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Lateral: I want(ed) my MTV, una storia in sei parti (6)

29.03.2026 Scritto da Andrea Laurenza

I Want(ed) My MTV

Come i video hanno cambiato la musica, e non solo, per sempre

Una storia in sei parti

 

Gli anni Ottanta negli Stati Uniti cominciano davvero il 1º agosto 1981, quando MTV va in onda per poche aree suburbane e rurali del paese. Reagan mette da parte la densità culturale degli anni Settanta e getta le basi per un nuovo periodo segnato dal consumismo, dall’accento sull’individuo e dalla semplificazione dei messaggi a un livello quasi elementare. Solo poche decine di persone credono che una TV che trasmette video 24 ore su 24 possa avere successo. Tutte loro festeggiano poche ore dopo il lancio in un bar di New York.

MTV cambia le regole della musica, imponendo un approccio corporate che sostituisce con stile e immagine quasi ogni forma di controcultura e diventa il sole attorno al quale ruota la cultura popolare. Conta apparire bene sullo schermo più che suonare bene. L’estetica della rete — editing accelerato, celebrazione della giovinezza, impermanenza, bellezza — influenza non solo TV, radio, pubblicità e cinema, ma anche arte, moda, sessualità adolescenziale e persino politica. Per raggiungere questo obiettivo, MTV rischia più volte di fallire e viene salvata con un dollaro dato a Mick Jagger.

Molti avrebbero preferito che fallisse: chi ha sempre accusato MTV di guidare la commercializzazione e la semplificazione della musica rock e pop, standardizzare formule estetiche e ridurre la spontaneità.

Ora che i canali dedicati alla musica su MTV in Europa sono stati chiusi, è il momento giusto per raccontare gli anni di gloria dei videoclip, nel mondo e in Italia. Prima che Napster, YouTube, i social e le piattaforme di streaming travolgessero il modo di fruire la musica, i ragazzi facevano una cosa separatamente ma contemporaneamente: guardavano MTV (e DeeJay Television e Videomusic). Questa è la storia in sei parti di quello che è successo, con una playlist per accompagnare il racconto con la musica. I want(ed) my MTV.

Sesta (e ultima) parte

Il passaggio all’età adulta

Nella seconda metà degli anni Ottanta, MTV comincia a mostrare una nuova apertura, un ecumenismo musicale che abbraccia confini razziali e di genere come mai prima. Fino a quel momento, i neri “accettabili” sono quelli rassicuranti — Lionel Richie o un Michael Jackson che cerca di mostrarsi duro, senza spaventare il pubblico bianco — mentre rap e hip-hop sono ignorati e se non sei su MTV, non esisti. “Walk This Way” segna un punto di svolta: i Run-D.M.C., insieme agli Aerosmith, portano il rap nelle case di tutti. Il video, ironico e teatrale, mescola rock e rap, Boston e New York, bianco e nero, creando un terreno comune e mostrando che i confini della musica pop possono essere ridisegnati. Da quel momento, MTV non è più solo il canale dei video “sicuri”: diventa uno spazio in cui i pionieri del rap — e più tardi i Beastie Boys — possono confrontarsi con il mainstream.

Più o meno contemporaneamente, una parte della produzione di videoclip si concentra su una ricerca tecnica e tecnologica quasi laboratoriale, in cui il video musicale diventa il luogo privilegiato per sperimentare nuove forme di animazione, compositing e manipolazione dell’immagine. “Sledgehammer” di Peter Gabriel — sei MTV Video Music Awards nel 1987, il video più premiato della storia della manifestazione e il più trasmesso nella storia di MTV — diretto da Stephen R. Johnson e realizzato con il contributo dello studio di animazione Aardman Animations, rappresenta probabilmente l’esempio più celebre di questa stagione: una sorta di catalogo spettacolare di tecniche diverse, dalla stop-motion alla pixilation, dall’animazione a passo uno alla clay animation, applicate direttamente al corpo del performer. Un’altra opera meno nota ma altrettanto significativa nella storia della sperimentazione visiva è il video di “Paranoimia” degli Art of Noise. Costruito attorno alla presenza del personaggio televisivo britannico Max Headroom, porta all’estremo l’estetica sintetica e post-televisiva del gruppo: schermi dentro gli schermi, grafica elettronica, distorsioni digitali, montaggi iper-artificiali e una continua sovrapposizione tra performer reali e immagini elettroniche.

In questo caso la sperimentazione non passa tanto per l’animazione artigianale quanto per l’immaginario emergente della televisione digitale e della simulazione informatica, coerente con la musica stessa degli Art of Noise, costruita su campionamenti e manipolazioni elettroniche. Insieme, video come “Sledgehammer” e “Paranoimia” mostrano come, intorno alla metà del decennio, il videoclip diventi un vero e proprio campo di prova per nuove tecnologie dell’immagine: sempre meno una registrazione illustrata di una canzone e sempre più una piattaforma di innovazione audiovisiva, dove tecniche di animazione, effetti ottici, elettronica video e primi esperimenti digitali convivono e si contaminano, anticipando molte delle trasformazioni che interesseranno cinema e pubblicità negli anni Novanta.

 

MTV Europe e la nuova fase autoriale

Il 1º agosto 1987 parte da Londra il segnale di MTV Europe, che via satellite raggiunge inizialmente Regno Unito, Paesi Bassi e Scandinavia, territori con sistemi televisivi già abituati al cavo e alla musica in inglese. La scelta non è solo tecnica: MTV sa che qui esiste un pubblico giovane pronto a riconoscersi nel linguaggio dei videoclip americani. Nei mesi successivi il segnale si estende a Germania Ovest, Belgio e Svizzera, facendo del videoclip una vera lingua pop transnazionale. L’Europa mediterranea resta per il momento ai margini, con mercati televisivi più regolati e una produzione musicale locale protetta. MTV Europe è una piattaforma concentrata sul Nord Europa, quasi esclusivamente in inglese, che crea un pubblico continentale capace di vedere contemporaneamente gli stessi artisti e gli stessi video.

Mentre diversi registi della prima fase della stagione dei videoclip hanno nel frattempo cambiato percorso — Russel Mulcahy e Julian Temple si dedicano maggiormente al cinema, Godley & Creme a produzioni più sperimentali — il videoclip conosce un’ulteriore mutazione: accanto alla spettacolarità pop e alla provocazione tematica emerge una nuova stagione autoriale, in cui alcuni registi iniziano a trattare il video musicale come una forma di cinema breve. L’estetica si fa improvvisamente più spoglia e cinematografica: proliferano il bianco e nero, la grana della pellicola, le immagini sovraesposte o volutamente imperfette, una fotografia più ruvida e meno pubblicitaria. Entrano così in scena autori provenienti dalla fotografia o dal cinema, che impongono una visione riconoscibile. Insieme a David Fincher, Matt Mahurin e Michel Gondry, il caso emblematico è quello di Anton Corbijn, fotografo legato alla scena rock britannica, che trasforma l’immaginario di band come U2 e Depeche Mode attraverso video dall’estetica austera e quasi fotografica: paesaggi desertici, composizioni statiche, forte contrasto tra luce e ombra, figure isolate nello spazio. Provenendo dal mondo della fotografia e delle riviste musicali, Corbijn porta nel videoclip un linguaggio che privilegia l’atmosfera e la costruzione iconica dell’immagine più che il montaggio rapido della prima MTV; non a caso molti dei suoi lavori sono girati in bianco e nero o con pellicole volutamente sgranate, scelta che riflette il suo stile fotografico e diventerà una delle firme visive più imitate nel rock degli anni Novanta. In questa stagione, il videoclip assume la forma di un piccolo film d’autore, spesso costruito attorno a un immaginario coerente con la musica: i video di U2, quelli dei Depeche Mode o di artisti affini alla scena alternative e post-punk introducono atmosfere malinconiche, simboliche e quasi narrative, rompendo con la patina glamour dei primi anni Ottanta.

I nuovi autori si accompagnano a temi sociali, sessuali e religiosi più complessi, trasformando il videoclip in uno spazio di narrazione e dibattito pubblico. MTV si trova a trasmettere immagini che parlano di identità, desiderio e simboli religiosi, costringendo il pubblico e i media a ripensare ciò che la cultura pop può dire e mostrare. Un primo terreno di tensione è la sessualità esplicita: video come quello di ”I Want Your Sex” di George Michael — in qualche modo un rifacimento di “Kiss” di Prince — generano controversie proprio perché mettono in scena desiderio e corpo in modo diretto, classificandosi tra i più “contested” della programmazione di MTV e segnando la fine di un’epoca in cui la televisione musicale evitava discorsi apertamente erotici. La grammatica del network si sposta progressivamente dal puro stile alla messa in scena del desiderio con la macchina da presa che indugia sempre più spesso sul corpo, sugli sguardi, sulle dinamiche di attrazione e potere che attraversano la cultura pop. Questa trasformazione è un fenomeno più ampio che interessa il cinema americano alla scoperta di una nuova formula commerciale, il cosiddetto erotic thriller, inaugurato da “Attrazione Fatale” e portato all’estremo qualche anno dopo da “Basic Instinct”. In queste pellicole il sesso non è più un elemento marginale ma il vero motore narrativo; il corpo, l’attrazione e la tensione sessuale diventano dispositivi narrativi centrali. Continua il gioco di rimandi tra l’estetica di MTV e il cinema di Adrian Lyne, iniziato con “Flashdance” e continuato con “Nove Settimane e ½”.

È con Madonna che questo slancio culturale raggiunge un nuovo livello. Il video di Mary Lambert di “Like a Prayer” mescola simboli religiosi — croci infuocate, stimmate — immagini di razzismo e unione interrazziale con allusioni erotiche, spingendo il mezzo visivo verso territori di commento sociale e spirituale che vanno oltre la canzone stessa. La reazione è enorme: gruppi religiosi e perfino il Vaticano condannano la clip, Pepsi ritira una campagna pubblicitaria legata alla cantante, e la discussione trascende il circuito dei fan per entrare nei talk show e sulle principali pagine dei giornali. Nonostante la controversia, o forse proprio grazie ad essa, MTV continua a trasmetterla intensamente, confermando che la rete non teme di mettere al centro il dibattito culturale come parte della sua programmazione — o, più semplicemente, che ogni controversia attira nuova audience e più inserzionisti pubblicitari. Quando però Jean-Baptiste Mondino gira “Justify My Love”, il videoclip diventa un interno notte fatto di corpi, ambiguità e desiderio, troppo esplicito perfino per MTV, che decide di non trasmetterlo. Madonna trasforma la censura in prodotto, distribuendo il video in VHS e vendendolo come evento, dimostrando che, nell’ampio ecosistema che gira intorno a MTV, anche il rifiuto può essere monetizzato e, anzi, amplificato.

 

La fine di una decade, MTV Unplugged

Alla fine degli anni Ottanta, le manifestazioni culturali della Reagan Revolution si normalizzano al punto da scomparire come orientamento riconoscibile: diventano sfondo, dato implicito. La centralità dell’individuo rispetto al collettivo, l’accumulazione di ricchezza come aspirazione primaria, il successo aziendale come contributo sociale, il consumo come identità — tutto questo smette di essere oggetto di dibattito e si trasforma in presupposto non dichiarato della produzione culturale mainstream.

Nel frattempo, le piattaforme internazionali — sia a marchio MTV sia nelle loro declinazioni locali — costruiscono un sistema globale di distribuzione dei video musicali che supera i confini nazionali e definisce un vocabolario visivo condiviso. Lingue e differenze culturali restano, ma si appiattiscono dentro un’estetica comune, immediatamente riconoscibile, replicabile ed esportabile. Il passaggio di proprietà della rete a Viacom segna l’inizio di una nuova fase: l’azienda diventa più gerarchica, burocratica e orientata al profitto, e molti dei pionieri originali lasciano il network, segnando la fine dell’era dei primi VJ e del clima da startup creativo e anarchico.

Passano alcuni anni, ma la critica di fondo a MTV e alle sue sorelle sparse per il mondo rimane sempre la stessa: un’enfasi costruita su apparenza e spettacolo a scapito dell’autenticità; un’estetica fondata sulla teatralità delle immagini e sul glamour piuttosto che sulla sostanza dei testi o sulla tensione sociale che aveva caratterizzato la musica degli anni precedenti — la “verità” di artisti come Bob Dylan, con canzoni puntate contro violenza, ingiustizia e conformismo. MTV risponde iniziando a supportare video con atmosfere live o pseudo live come quelli di “You Give Love A Bad Name” dei Bon Jovi o “Sweet Child O’ Mine” dei Guns N’Roses, ma la soluzione vera arriva quasi per caso con il formato musicale di maggior successo e uno dei lasciti più importanti di MTV alla posterità: MTV Unplugged. Il tentativo, riuscito, di riportare la musica al centro, senza effetti speciali o produzione tecnologica esasperata, restituendo allo spettatore lo spazio dell’esecuzione nuda e cruda.

Il format prende forma alla fine degli anni Ottanta, come momento non convenzionale di un VMA, quando Jon Bon Jovi e Richie Sambora si siedono con le loro chitarre acustiche per suonare Livin’ on a Prayer e Wanted Dead or Alive alla cerimonia del 1989 — una sorta di “back to basics” televisivo che mostra quanta forza emotiva possa avere una performance scarnificata. La prima stagione di Unplugged è curata da una produzione esterna a MTV, e quando musicisti già consolidati come Don Henley e, soprattutto, Paul McCartney si avvicinano al format, la rete ne estende durata e ambizione, passando successivamente a special di un’ora intera. Il timing appare quasi perfettamente allineato all’inizio dell’affermazione della scena grunge, con il suo desiderio di riportare il rock alle radici, liberandolo dagli eccessi digitali e dall’ostentazione degli anni medi del decennio. Il senso di Unplugged è lasciare che la musica si regga sulle proprie gambe, spogliata dalla produzione di studio; nelle sue migliori incarnazioni, il format mette in scena performance che colpiscono per purezza emotiva, come dimostra la celebre liturgia acustica dei Nirvana con “Where Did You Sleep Last Night?”, una delle letture più visceralmente intense del repertorio folk-core.

Il programma cambia anche il modo in cui il pubblico e l’industria guardano al catalogo di un artista: vedere una leggenda eseguire a vista i propri vecchi pezzi crea un impatto emotivo che a volte una versione elettrica non riesce a raggiungere. Artisti delle generazioni precedenti — quelli che avevano faticato negli anni Ottanta ad adattarsi alle nuove tecnologie musicali — trovano in Unplugged un ambiente più congeniale: Bob Dylan appare in abiti che ricordano l’era di “Blonde on Blonde”, Eric Clapton — il cui Unplugged diventerà l’episodio più venduto in termini di album — Neil Young e Rod Stewart salgono sul palco con set acustici che reinventano il loro repertorio. 

L’approccio ispira una serie di imitazioni e spinoff che trasformano il concetto in un vero e proprio sottogenere performativo, con esiti che vanno dal memorabile al più convenzionale: la stessa Videomusic lancia Acoustica, con, tra gli altri, la performance dei CSI riportata su album in “In Quiete”. MTV Unplugged non è solo un programma musicale, ma una crisi di autenticità messa in immagini, un modo per interrogare il rapporto tra performer e pubblico in un’epoca in cui l’industria e la tecnologia spesso sembrano prendere il sopravvento sulla musica stessa.

 

L’inizio della fine

Con il cambio di decade, MTV smette di essere un flusso continuo di videoclip e si allarga, all’inizio quasi impercettibilmente, verso altri format: game show, reality embrionali, programmi comici, tutti tenuti insieme da un’idea di pubblico giovane più che dalla musica in sé. È uno slittamento che non nasce da una crisi, ma da un adattamento: cambiano le aspettative, cambiano le priorità industriali, e il video — che aveva rifondato il mercato — diventa progressivamente una delle componenti, non più il centro.

In Italia il passaggio è più brusco, meno metabolizzato: Deejay Television si spegne nel 1990, mentre Videomusic cambia definitivamente pelle nel 1995, quando passa nelle mani di Vittorio Cecchi Gori e si trasforma in TMC 2. Anche qui la musica non scompare, ma arretra, diventando segmento all’interno di un palinsesto più generalista e televisivo in senso classico: varietà, intrattenimento, contaminazioni.

E quando Paramount annuncia che dal 31 dicembre 2024 chiudono i canali musicali lineari di MTV — MTV Music, MTV 80s, MTV 90s, Club MTV, MTV Live — la sensazione non è tanto quella di una fine improvvisa, quanto di una presa d’atto: quell’epoca è già altrove, da tempo, da tantissimo tempo. In Italia non è rimasto quasi più nulla; la musica è sostanzialmente scomparsa dai palinsesti, e le puntate di “Mister Fantasy” su Raiplay si guardano con un misto di tenerezza e struggimento, testimonianza di un momento che sembra irripetibile, quando musica e cultura viaggiavano a braccetto, come Battiato e Giusto Pio insieme sul Nilo.

MTV resta, ma come contenitore di reality e format d’intrattenimento, mentre il videoclip si disperde nell’ecosistema digitale, tra YouTube e TikTok, flusso continuo, frammentato e adattato in mille versioni. Cambia anche l’economia: budget più bassi, investimenti diluiti su formati multipli, e una fiducia ridotta nel video come detonatore culturale.

Eppure, nessuno alla cerimonia dei Video Music Awards del 1992 si rende conto che quello è il vertice assoluto di una storia lunga 45 anni. Sul palco ci sono Tom Petty e i Black Crowes, gli U2 in collegamento dallo Zoo TV Tour, ed Eric Clapton. E soprattutto ci sono i Nirvana, con Kurt Cobain, fragile, segnato dal rehab e deciso a non suonare “Smells Like Teen Spirit”. Il suo contrarianismo è già leggenda: tra provocazione e ribellismo, è deciso a fare “Rape Me”. MTV sogna ancora di cambiare il mondo, ma usare la parola “Rape” sul palco dei suoi Oscar non è concepibile. Quando parte l’esibizione, la tensione è tangibile: i primi quattro accordi di “Rape Me” bastano a far trattenere il fiato a tutti, poi, come un sospiro liberatorio, inizia “Lithium”. È un piccolo colpo di teatro, un battito d’ali sullo zenith improvviso della cultura pop, un istante in cui tutti credono di stare ancora salendo, mentre in realtà il picco è già qualche secondo alle spalle.

Pochi mesi dopo, Bill Clinton appare in uno speciale di “Choose or Lose”, il programma di MTV pensato per spingere i giovani a registrarsi e a votare. George H. W. Bush, il suo avversario alla corsa per la presidenza, non fa altrettanto. Nel novembre 1992, Clinton diventa il 42° presidente degli Stati Uniti. I want(ed) my MTV.

 

La prima parte è stata pubblicata qui.

La seconda parte è stata pubblicata qui.

La terza parte è stata pubblicata qui.

La quarta parte è stata pubblicata qui.

La quinta parte è stata pubblicata qui.

 


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