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L’addio italiano degli Who (ricordando Ozzy)

23.07.2025 Scritto da Gianni Sibilla

“Death is not the end”, cantava Bob Dylan, e vale anche per il rock. Una sera di luglio ti ritrovi alle porte di Milano a vedere una band leggendaria di 80enni, a poche ore dalla scomparsa di un’altra leggenda, che a quell’età non ci è arrivata.
“Ciao Ozzy” si legge sugli schermi del Parco della Musica, un prato di fianco a Linate riadattato a spazio per concerti, con gli arerei che volano bassi sopra le teste del pubblico. Sono le 10 quando gli Who escono e attaccano “I can’t explain” dedicandola al collega: la notizia della scomparsa di Ozzy è in giro da poco più di un’ora. E per 90 minuti il rock ferma il tempo, per un'altra volta.

È il “Farewell tour” della band, un lungo tour d’addio che stranamente comincia dall’Italia. Stranamente perché la band per oltre 30 anni, da inizio anni ’70 al 2007, non ha messo piede nel nostro paese – e chi c’era si ricorda ancora lo stupendo disastro del concerto del ritorno, a Verona: un diluvio, Roger Daltrey che perde la voce e fa una scenata, Pete Townshend che porta avanti il concerto da solo. Questa sera non ci sono drammi – solo una grande serata di rock. Anche se ci sono stati prima, in realtà: dietro la batteria c’è Scott Deavours, dopo che gli Who hanno licenziato, reintegrato e poi licenziato di nuovo Zak Starkey, che suonava con loro da tempo.

Sul palco Daltrey, occhiali da sole e capelli argento folti, in realtà gli anni li mostra, soprattutto nella postura – la voce è in buona forma, fa roteare poco il microfono. Townshend invece sembra sempre uguale, fa solo meno mulinelli e dirige la band che va dritta che è un piacere, mettendo in fila una ventina di canzoni senza pause. Nessuna più recente degli anni ’80: un repertorio che è la storia stessa del rock. E non solo: perché quando attaccano “Who are you” è difficile non pensare anche a “C.S.I.” che la scelse come sigla facendo nel 2000 quello che poi hanno fatto molte altre serie: rivitalizzare una band/artista e portarli a un nuovo pubblico.

Sul palco in realtà presente e passato si confondono, con visual che fondono immagini del tempo che fu con quelle attuali: il monolite di “Who’s next” compare su “Love is for keeping” e contiene le immagini del Daltrey attuale, così come in “My generation” le immagini della Londra anni ’60 diventano la cornice della ripresa che succede sul palco. Quest’ultima, che si fonde con un cambio di tempo in “Cry if you want” e poi in “See me feel me” è musicalmente il momento più bello di una serata in cui senti suonare classici come “Pinball wizard”, “Behind blue eyes”, “Love reign o’er me”, ma anche una stupenda “Eminence front”.

Il finale è con l’1-2 di “Baba O’Riley” e “Won’t get fooled again”: si aspetta al varco Daltrey sull’urlo primordiale finale, che arriva pressoché perfetto. C’è ancora tempo per “The song is over” – che a Piazzola sul Brenta non era stata suonata.
Il rock ha ormai una certa età, ma ha costruito leggende talmente grandi come quella degli Who: di certo non finisce con un tour d’addio o con una leggenda che se ne va. Il miglior modo per ricordare Ozzy questa sera è stato sentire del gran rock dal vivo.

La scaletta

SETLIST

I Can't Explain
Substitute
Who Are You
Love Ain't for Keepin'
Bargain
The Seeker
Pinball Wizard
Behind Blue Eyes
The Real Me
5:15
I'm One
I've Had Enough
Love, Reign O'er Me
Eminence Front
My Generation / Cry If You Want
See Me, Feel Me
You Better You Bet
Baba O'Riley
Won't Get Fooled Again
The Song Is Over

(Articolo originale su Rockol.it)

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