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Le "canzoni senza click" di Giuseppe Anastasi

19.03.2026 Scritto da Adelia Brigo

Nove tracce suonate senza metronomo: così Giuseppe Anastasi racconta i brani del suo ultimo album. Cantautore e autore di numerosi brani di successo, ha firmato canzoni interpretate da artisti come Eros Ramazzotti, Paola Turci, Michele Bravi, Mietta, Anna Tatangelo e altri. Tra le più recenti, “Magica favola”, portata da Arisa sul palco del Festival di Sanremo e classificatasi al quarto posto (artista con la quale ha avuto una lunga relazione sentimentale). “Canzoni senza click” è invece un lavoro intimo, profondamente legato al suo percorso personale e al desiderio di raccontarsi in libertà attraverso parole e musica. Canzoni nate chitarra e voce, in cui Anastasi cerca l’essenziale. Anticipato dal singolo “Titoli di coda”, l’album si apre con “Alzati”: «Una canzone alla quale sono particolarmente legato, un brano ho dedicato a me stesso. Racconta il periodo della mia gavetta, quando inseguivo il tempo per riuscire a lavorare nel mondo della musica. Lavoravo in un negozio di animali, mi ero appena trasferito dalla Sicilia a Roma con un sogno, quello della musica, che sembrava sempre sfuggirmi». Nel brano canta: "E così mi sono trovato a varcare i miei trent’anni senza niente tra le mani/ con i sogni dei giganti / C’era uno che sfotteva una sorta di infelice /ogni volta mi chiedeva per la musica che dice".

“Canzoni senza click” si presenta come un manifesto all'imperfezione: da dove nasce questa scelta artistica?
«Per molti anni sono stato nemico del tempo, mentre oggi ho scelto di realizzare un disco senza metronomo, prendendomi tutto lo spazio necessario. Realizzare un album così è stato molto liberatorio: c’è addirittura una canzone che dura sei minuti. Ho sempre amato i brani che si prendono il loro tempo e negli anni ho raccolto molti riferimenti musicali che mi hanno accompagnato in questo percorso. Queste nove tracce per me sono impagabili: mi sento libero e perfettamente a mio agio in questo spazio».

In un panorama musicale dominato dai numeri e dai “click”, che spazio può avere oggi una proposta come la tua?
«Forse anche nessuna. Certo, dopo un anno di lavoro spero che questo disco trovi il suo spazio, ma anche se non dovesse succedere resto contento e convinto del percorso che abbiamo fatto. Abbiamo lavorato con il cuore e con piena consapevolezza. In un mondo fatto di numeri può capitare di non arrivare a tutti, ma la soddisfazione per questo lavoro rimane».

Hai firmato oltre 200 canzoni per grandi artisti: cosa cambia quando scrivi per te stesso rispetto a quando scrivi per altri?
«Tutto è iniziato al CET di Mogol. La prima volta che il Maestro analizzò i miei testi mi disse: “Giuseppe, sei curioso: questo lavoro può fare per te”. Da lì ho iniziato a crederci davvero. Quando scrivo per gli altri cerco di entrare in empatia, di capire la loro visione della vita, dell’amore, della società. Se riesci a creare questo collegamento, diventa molto più facile arrivare al punto. È stato così anche per l’ultimo Festival di Sanremo con il brano per Arisa: “Magica favola” è il risultato di un percorso costruito insieme, anche con gli altri autori e il risultato è stato molto bello. Quando invece scrivo per me stesso è diverso: a volte sono più esigente, ma anche più libero».

Come cambia il tuo lavoro? Cosa spinge un autore a scrivere un testo o un altro? Da dove nasce l'ispirazione?
«Per scrivere canzoni la propria vita non basta: bisogna guardarsi intorno, ascoltare, comprendere punti di vista diversi. La vita è bella proprio perché appartiene a tutti. Non ci si può limitare alla propria esperienza, è necessario osservare ciò che accade nel mondo e intorno a noi. L’ispirazione è qualcosa di metafisico ma anche di molto concreto. Non è qualcosa che si può insegnare: la curiosità di osservare il mondo deve appartenerti. Noi autori, in questo senso, siamo forse più attenti alla vita che sognatori».

La tua carriera è fortemente legata anche al Festival di Sanremo: ha avuto un ruolo nella tua crescita artistica di autore? 
«Assolutamente sì, ha avuto un ruolo fondamentale. Arrivare a Sanremo significa raggiungere un pubblico enorme, difficilmente accessibile in altri contesti. Ho partecipato a sette Festival e, quando il tuo nome è su quel palco, sai che milioni di persone stanno ascoltando una canzone che hai scritto tu. Mi ha regalato due vittorie e un secondo posto, e di questo sono molto soddisfatto. Inoltre sono profondamente legato alla manifestazione: fin da bambino, a casa mia, era un appuntamento fisso. Ho ricordi molto belli di quei momenti in cui ci si riuniva davanti alla televisione per seguirlo».

Hai vinto due Festival di Sanremo con Arisa, artista con la quale collabori fin dall'inizio della sua carriera, come è cambiato il rapporto che si è instaurato tra voi nel tempo? 
«In un rapporto così lungo si attraversano momenti molto alti e altri più difficili, ma alla base restano un forte affetto e una grande stima reciproca. Considero Arisa una delle più grandi interpreti della musica italiana: è straordinaria e sono certo che verrà ricordata nel tempo. Quando canta, riesce a dare peso a ogni parola, e per un autore questo è qualcosa di prezioso. Anche “Magica favola” non è un brano semplice, ma lei è riuscita a portarlo al pubblico in modo davvero straordinario».

C'è un artista per il quale hai scritto una canzone o una collaborazione che sogni?
«La collaborazione che sogno è forse irrealizzabile, ma sono un grande ammiratore di De Gregori: riuscire a fare qualcosa con lui sarebbe davvero un sogno».

L'intelligenza artificiale oggi può sostituire il lavoro del cantautore?
«È possibile che le hit estive, costruite su ritmi semplici e immediati, saranno sempre più appannaggio dell’intelligenza artificiale o lo sono già. Le canzoni che riescono davvero a toccare le persone, invece, restano ancora legate alla sensibilità e all’esperienza umana. Ai miei studenti del CET, dove insegno, racconto sempre che le canzoni, spesso restano nel cassetto a lungo: “La notte”, ad esempio, è rimasta lì per sei anni prima di arrivare a Sanremo. Bisogna avere pazienza. Per emergere serve preparazione: studiare, conoscere i dischi, ascoltare molta musica. Per scrivere canzoni è fondamentale avere una cultura musicale solida. Ai miei allievi consiglio di partire dai Beatles fino a Lucio Dalla, passando per album come Rimmel e altri grandi dischi, italiani e internazionali. È importante ascoltare, studiare e avere anche il coraggio di mettersi in gioco: far leggere i propri testi, far ascoltare le proprie canzoni, bussare alle porte, anche in modo diretto, come si faceva una volta. Serve determinazione, ma anche consapevolezza delle proprie capacità».

Una canzone che hai scritto e alla quale sei più legato? 
«Una canzone a cui sono particolarmente legato è “La notte”, perché ha avuto un grande successo anche in Sud America ed è stata quella che ha segnato una svolta nella mia vita artistica. Tra i brani a cui tengo c’è anche “Il diario degli errori” di Michele Bravi. Ce ne sono molti altri. E poi ci sono quelli che devono ancora uscire. L’importante è non fermarsi mai».


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