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Lucio Battisti, "Don Giovanni": la storia, il racconto, l'analisi

24.03.2026 Scritto da Andrea Podestà

Il 25 marzo 1986 segna una data spartiacque nella discografia italiana. Dopo oltre tre anni di silenzio, Lucio Battisti torna nei negozi con Don Giovanni, l’album che inaugura la collaborazione con il paroliere romano Pasquale Panella.
L'attesa dei fan viene ampiamente ripagata, dopo la parziale delusione di E già, il primo disco post-Mogol con i testi della moglie Velezia (ma in molti giurano che sia stato proprio Lucio a scriverli).  In realtà, E già si presentava come un lavoro coraggioso e quasi pionieristico. Per la sua realizzazione, il produttore Greg Walsh aveva lavorato in completa autonomia occupandosi personalmente di tutti gli aspetti musicali, con una produzione basata interamente su tecnologia digitale e strumentazione elettronica.

 

Con Don Giovanni Battisti compie se non un passo indietro, un passo di lato: egli non abbandona le sperimentazioni elettroniche, ma le fonde con strumenti classici come arpa e corno, affidandosi ancora una volta alla produzione di Greg Walsh e agli arrangiamenti di Robin Smith. Musicalmente è un disco ricchissimo in cui si spazia dal pop al jazz, dal funk alla classica.  Quello che maggiormente colpisce è da una parte la rinnovata capacità di creare melodie ariose e dall’altra la volontà di scardinare la struttura della forma canzone classica “strofa-ritornello”. Insomma, Don Giovanni di colpo restituiva alla canzone italiana la sua punta di diamante.
 

Ma se il disco segna quello spartiacque di cui si diceva sopra è anche per le nuovissime liriche di Panella. Bastano pochissime parole cantate per capire che ci muoviamo su mondi testuali lontanissimi da Mogol (e da Velezia). Di più, l’incipit de Le cose che pensano (il brano di apertura) sembra il diametrale rovesciamento di una delle pietre miliari del duo Battisti-Mogol, E penso a te. Quanto lì tutto faceva pensare all’amata (“Io lavoro e penso a te/ torno a casa e penso a te/ le telefono e intanto penso a te”), qui si celebra il non pensiero amoroso: “In nessun luogo andai/ per niente ti pensai/ e nulla ti mandai/ per mio ricordo”. Ogni fan percepisce chiaramente una sorta di scissione psicoide: se da una parte ritrova le sonorità e complessità battistiane di una volta, dall’altra il testo spiazza totalmente e non si presta certo per essere canticchiato sotto la doccia. Le cose - per il povero fan - non vanno meglio, sempre a livello testuale, in Fatti un pianto (uno dei brani più orecchiabili del progetto) dove l’amore si traduce in una sorta di ricetta. No, il nuovo Battisti non è più il cantore di amori - spesso - disperati e dolenti. Qui egli canta tutto il cinismo di chi preferisce di gran lunga all’arte amatoria quella culinaria. E semmai sarà lei, l’amata, a cercare disperatamente di conquistarlo. Ben più complesse musicalmente le successive due tracce: Il doppio del gioco, dove si racconta di amori e tradimenti vissuti come in un film di spionaggio, e Madre pennuta, il cui testo risulta forse tra i più enigmatici dell’intero album. E così termina il Lato A del disco o della musicassetta.

C’è giusto il tempo di riprendersi. L’ascoltatore a questo punto ricorda un po’ un pugile “suonato” che spera nella clemenza dell’avversario. E invece, macché, il duo Battisti-Panella ha in serbo per lui un colpo da knock-out, sciorinando - in apertura di Equivoci amici (altro brano musicalmente tra i più fruibili e freschi) - una sorta di elenco telefonico di nomi tanto improbabili quanto apparentemente folli già per uno sketch cabarettistico, figuriamoci per una canzone: “Cassiodoro Vicinetti, Olindo Brodi, Ugo Strappi, Sofio Bulino, Armando Pende, Andriei Francisco Poimò, Tristo Fato, Quinto Grado, Erminio Pasta, Pio Semi, Ottone Testa, Salvo Croce, Facoffi Borza, Aldo Ponche (o Punch)”. Prima che a chiudere il match ci pensino la jazzata (e molto motown sound) Che vita ha fatto e Il diluvio, ecco la title-track. L’incipit è deflagrante e per certi aspetti programmatico: “Non penso quindi tu sei/ questo mi conquista”. Cartesio è sistemato. Ma anche Mogol. Tramite Panella, Battisti sembra mettere alla berlina tutto il mondo discografico italiano. Lui di tornare in quell’intronata routine (“del cantar leggero/ l’amore sul serio”) non ne ha la minima intenzione. Un brano di una bellezza rara che mette d’accordo gli estimatori di Mogol e quelli di Panella. O, se preferite, del vecchio Battisti e quelli del nuovo Battisti.
 

A differenza dei successivi lavori con Panella, Don Giovanni viene accolto con entusiasmo quasi unanime dalla critica del tempo. Gianluca Bassi su Ciao 2001 parlerà di "talento impagabile", descrivendo la title-track come un "valzer lentissimo e ieratico". Mario Luzzatto Fegiz sul Corriere della Sera lo definirà "un gran disco, intelligente e cesellato", pur considerando i testi più giochi fonici che vera letteratura. Renato Tortarolo arriva a considerarlo il miglior Battisti degli ultimi dieci anni.
Non mancano, intendiamoci, voci più critiche: Cesare Romana lo trova, per esempio, "perfetto ma inutile", una costruzione fredda che sacrifica l'emozione, mentre Gianfranco Manfredi boccia la produzione definendola "kitsch". Ma in generale - come detto - la critica grida al “capolavoro”.
Particolarmente significativa e importante risulterà, però, in particolare la recensione di Michele Serra su L'Unità. Storicamente diffidente verso Battisti, l'intellighenzia di sinistra aveva sempre guardato all'artista con sospetto. Serra invece si dichiara "stordito dalla bellezza del disco" e riconosce a Battisti il merito di aver innovato la melodia italiana ben prima dei cantautori impegnati. Una vera riabilitazione.

 

Anche il Club Tenco, tempio della canzone d'autore, si inchina: Don Giovanni arriva secondo alla Targa Tenco 1986 con 8 voti (vince Ivano Fossati con Settecento giorni), mentre la title-track si piazza terza come canzone dell'anno. Un risultato clamoroso per un artista mai pienamente considerato "cantautore" in senso classico.
Il pubblico risponde con 250.000 copie vendute nel primo mese e 31 settimane in classifica, otto delle quali al primo posto.  Ma Don Giovanni rimane un'eccezione: dal successivo L'apparenza, il fronte dei fan si spaccherà irreparabilmente tra nostalgici di Mogol e sostenitori di Panella.
Cosa resta, quarant'anni dopo Don Giovanni, del periodo "bianco" battistiano? Il bilancio è contraddittorio. I cinque album scritti con Panella sono oggi venerati da estimatori sempre più numerosi e citati come riferimenti essenziali da cantautori come Morgan e Francesco Bianconi. Ma la loro rivoluzione – lo scardinamento radicale della forma canzone – non ha trovato eredi. Complice anche l'assenza dalle piattaforme streaming, restano lavori di nicchia, ancora indigesti per il pubblico generalista. Insomma, Don Giovanni segna l'ultima volta in cui Battisti riuscì a essere insieme sperimentale e popolare, in cui la sua avanguardia riuscì a farsi capire e amare da (quasi) tutti.

 

(L’autore ha pubblicato nel 2023 - per Squilibri - il volume  Battisti, l'altro)

 


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