, meno Soundgarden e meno Marlene Kuntz come sono nella loro intima essenza.
Data questa premessa, considerando che è un pezzo che ha un sacco di parole molto frenetiche da cantare, e visto il timore che avevo, ho pensato di non farla. Ora, avendoli fatti questi concerti, e avendo capito che la mia resa c'era ancora a tutti gli effetti, devo dire che l'avrei portata anche a casa. Sicuramente, però, essendo la penultima traccia del “Vile”, ogni volta che sarebbe arrivato il suo momento in scaletta mi avrebbe fatto pensare: “Oddio!”.

Quindi, in vista delle date estive del tour “Marlene Kuntz suona Il vile”, ci sarà spazio per includere in scaletta “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”?
Non ci avevo ancora pensato. Dipenderà molto da fattori pratici, e soprattutto dalla possibilità di ritrovarci e provare solo per un singolo brano.
Ci sono quelli che vengono a vedere anche cinque concerti di un tour, ma sono davvero la minoranza. La maggior parte del pubblico, circa il 90%, viene a vedere un concerto, forse due. Mi sembra che ci sia la possibilità di lasciare la scaletta intoccata. Poi, probabilmente, un pezzo diverso lo includiamo. Ma dire adesso se sarà proprio “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare” non lo so. Però devo dire che la domanda mi ha dato l'occasione per rifletterci su.

Anche perché le nuove date vi porteranno in spazi all’aperto: cambia per una band l’approccio al live, tra resa del suono e condizioni, o è soprattutto una questione di atmosfera?
Nei locali un musicista viene completamente sommerso da quello che sta producendo, in termini di volume e impatto, perché ci sono quattro mura che trattengono il tutto. In genere io mi trovo molto bene a suonare nei locali al chiuso perché tutta questa botta di suono mi arriva, mi galvanizza e mi fa esplodere.
All’aperto, soprattutto sui palchi grandi, c’è più dispersione e spesso il risultato rischia di essere meno potente. Ma i tecnici fanno di tutto per far sì che si crei un effetto di potenza anche all'aperto. Inoltre, c’è un elemento che negli ultimi tempi ha cambiato molto le cose: gli in-ear. La scorsa estate mi sono trovato molto bene a usarli con l’orchestra. Ma non avevo mai voluto usarli anche nella dimensione rock dei Marlene Kuntz perché avevo il terrore che mi scivolassero via e io rimanessi senza ascolto. Allora mi sono sempre rifiutato di usarli, ma non tanto per un rifiuto di natura ideologica, come se non fosse abbastanza rock suonare con gli in-ear - ormai sono sdoganati, anche Tom York dei Radiohead suona con gli in-ear nelle orecchie. Suonando “Il vile” questa primavera mi sono trovato molto bene. Con gli in-ear in monitor questo problema della differenza fra chiuso e aperto scompare quasi del tutto. Con ogni probabilità godrò ai concerti estivi tanto quanto ho goduto al chiuso e sarà molto eccitante anche all'aperto.

Tra le prossime date estive dei Marlene Kuntz c'è l'appuntamento del 20 giugno, in programma a Lido di Camaiore per il festival La Prima Estate. In quell'occasione sarete gli headliner di una giornata che vedrà esibirsi anche Ministri, Casino Royale e Si! Boom! Voilà. Com’è suonare davanti a un pubblico che magari non è lì esclusivamente per voi? È stimolante?
Devi mettere in conto che non avrai una risposta uniforme come quando suoni davanti al tuo pubblico, quello che è venuto apposta per te. Però non è un elemento che inficia la qualità di quello che facciamo.
Per noi la priorità resta sempre la stessa: quella felicità interna di cui parlavo prima, cioè suonare bene, essere contenti di quello che facciamo. Siamo in genere abbastanza spavaldamente sicuri che se noi siamo bravi e suoniamo bene, comunque tiriamo dentro anche chi non è lì per noi.
È chiaro che non puoi conquistare del tutto chi detesta il rock, soprattutto il rock urlato. Però un pubblico come quello dei Ministri, che proviene più o meno dalla stessa scena, o dei Casino Royale, anche se magari ascolta altri approcci musicali, è comunque gente che sicuramente non disprezza a priori il rock alternative. Sarà una bella esperienza. Non vediamo l'ora.


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