Clapton is God. Più che un graffito, un dato di fatto. In pochi hanno portato il divino così vicino alle corde di una chitarra, elevando le tragedie personali (e non solo) a capolavori assoluti. Eric Clapton ha preso l'eredità di Robert Johnson, Muddy Waters e Freddie King e l'ha tradotta per le masse, senza svilirla. Ci ha regalato una chiave di accesso a un genere che parla della condizione umana universale. Del dolore, dell’amore, della vita.
Clapton non è mai stato il chitarrista più veloce – anche se poi veloce lo era eccome: mai farsi ingannare da Slowhand, il soprannome che Giorgio Gomelsky (manager degli Yardbirds) coniò per scherzo, notando la lentezza con cui Clapton sostituiva le corde durante i concerti – ma, del resto, la velocità è sopravvalutata. Chi ha bisogno di correre, con un phrasing come il suo? La perfezione stilistica di Eric Patrick Clapton ci ha migliorato la vita tante volte: ne scelgo dieci, che sono poche, ma abbastanza per renderci conto della fortuna che abbiamo a vivere sul suo stesso pianeta, nella sua stessa epoca.
“While My Guitar Gently Weeps”
“Non posso farlo. Nessuno suona mai nei dischi dei Beatles” disse Clapton. “Zitto e suona” rispose George Harrison. No, non rispose esattamente così, ma qualsiasi cosa disse, riuscì a convincere (per fortuna) l’amico Eric a rendere immortale la sua “While My Guitar Gently Weeps”. Clapton fa piangere la sua Gibson Les Paul (di nome Lucy, un regalo dello stesso Clapton ad Harrison) in un modo così umano e malinconico da far venire i brividi.
“Got to Get Better in a Little While” (da “To Save a Child – An intimate live concert”)
Un pezzo che rende perfettamente l’idea tanto dell’eclettismo quanto della potenza dei live di Clapton: eclettismo, perché c’è del soul, c’è del funk, c’è il rock puro, c’è il marchio blues; potenza, perché Slowhand si circonda solo di fenomeni assoluti capaci di jammare con lui. C’è un'elasticità quasi jazzistica nel modo in cui i musicisti si passano la palla; non è solo un chitarrista accompagnato da una band, ma un ensemble che improvvisa su un tema.
“Tears in Heaven” (dall’Unplugged del 1992)
Quanto sa farci piangere, Eric Clapton. La perdita di un figlio che diventa un manifesto di dolore devastante, una poesia eterna. L’Unplugged del 1992 andrebbe fatto vedere nelle scuole – a partire da questo pezzo.
“Layla” – Live at Royal Albert Hall (Orchestral Version)
Eh, vabbè. Canzone imprescindibile, in questa lista come nella vita in generale. “Layla” ha mille anime: prima è un proiettile rock che ti sconquassa, poi una sinfonia al pianoforte che ti culla. È perfetta anche in acustico (come nell’Unplugged di cui sopra), ma scelgo la versione qui sotto del 1991 alla Royal Albert Hall, perché quella sigaretta fumante infilata tra le corde ha ridefinito il concetto di aura.
“Why Does Love Got to Be So Sad?”
Con i Derek and The Dominos ha prodotto (o reinterpretato) musica epocale. “Layla”, ovviamente. Ma anche "Have You Ever Loved a Woman" di Billy Myles o “Why Does Love Got to Be So Sad?”. Qui sotto una versione con The Allman Brothers Band, perché alla Bellezza non c’è mai fine.
“I’ll Make Love to You Anytime”
Che disco, “Backless”. Al suo autore non è mai piaciuto granché; io lo adoro. A partire dalla copertina, che è tutta un programma: Clapton seduto sul divano, le gambe accavallate, la fedele Blackie tra le braccia e la luce soffusa. Un’estetica che combacia con l’atmosfera rilassata e magnetica dell’album. Ascolterei “I’ll Make Love to You Anytime” in loop, perché abbraccia il Tulsa sound di J.J. Cale (autore del brano), spogliato di ogni virtuosismo superfluo e plasmato dal pedale wah wah. Talento in purezza.
“I Shot the Sheriff” (da “Croassroads 2”)
Tutte le quattro ore e mezza raccolte in “Crossroads 2 (Live in the Seventies)” sono perfette. Pesco questa perché tutte le volte che ho visto EC dal vivo, “I Shot the Sheriff” mi ha sempre travolta come un fiume in piena (il Mississippi, ovviamente).
“Cocaine” – Live from Madison Square Garden (con Steve Winwood)
Non so quali pianeti si siano allineati sopra al Madison Square Garden nel febbraio del 2008. Ma li ringrazio per averlo fatto. Eric Clapton e Steve Winwood danno vita a qualcosa di straordinario, dove anche la blasonatissima “Cocaine” spiazza e meraviglia. Una chimica irripetibile.
“Double Trouble” (da “Just One Night”)
Il 1980 è l’anno di “Just One Night”, ricavato dalle registrazioni di due serate consecutive al Budokan di Tokyo. Per alcuni il miglior live di EC (e non hanno tutti i torti). Oltre ai “soliti” successi, godiamoci “Double Trouble”: un blues lento, profondo, dove ogni nota conta. Ne esce un tono sporco, sofferto. Un manuale di blues elettrico moderno.
“Sunshine of Your Love” (dal concerto dei Cream “Royal Albert Hall London May 2-3-5-6 2005”)
C’è il groove di questa canzone, e poi c’è tutto il resto. La vita dei Cream è durata solo due anni, ma che cosa non hanno fatto in quei due anni, ragazzi. Alla Royal Albert Hall di Londra, nella storica reunion del 2005, c’era ancora Ginger Baker. C'era ancora Jack Bruce. C’erano ancora tutti. E hanno applaudito anche le stelle.
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