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Mace: “Il mio Forum è un’opera collettiva”

01.05.2026 Scritto da Claudio Cabona

Non esiste uno sciamano senza una tribù, senza un atto collettivo. Mace lo aveva già dimostrato nel 2024, sull’onda dell’uscita di “Maya” (qui il racconto). Ora è tornato al Forum di Assago per una seconda data, accompagnato da un mare di ospiti e con la presentazione di alcuni inediti destinati a far parte del suo prossimo progetto. A proposito: segnatevi “Cattive abitudini” con Salmo e Colapesce, esce il 15 maggio e già profuma di pezzone. Un Forum che, come racconta in questa intervista, è anche, e forse soprattutto, una sfida. Una sfida produttiva, con visual meravigliosi, musicale e compositiva. Una sfida anche nei confronti del pubblico. Mace rimane uno dei pochi producer in grado di sostenere un live costruito interamente attorno alla propria visione artistica, mettendo al centro la sua musica e trasformandola in esperienza condivisa con un impianto scenico di alto livello. La maggior parte dei producer album non trova una reale dimensione dal vivo. Restano prodotti da consumare in solitaria, più utili a un’idea di posizionamento nel mercato che mossi da intenti artistici. Per Mace portare la musica sul palco è una necessità, coerente con la sua idea di suono come rituale collettivo. Con lui abbiamo parlato proprio di questo: musica come esperienza, condivisione, perdita di controllo e sorpresa. In fondo all’intervista c’è anche la scaletta di questo secondo live al Forum.

Un Forum di Assago sold out per un concerto in cui in larga parte non si sapeva che cosa sarebbe successo. Non si conoscevano la scaletta e gli ospiti. È l’idea pura di vivere un’esperienza senza conoscerne i confini?
Non è una questione di creare mistero attorno a quello che faccio, è che io preferisco essere sorpreso da ciò che vado ad ascoltare. Non mi piace conoscere la scaletta, tanto meno gli ospiti: voglio andare senza aspettative e vedere dove l’artista mi porterà. Se i miei concerti non li faccio nella stessa maniera in cui vorrei viverli io, che senso ha farli? Certo, era una scommessa. È molto più facile se annunci gli ospiti, se fai sapere la scaletta. C’è tanta gente che magari mi ha visto suonare da solo alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi e non pensava che al Forum mi sarei presentato in una band da nove elementi e con venti ospiti. Mi piaceva questa percezione incerta su quello che sarebbe successo.

Che gusto ha?
Quello della sfida. Però nella mia testa sapevo già tutto: avevo chiaro come affrontarla. Alla fine questo è il secondo grande show che faccio, un miglioramento del primo. Dentro ho inserito elementi musicali nuovi, ma resta legato alla musica che ho pubblicato. E sono sinceramente sorpreso che così tanta gente si sia fidata di me.

Viviamo in un mondo in cui spesso conosciamo già tutto prima di entrare a un concerto: scalette, video, scenette tra una canzone e l’altra. La musica ha perso l’elemento di sorpresa?
Secondo me uno dei grandi poteri della musica è proprio farti abbandonare il controllo. Più ti metti nella condizione di non prevedere quello che sta per succedere e di lasciarti trasportare, più riesci a goderti davvero quello che stai vivendo. Poi è chiaro che esistono pubblici diversi. Non c’è un modo giusto o sbagliato di vivere un concerto: c’è quello che piace a me, che è quello dell’abbandonarsi. E infatti tante persone che ho incontrato dopo il primo Forum del 2024 mi hanno detto proprio questo: l’atmosfera che si respirava era diversa da molti altri live.

Nei tuoi concerti gli ospiti hanno un ruolo determinante.

I miei live sono dichiaratamente un’opera collettiva. Io non sono lì sul palco da solo: sono circondato da tanti musicisti, da tanti ospiti. Non ho mai messo al centro me stesso, ho sempre messo al centro la collettività, sia sul palco sia giù dal palco. Secondo me questo crea proprio un modo diverso di vivere quella notte rispetto all’andare a vedere la rockstar del momento.

I tuoi producer album sono anche tra i pochissimi ad aver avuto uno sfogo e una dimensione live. Mettere in piedi concerti del genere è complicatissimo, proprio per la presenza di tanti ospiti.
Per me l’elemento live, per i miei producer album, è fondamentale, per il discorso che facevo prima: rimettere al centro l’esperienza collettiva. Se ci pensi, per millenni la musica è stata così. La fruizione solitaria, su supporto, è una pratica dell’ultimo frammento della storia. I supporti fonografici, infatti, esistono da circa centocinquant’anni. Prima di allora la musica esisteva nel momento in cui le persone si riunivano. Poteva avere un valore rituale, emotivo, anche di intrattenimento, certo, ma succedeva davvero quando le persone si ritrovavano. Quello che faccio non può non avere una dimensione condivisa.

Non fosse così, mancherebbe qualcosa?
Se la musica la pubblichi, la metti su disco e la diffondi sulle piattaforme…stai facendo solo una parte del viaggio.

“OBE” è stato uno spartiacque: in tanti del settore, artisti e addetti ai lavori, lo considerano un nuovo inizio per i producer album. Perché secondo te?
Quando sono uscito con “OBE, di producer album non ce n’erano tanti. Qualcuno c’era stato, sia chiaro, e ha aiutato ad aprire la strada, però non erano molti. E soprattutto album di quel tipo tradotti davvero dal vivo non ce n’erano quasi per niente. Quando non hai un modello di riferimento è molto più difficile fare certe cose. Quel disco senz’altro ha cambiato alcune dinamiche. L’ho fatto completamente senza aspettative. Zero. Era ciò che sentivo di voler fare. E mi ritengo fortunato per questo, perché se l’avessi approcciato con delle aspettative probabilmente non mi avrebbe dato quella libertà mentale che ho avuto mentre lo facevo. Le aspettative, spesso, vengono tradite.

Poi c’è stata un’evoluzione?
Già con “Maya” e con il disco che ho in cantiere adesso, i brani sono pensati molto anche per essere portati dal vivo rispetto magari alle prime cose che facevo, nate più in studio, senza nemmeno immaginare che potessero avere una dimensione live.

Il disco nuovo che direzione sta prendendo? È una prosecuzione di quello che hai fatto con gli altri?
È ancora in cantiere. In realtà volevo farlo uscire prima del Forum, ma ho capito che avrei dovuto farlo di fretta. E penso che i dischi debbano durare nel tempo, quindi ho preferito fare un passo indietro e prendermi più tempo per lavorarci. Per certi versi è quasi un punto d’incontro tra OBE eMaya, come a chiudere una trilogia virtuale. È quindi un proseguimento del discorso iniziato con i primi due dischi, non un cambio di direzione. Però sicuramente va un passo oltre rispetto a quello che avevo già iniziato. È un disco molto suonato anche questo, ma mi sono fatto influenzare anche da generi musicali che non avevo mai toccato prima. Sempre alla mia maniera, però: non faccio il pezzo “di genere”, cerco sempre di riportare tutto dentro il mio suono e la mia visione.

Il primo estratto "Levitating High" con Papa V, Pitta e Jojo Abot suggerisce due elementi: cambi improvvisi di sound e, ancora una volta, nuove voci, la ricerca di emergenti.
Sì, anche nel disco ci saranno tanti cambi improvvisi, passaggi da un mondo all’altro, quindi c’è molto l’elemento del contrasto e della contrapposizione. Sulle voci nuove: l’energia che respiri quando lavori con artisti molto giovani, o comunque ancora affamati, è qualcosa di contagioso. Ti trasmette una forza bellissima. È una cosa che non voglio mollare mai.

Sei stato anche protagonista della cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Hai costruito una colonna sonora per quel momento, senza logiche di mercato o promozionali. Hai poi pubblicato il set su YouTube. Che valore ha avuto quell’esperienza?
Mi avevano chiesto di sonorizzare la parata degli atleti. Io ho detto subito che l’avrei fatto, ma volevo comporre musica ad hoc, perché mi sembrava un’occasione talmente importante da meritare qualcosa di pensato apposta. Loro mi avevano chiesto un momento di festa, qualcosa di festoso. Chiaramente io interpreto il concetto di festa in modo del tutto personale, però l’idea era quella di creare un flusso ballabile dall’inizio alla fine, con un ritmo quasi costante. Rispetto ai miei dj set abituali, che sono molto più liberi, con pause lunghe, cambi di bpm e momenti diversi, lì avevo dei binari più precisi da seguire. Però ho deciso comunque di farlo a modo mio. Ho composto vari pezzi apposta per rappresentare culture diverse, linguaggi diversi. Volevo che emotivamente la musica seguisse quella complessità.

Come si sfugge alla tentazione di fare un set “paraculo”?
Quando mi hanno cercato, mi hanno cercato per quello che sono io. Se avessero voluto musica più facile o paracula sarebbero andati da qualcun altro. Ho pensato: probabilmente è la prima e l’ultima volta che mi trovo in un contesto del genere, in mondovisione. Allora per cosa vuoi essere ricordato? Per una cosa facilona o per qualcosa che magari piace a meno persone, ma è più identitaria e in cui ti senti davvero te stesso? Per me non è mai stato un dilemma, non ho neppure avuto bisogno di pormi la domanda.

Scaletta:
Intro
Dio non è sordo – Izi, Jack The Smoker
Ragazzi della nebbia
Praise the Lord
Viaggio contro la paura – Joan Thiele, Gemitaiz
Tutto il resto – Promessa, Centomilacarie
Ruggine – Centomilacarie
Levitating High – Papa V, Pitta
Colpa tua – Veneru
Senza fiato – Venerus, Joan Thiele
Ossigeno – Veneru
Love Anthem – Venerus
Dal tramonto all’alba – Venerus, Gemitaiz
Candyman – Gemitaiz
Fuoco di paglia – Frah Quintale, Gemitaiz, Marco Mengoni
La guerra – Frah Quintale, Venerus
Non mi riconosco – Centomilacarie, Salmo
Splendida follia – Centomilacarie
Mentre il mondo esplode – Marco Castello, Ele A
Buonanotte
Tutto fuori controllo – Izi
Lumiere – Izi, Ernia, Astro
Sirena – Ernia, Darrn, Samurai J
Cattive abitudini – Salmo, Colapesce
La cupola (Intro sitar)
Ayahuasca – Colapesce
Intro Suite + Hallucination
Feeling Machines
Solo un uomo – Altea
Meteore – Gemitaiz, Izi, Centomilacarie
Chic – Izi
Non vivo più sulla terra – Venerus
Espansione
La canzone nostra – Salmo


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