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Look Outside Your Window: gli Slipknot, ma non del tutto

21.04.2026 Scritto da Elena Palmieri

Le curiosità maggiori relative a “Look outside your window” (qui la storia) erano soprattutto legate alla possibilità di ascoltare davvero qualcosa di simile ai Radiohead da parte di membri degli Slipknot e, allo stesso tempo, di ritrovare comunque elementi tipici della formazione mascherata heavy metal. Questa idea ha accompagnato per anni le aspettative del pubblico dopo un'intervista di Corey Taylor del 2019, ma a disco ascoltato, è facile pensare che le parole del cantante fossero un modo per depistare il pubblico. Non è neanche un lavoro che suona come gli Slipknot, e a ben vedere - verrebbe da dire - visto che manca metà della band coinvolta. All'ascolto, si può dire che l’atmosfera appare immediatamente cupa, pesante, quasi soffocante, e che il risultato può sorprendere e accontentare gli amanti di certe sfumature gotiche. Non ci sono scream, growl, doppia cassa o scratch, ma i tocchi metallici e alcune sperimentazioni riportano comunque il tutto in un terreno che, a tratti, rimanda agli Slipknot. La vera sorpresa, però, è la presenza in due tracce della voce di Cristina Scabbia dei Lacuna Coil. Colpisce infatti il coinvolgimento della cantante italiana in un progetto al quale il suo nome non era mai stato associato in modo esplicito, anche se è noto che Scabbia e il chitarrista Jim Root hanno avuto una relazione tra il 2004 e il 2017.

Il progetto, uscito su vinile per il Record Store Day 2026 - e pubblicato a nome Look Outside Your Window come il titolo stesso del disco, e in modo indipendente, con etichetta LOYW, acronimo di “Look Outside Your Window” - prese forma parallelemente alle sessioni tormentate di “All hope is gone” del 2008, e vide coinvolti solo Corey Taylor, Jim Root, Sid Wilson e Shawn “Clown” CrahanLe registrazioni principali si svolsero tra febbraio e giugno del 2008, ma la post-produzione si trascinò per anni. Nel tempo si sono susseguite promesse, ipotesi di uscite a sorpresa, dichiarazioni contraddittorie, nuovi slittamenti dovuti alla pandemia, ai tour, al Knotfest, agli altri album del gruppo e anche alle aspettative spropositate costruite attorno a un oggetto sempre evocato ma mai pubblicato. Fino a ora.

Come suona "Look outside the window"

La prima cosa da dire è che “Look outside your window” non suona come i Radiohead, o comunque non nel modo in cui per anni è stato raccontato. Ci sono qua e là qualche sfumatura shoegaze, qualche momento più rarefatto, qualche chitarra che cerca l’atmosfera invece del colpo frontale, ma l’impressione complessiva è diversa. Semmai, lungo il disco si incontrano echi di una lentezza che può far pensare ai Pink Floyd come ispirazione, mentre in altri passaggi emerge una sensibilità che richiama i Deftones, specialmente nella capacità di generare tensione senza affidarsi alla pesantezza metal vera e propria. Soprattutto, non è un disco molto elettronico, e la sua identità si definisce altrove, in un equilibrio tra malinconia, ombra, rock alternativo e residui di un linguaggio Slipknot svuotatoperò delle sue componenti più immediate, perché non ci sono scream, non c’è doppia cassa, non c’è il classico assalto sonoro della band.

Ascoltare oggi “Look outside your window” significa soprattutto ridimensionare una serie di etichette comode ma imprecise. Non è il disco segreto che svela un lato completamente alieno della band, non è il lavoro parallelo che trasformava gli Slipknot nei Radiohead, non è neppure un semplice esperimento ambient o elettronico. È piuttosto un album ombroso, rallentato, malinconico, spesso costruito su chitarre stratificate, tastiere, percussioni e vocalità sospese, che ogni tanto sfiora la sensibilità di certi brani inusuali del gruppo, come “My pain” - nata per questo progetto e poi finita nell’album degli Slipknot “We are not your kind” del 2019 - “XIX” o “If rain is what you want”, ma che nel complesso sceglie un’altra direzione.

Traccia per traccia

L’apertura con “March 11th” è in questo senso abbastanza sorprendente, perché non introduce il disco come una lunga nuvola ambient, ma lo mette subito in moto con un colpo di cassa che ha qualcosa di funebre, con il tocco metallico di Shawn “Clown” Crahan, la chitarra di Jim Root che entra distorta e la voce di Corey Taylor che arriva come il presagio di un racconto gotico e horror. “Hear me now / Come together / For the sounds / Are drawing close / We the damned / We the spirits / Other ones / Must stand strong”, canta Taylor, prima di spostare il brano verso una condanna dell’uso delle armi e verso una chiusura reiterata su “(We become all) / As one”. È un inizio che, più che evocare i Radiohead, riporta piuttosto ad alcuni momenti di “Vol. 3: (The Subliminal Verses)”, a un brano come “Vermilion”, salvo poi lasciare subito spazio a una direzione meno familiare.

Con “Moth”, infatti, il disco si fa più pieno e più convincente. Jim Root lavora sulla chitarra in modo insolito rispetto al suo repertorio negli Slipknot, inserendo linee che non cercano il riff ma la tessitura, mentre il basso aggiunge profondità insieme a un riff di tastiera inquietante che attraversa il pezzo dall’inizio alla fine, e Sid Wilson si sente chiaramente nel mix, discreto ma decisivo nel dare movimento all’insieme. Corey Taylor, qui, è in balia di una riflessione esistenziale che si spegne progressivamente in un canto più sommesso, “Does it make any sense / I’m falling apart / Does it make any sense / To have any hеart?”, e il risultato ha davvero qualcosa di vicino ai Deftones, tanto da far pensare che il brano avrebbe potuto trovare posto persino nella seconda metà di “All hope is gone”. Alla fine compaiono anche degli scream, brevi ma sufficienti a ricordare da dove viene chi ha registrato queste canzoni.

Se “Moth” resta in equilibrio tra deviazione e memoria, “Dirge” riporta ancora più apertamente su un terreno Slipknot, almeno nei versi, dove Corey adotta una vocalità spettrale su parole come “Take me back a little ways / And hit me with a compass / The cycle is repeated / We are nothing we succumb”, mentre sullo sfondo Clown costruisce un contesto sonoro che rischia la pretenziosità ma finisce per funzionare. Il punto interessante è il ritornello, che cambia completamente tono, si apre, si fa pulito, luminoso, quasi straniante, con accordi maggiori e chitarre stratificate. È una delle canzoni che rendono più evidente la natura irregolare del progetto, perché sembra davvero un brano degli Slipknot tirato in molte direzioni diverse, eppure proprio questa sua instabilità lo rende uno dei momenti più riusciti del disco.

La vera cesura arriva con “Christina”, che porta addirittura nel titolo il nome dell’ospite, scritto peraltro con una "h" in più anche nei crediti. Più che una canzone, è uno spoken word in italiano, senza musica, della durata di circa un minuto, in cui Cristina Scabbia pronuncia parole secche, disilluse, quasi terminali. “Non è rimasto niente. Tutte le batterie si stanno scaricando, aspettando di essere riciclate, per poter avere una seconda possibilità di esistere”, dice all’inizio, per poi continuare con “Nulla di tutto ciò è mai esistito davvero, comunque, se lo fosse stato, l'avrei distrutto, prima che avesse la possibilità di distruggere noi / Il passato. Niente. Oltre a memorie morte, sogni morti e gente morta / Il presente. Ci stiamo solo aggrappando alle cose nelle quali crediamo di credere / Il futuro. Non così semplice per tutti i bugiardi. È finito tutto molto tempo fa / Solo che ora, gli occhi sono abbastanza aperti per poter accettare il fatto che si invecchi. Con pazienza / Il futuro. La domanda, sempre / Non ho la risposta per tutti voi. E se dovessi averla...". È una delle immagini più sorprendenti di tutto “Look outside your window”.

Subito dopo arriva “Is real”, ed è qui che la presenza di Cristina Scabbia acquista ancora più un peso musicale. Il brano ha un ritmo grande ma semplice, sostenuto da percussioni efficaci e da una linea vocale di Corey Taylor cantata a piena voce, con una spinta melodica che per certi versi anticipa quello che si sarebbe sentito meglio da “.5: The Gray Chapter” in poi, tanto che la melodia principale richiama davvero “Not long for this world”. Dentro il pezzo entrano synth ed effetti che destabilizzano il quadro, ma la chitarra tiene tutto insieme e Cristina Scabbia torna come eco, tra coro e controcanto, fino a un lungo intervento verso la fine e a un nuovo spoken word: "Non sono pagato per essere un artista / E non sono qui per essere tuo amico / I tuoi soldi non sono interessanti / E non farò finta di niente ”, dichiara la musicista, che trasforma la canzone in uno dei punti più strani e affascinanti del disco. Se c’è un brano che permette di capire davvero come “Look outside your window” provi a stare tra due mondi, è questo. Il testo di Cristina si conclude così: "Quindi, ecco la mia ultima confessione / Prima di lasciarti andare via / Perché io sono l'ultimo ad andare via / Ed il primo ad arrivare / E soprattutto, ciò che rimane”.

Away” prosegue sulla strada di un disco che preferisce il sentimento alla forza d’impatto. Ancora una volta Corey Taylor si prende il centro della scena con un ritornello trascinante, aperto, quasi enfatico nella sua sincerità, “So can you tell me how far / Far enough / Is away / Can you tell me how far / Far enough / Is away”. È uno dei momenti meno Slipknot dell’intero lavoro, ma anche uno di quelli in cui si sente meglio quanto questo materiale non fosse nato per stare dentro i confini della band.

“In reverse”, invece, è forse il brano che più chiaramente tradisce l’anno in cui è stato inciso. Taylor torna a una scrittura più esposta, perfino un po’ sdolcinata, e nel modo in cui infila versi come “I’ll remember when I was such a girl / Trying to be a king in my tiny little world / Dead man live man take it to the grave / I’ll be a martyr, you’ll be a slave!”. Se si volesse cercare un parallelo dentro la discografia degli Slipknot, verrebbe quasi più spontaneo pensare all'ultimo album del gruppo, “The End, So Far”. È forse il momento meno riuscito del disco, ma anche uno di quelli che ne mostrano con più franchezza le fragilità.

Con “Toad” si apre invece uno dei passaggi più curiosi. L’inizio è affidato a Clown al microfono, “Today is a good day / To tell an old friend / Not to pretend”, poi Corey Taylor prende il controllo e il brano si assesta su chitarre acustiche e su una vocalità sospesa che richiama “Circle” di “Vol. 3: (The Subliminal Verses)”. Qui la capacità è di spostarsi dentro una zona mediana in cui il gruppo non diventa mai davvero qualcos’altro, ma nemmeno rimane sé stesso. Non è un caso che chi ama “Adderall” o “Prelude 3.0” possa trovare in questo album un terreno familiare, pur senza le stesse tonalità metal.

Juliette”, dal canto suo, prende una strada ancora diversa, appoggiandosi a un riff quasi classic rock e a un testo incentrato su una ragazza dai “mistici occhi azzurri” (“Hey, there mystic blue eyes”), e allontanandosi più di qualunque altro episodio dal vocabolario Slipknot. A posteriori, semmai, si inserirebbe con naturalezza nella produzione solista di Corey Taylor, soprattutto in quella più malinconica e riflessiva. La chiusura con “U can’t stop this” lascia invece una sensazione più interlocutoria. Il brano suona quasi come un riempitivo, una specie di outro in cui voce e strumenti si distorcono e si mescolano tra loro, con nuove incursioni di Clown che contribuiscono a sporcare ulteriormente il finale. Non è un epilogo memorabile, ma conferma la natura frammentaria del disco, che spesso convince più per atmosfera e intuizioni che per compattezza.


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