Prima che il rock 'n' roll scardinasse i tabù e decenni prima che fioccassero manifesti femministi nel pop, le Blues Queens degli anni Venti avevano già tracciato la rotta. In un'America segnata dalle leggi Jim Crow (norme locali e statali, in vigore negli Stati Uniti meridionali tra il 1876 e il 1965, che istituzionalizzavano la segregazione razziale) e da un patriarcato soffocante, Ma Rainey e Bessie Smith furono pioniere musicali e architette di una prima, radicale forma di liberazione femminile.
L'indipendenza economica
Negli anni '20, l'industria dei "Race Records" (dischi destinati al pubblico afroamericano) esplose e Ma Rainey e Bessie Smith rappresentarono il motore di un'economia circolare.
Bessie Smith arrivò a guadagnare fino a 2.000 dollari a settimana (una cifra astronomica per l'epoca, equivalente a decine di migliaia di dollari odierni). Questo le permise di viaggiare su un vagone ferroviario privato, una scelta tecnica che era sia uno status symbol sia una necessità di sicurezza contro la segregazione.
Ma Rainey gestiva direttamente le sue troupe e i suoi affari, decidendo arrangiamenti e musicisti (spesso lanciando carriere, come quella di Louis Armstrong). Nelle loro canzoni, il lavoro non è un accessorio. In brani come "Washwoman's Blues", si parla esplicitamente della fatica e del desiderio di affrancamento economico, nobilitando la condizione della donna lavoratrice.
Libertà sessuale e sovversione dei ruoli
Mentre la cultura borghese dell'epoca imponeva l'ideale della "donna rispettabile" legata al focolare, le Blues Queens cantavano il desiderio, l’indipendenza e la fluidità.
Le liriche del blues classico erano caratterizzate da una schiettezza disarmante. Brani come “Young Woman’s Blues” (Bessie Smith) dichiarano apertamente:
o ancora “I'm a good woman / And I can get plenty men”.
Ma Rainey portò la libertà sessuale su un piano ancora più radicale per l'epoca. Il testo di “Prove It on Me Blues” (1928) è una sfida aperta alla moralità pubblica: Rainey canta di uscire con donne, indossare abiti maschili (colletti e cravatte) e sfida chiunque a "provare" la sua presunta condotta immorale. È uno dei primi riferimenti espliciti all'identità lesbica e butch nella storia della musica registrata.
Struttura musicale e narrazione del sé
Dal punto di vista tecnico, il blues delle Queens si discostava dal blues rurale (prevalentemente maschile e chitarristico) per adottare la forma del vaudeville blues, uno stile che univa la tradizione con il teatro urbano, la prima forma di blues registrata commercialmente.
Le regine del blues erano accompagnate da pianoforte, fiati (trombe, tromboni) e talvolta intere orchestre. Questo dava alla loro "protesta" un tono regale, corale e imponente.
Utilizzavano la struttura call and response, a chiamata e risposta, non solo con gli strumenti, ma anche con il pubblico. Si creava così una comunità di donne che si riconoscevano nelle storie di tradimenti, di abusi e, ovviamente, di rivalsa. A differenza di altri brani coevi, il blues non edulcorava la realtà. Si parlava di violenza domestica, prigione e alcolismo, togliendo il velo di ipocrisia sulla condizione femminile nelle aree urbane.
Un'eredità centenaria
Senza il coraggio di Bessie Smith di dichiararsi "selvaggia e passionale" (“I’m Wild About That Thing”), non avremmo avuto la libertà espressiva di Nina Simone dopo di lei, di Janis Joplin dopo ancora o di Megan Thee Stallion oggi. Le Blues Queens hanno usato il microfono come uno scudo e la loro ricchezza come una spada, dimostrando che la rivoluzione femminile è iniziata molto prima di quanto i libri di storia solitamente raccontino.
Curiosità. Bessie Smith era così influente che, durante un concerto, nel luglio del 1927, affrontò da sola un gruppo di membri del Ku Klux Klan che cercava di abbattere la sua tenda, mettendoli in fuga a suon di imprecazioni. Una "protesta" poco accademica, ma estremamente efficace.
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