I Litfiba di nuovo in assetto d’attacco. A quarant’anni da “17 re”, la band fiorentina riapre uno dei capitoli più politici e incendiari della propria storia, pronta a riportarlo dal vivo con uno spirito che ambisce a guardare più al presente che al passato. La formazione che riporterà sul palco questo repertorio è quella storica: Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, affiancati da Luca Martelli alla batteria, al posto dello scomparso Ringo De Palma.
Il ritorno sul palco, prima del tour ufficiale, passerà anche dal Concertone del Primo Maggio, appuntamento che il gruppo affronta con il consueto piglio provocatorio: “Suoneremo dentro TeleMeloni – ghigna Piero Pelù - sarà divertente. Saremo nel cartellone cuore, in diretta e faremo senz’altro la nostra parte nel rivendicare i nostri valori”. Non si tratta però soltanto di un’operazione celebrativa. A segnare questa nuova fase è anche la pubblicazione di un brano rimasto finora nel cassetto: “La pubblicazione, questo venerdì, di una canzone come “17 re” che ai tempi non volevamo pubblicare, ma che adesso invece abbiamo trovato la convinzione e la forza di rilasciare, dimostra che questa non è un’operazione nostalgia – dice subito Piero Pelù - l’abbiamo rielaborata, sono rimasti parte di testo dell’originale, le melodie, ma il groove e i bpm sono cambiati. Già 13 anni fa provammo a metterci le mani, ma non ci convinse. Adesso invece sì, è un inedito che si scaglia contro il potere e che quattro decenni dopo chiude il cerchio di quel progetto così importante per noi”.
“17 re”, pubblicato nel 1986 e secondo capitolo della “Trilogia delle vittime del potere” insieme a “Desaparecido” e “Litfiba 3”, torna così al centro del discorso artistico della band. Un lavoro nato in un contesto preciso e che oggi, secondo Pelù, risuona con forza simile: “Io ero studente di Scienze Politiche all’epoca. Il nostro primo ep, “Guerra”, era del 1982. Siamo sempre stati legati ai temi del sociale, della politica, e soprattutto siamo sempre stati alfieri della pace. ‘17 re’ è un disco che ci ricorda le vittime di tutte le guerre. Nel periodo storico che stiamo vivendo, in cui ci sono abusi di potere, in cui la tecnocrazia assassina di Netanyahu, Trump, Putin, degli ayatollah e altri sta prendendo sempre più campo, per noi è fondamentale risuonare queste canzoni. Noi, come artisti, ci vogliamo schierare. Purtroppo, lo fanno pochissimi, uno di questi è Bruce Springsteen, ma in generale vediamo poche voci contro quello che sta succedendo intorno a noi”. A rafforzare l’idea di un disco ancora attuale è anche Antonio Aiazzi: “I testi sembrano scritti ieri. Mi sembra di rileggere il ciclo di questi quarant'anni. Sono emozionato all'idea di riaffrontarli”.
Un ritorno che ha anche un forte valore umano, oltre che musicale. “È da tredici anni che questa formazione non calca più il palco insieme, sarà bellissimo ritrovarsi. Ricordo quando negli anni ‘80 girammo insieme per il mondo, adesso invece gireremo di nuovo l’Italia. L’idea è anche quella di avere un suono che in qualche modo ricordi quegli anni, gli anni in cui abbiamo fatto il disco, ma che sia aggiornato. E quindi lavoreremo tanto sulla dimensione live”, spiega Ghigo Renzulli. Il rapporto con “17 re”, del resto, non è mai stato lineare. Alla sua uscita fu accolto freddamente, salvo poi essere rivalutato nel tempo: “Sono andato a rileggermi le recensioni di quegli anni e il disco fu massacrato, tranne che da parte del giornalista Federico Guglielmi di Mucchio Selvaggio – sorride Pelù - alcuni lo definirono “barocco”, e invece poi è stato riscoperto, soprattutto negli anni ‘90, perché è un lavoro più sperimentale, un progetto in cui provavamo a prendere delle strade musicali anche particolari. Una cosa è certa: a livello tematico era ed è assolutamente a fuoco”.
Un percorso che Gianni Maroccolo lega soprattutto alla dimensione live e alla libertà artistica: “Mi ricordo che nel 1983 suonammo tantissimo all’estero, perché capimmo che l’Italia non aveva del tutto compreso la strada che stavamo percorrendo, ma poi ci arrivò – riavvolge il nastro Gianni Maroccolo – un doppio album come ‘17 re’ fu mal digerito perché era lungo, denso. Per me è ancora oggi bellissimo e sono fiero che lo si riporti in tour, perché la cosa che per me è più importante è suonare dal vivo e suonare con le persone che stimo. A me francamente del giudizio della critica o di quanto vende o non vende la musica non me n’è mai fregato niente. Io faccio questo mestiere per altri motivi”.
Nel presente, il discorso inevitabilmente si allarga al ruolo della musica e alla sua capacità di incidere. “Spesso mi si chiede se una canzone come ‘Il nome mai più’ possa ancora nascere — ribatte Piero Pelù — io continuo a suonarla con un arrangiamento rock nei miei concerti, e continuo a crederci. Sulle scelte degli altri che la cantavano con me (Ligabue e Jovanotti, ndr) non posso commentare. Noi già ai tempi di “17 re” mostrammo che non avevamo mai avuto paura di schierarci, che siamo dalla parte degli oppressi, che oggi sono palestinesi, ucraini, russi del Donbass, iraniani e anche quegli israeliani che condannano Netanyahu e che non vengono ascoltati, perché noi non siamo certo antisemiti, ma siamo contro certe politiche sioniste”.
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