Una fila di persone scende dalle scale del Teatro Dal Verme e, prima di uscire, passa a vedere da vicino un teschio. È quello di Tancredi, il cavallo di Giovanni Lindo Ferretti, posizionato sul bordo del palco. Un’ora e mezza prima, il cantore – così si definisce – era entrato a luci accese e, prima ancora di avvicinarsi al microfono, era andato a salutare quel simbolo della trasformazione della sua vita, quella che racconta in “Percuotendo. In cadenza”. Uno spettacolo che in realtà non è un concerto: è teatro, musica, recita, autobiografia e autofiction.
Per la penultima tappa del tour, Giovanni Lindo Ferretti è tornato a esibirsi a Milano dopo lunghi anni. C’era stato con i CCCP nella fortunata tournée del 2024, che in parte è all’origine del racconto di questo spettacolo, ma da solista non era praticamente mai passato in città, se non incidentalmente.Meno punkettone, più riflessivo
Il teatro non è pieno: paradossalmente, quella stessa tournée dei CCCP e le imminenti date dei CSI hanno sovraesposto Ferretti, che negli anni precedenti invece faceva cose più sporadiche, piccole e mirate. Ma chi è venuto ha potuto vedere Ferretti nella sua versione più intima, meno punkettone e più riflessiva.
Sul palco è con Simone Beneventi e Luca Alfonso Rossi, percussionista e chitarrista. Nelle canzoni e nei suoni c’è pochissimo rock: c’è ritmo, c’è una trama costruita dalle percussioni di Beneventi – circondato da ogni sorta di strumento, che maneggia quasi come un funambolo – e c’è il lavoro di Rossi, che costruisce uno sfondo sonoro con chitarra e basso. Un “sound design” (definizione che probabilmente farebbe inorridire Ferretti) che sostiene e accompagna la parola tra declamazione e canto, in un racconto che tiene insieme la dimensione pubblica e quella privata.
Così le frasi recitate si fondono con le canzoni in un racconto che intreccia la reunion dei CCCP e arriva a quella imminente dei CSI (“Il tempo è arrivato, sarà lungo, meglio prepararsi”). Si intrecciano la storia personale, il ritorno alle origini montane, la morte scampata pochi anni fa per un infarto, il ritorno sul palco e le ferite cicatrizzate dei rapporti umani recuperati.Autofiction fatta bene
“Del mondo” e “A tratti” aprono lo spettacolo ma i CCCP sono più nel racconto che nella scaletta - “Depressione caspica”, per esempio. Ci sono soprattutto brani dalla produzione solista e da “Co-dex”, l’esordio solista nato dalla separazione con Zamboni: “Neukolln” è uno dei momenti musicalmente più potenti della serata, assieme a "Cronaca Montana" dei PGR (“Certo le circostanze non sono favorevoli E quando mai?”). C’è reggae, c’è elettronica, c’è musica rarefatta, ma non c’è quasi traccia di punk e rock in senso stretto: resta nello spirito, più che nei suoni.
Una frase recente dei Baustelle diceva: “è meglio il nucleare che l’autofiction fatta male”. Quella di Ferretti è autofiction e autobiografia, poetica, potente e senza sconti, impietosa anche sulle casualità che l’hanno portato a fare il cantore più che il cantante. Lo racconta anche nell’aneddoto finale, ricordando le gite nei boschi con il fratello, cantando “Il mondo” di Jimmy Fontana: fa un certo effetto sentire quella melodia dalla stessa voce che cantava “Emilia paranoica”. Ma alle origini non si comanda.L'altra faccia di Ferretti
In novanta minuti di racconto c’è poco, pochissimo, del Ferretti politico e religioso in senso stretto, quello che negli anni aveva più diviso. C’è però lo spirito punk: sempre alternativo e critico verso le strutture della società, con un punto di vista che è prezioso anche e soprattutto quando non si è d’accordo con lui.
Quella di questo spettacolo è l’altra faccia di Ferretti, o forse è la stessa, speculare a quella che abbiamo rivisto sul palco con i CCCP e che rivedremo tra qualche mese con i CSI. Per citare un’espressione abusata, contiene moltitudini: non a caso “Moltitudine” era nel titolo della versione originaria dello spettacolo di Vicenza del 2024, più personale. Qui è rimasta soprattutto la cadenza, il ritmo. E l’intensità: il finale è una potente versione del “Te Deum”, con la nebbia che invade il palco e la platea, le luci si fanno dense, Ferretti scompare nella penombra.In questa penultima data non tutto è andato liscio, a tratti la voce è sembrata incerta. Tornando per i bis ha raccontato di essere stato molto male, di aver pensato di spostare il concerto, ma di aver voluto suonare lo stesso, perché per lui la musica è sempre stata una forma di cura, quasi taumaturgica. Il finale è con una ancora più commovente “Annarella”: “È tutto quello che io ho e non è ancora finita”.
Spesso non si è d’accordo con lui, ma ora come quarant’anni fa il carisma rimane intatto. E gli si vuole bene, sia per le canzoni sia per il modo in cui ti costringe a immergerti nella parola e a riflettere. Il prossimo passo è la reunion dei CSI. Dopo questo spettacolo, ancora di più, non vediamo l’ora.
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