«Se avessi fatto cose normali e sensate, non sarei Ozzy Osbourne», diceva solamente pochi giorni fa, annunciando l’uscita di una nuova autobiografia, “Last rites”, prevista per il prossimo 7 ottobre. Sarà una delle prime pubblicazioni postume di Ozzy Osbourne, il Principe delle Tenebre, scomparso oggi all’età di 76 anni. A rileggerle oggi quelle parole suonano come il più bell’epitaffio, per Ozzy Osbourne. Solo il 5 luglio scorso davanti a 50 mila fan adoranti, quelli radunati al Villa Park, lo stadio di casa dell’Aston Villa, la sua squadra del cuore, nella natìa Birmingham, il frontman dei Black Sabbath aveva messo fine a una delle carriere più controverse e terrificanti della storia del rock: colombe decapitate davanti ai propri discografici, pipistrelli presi a morsi sul palco, comportamenti autodistruttivi figli dell’abuso di droghe e alcol, polemiche a non finire per i testi delle sue canzoni (quando uscì “Suicide solution”, nel 1980, l’opinione pubblica lo accusò di istigare al suicidio quando un ragazzino di 19 anni, John McCollum, venne trovato morto dopo essersi sparato con un colpo di fucile proprio mentre ascoltava quella canzone), Ozzy non s’è fatto mancare niente. Durante la preparazione di quello show, faticosissimo e impegnativissimo, lo avevano tenuto in vita chissà come. Gli misuravano la pressione sanguigna 15 volte al giorno: «Ho questo trainer che aiuta le persone a tornare alla normalità. È dura, ma è convinto di potercela fare per me. Sto dando tutto quello che ho. Ho la testa impazzita. Sarei morto prima di iniziare gli esercizi, quindi cerco di mettere questo aspetto in secondo piano», aveva fatto sapere lui, al quale la vita, dopo gli abusi, aveva presentato un conto salatissimo.
Gli esordi dei Black Sabbath, prima della caduta negli inferi
Vero nome John Michael Osbourne, nato nella Birmingham operaia del 1948, scelse la musica come via di fuga. Nel 1968 nel quartiere di Aston fondò i Black Sabbath insieme al chitarrista Anthony “Tony” Iommi e al batterista William “Bill” Ward. Ozzy aveva tappezzato il quartiere di annunci: «Ozzy Zig cerca gruppo. Possiede amplificazione propria». La formazione si completò con l’inserimento dei chitarristi Terence “Geezer” Butler e Jimmy Phillips e del sassofonista Alan “Aker” Clarke. Fu però solo quando Phillips e Clarke lasciarono la band, che inizialmente si chiamava Pola Tulk Blues Band, che i Black Sabbath trovarono la loro identità. A proposito: il nome del gruppo fu ispirato da un film del 1963 di Mario Bava, maestro dell’horror italiano. Il film si intitolava “I tre volti della paura”, ma nella versione inglese, vista al cinema da Butler, il titolo era, appunto, “Black Sabbath”. All’esordio del febbraio del 1970 per la Vertigo con l’eponimo “Black Sabbath” fece seguito sette mesi dopo “Paranoid”, ispirato in parte dalla guerra del Vietnam: con il loro mix tra heavy metal, hard rock e proto doom i Black Sabbath, che registrarono l’album in appena cinque giorni, si consacrarono. «Neanche noi all'epoca sapevamo di star componendo dei futuri classici, quando avevamo fatto War Pigs o Paranoid», dirà lo stesso Ozzy. E così disco dopo disco, da “Master of reality” del 1971 a “Sabbath Bloody Sabbath” del 1973, Osbourne e compagni cambiarono le regole del rock. Ma il lato oscuro del successo era lì, ad attendere il cantante. Che tra droga, alcol ed eccessi diventò ben presto un’icona del rock maledetto. Lo stile di vita dissoluto di Osbourne diventò un problema per la band, che nel 1979 prese la difficile decisione di allontanarlo. «Nessuno di noi pensava più alla musica. Ricordo che ogni singolo giorno ero fatto o ubriaco», ammetterà, anni dopo, Ozzy.
La svolta solista con "Blizzard of Ozz" (e quella croce rovesciata)
Il cantante, che nei Black Sabbath fu rimpiazzato da Ronnie James Dio, supportato dalla moglie e manager Sharon, decise di mettersi in proprio, per non darla vinta agli ormai ex compagni di band. Con la complicità di un giovanissimo e talentuosissimo chitarrista, Randy Rhoads (morì due anni dopo, in un incidente aereo), lasciò a bocca aperta i fan dell’heavy metal con un sorprendente album d’esordio, “Blizzard of Ozz”, uscito nel 1980. Sulla copertina del disco, firmata dal fotografo Fin Costello, Ozzy Osbourne era raffigurato in ginocchio su un pavimento di legno con una croce rovesciata in mano (elemento che generò parecchie polemiche, alimentando l’associazione tra il cantante e tematiche sataniche). Indossava un mantello rosso accesso e aveva un’espressione quasi estatica. L’immagine divenne iconica. E anche quella di Ozzy, di immagine, lo diventò, grazie ad una serie di episodi che alimentarono il mito, mentre sugli scaffali dei negozi di musica si susseguivano i vari “Diary of a madman”, “Bark at the Moon”, “The ultimate sin”, “No rest for the wicked”: da quella volta che morse la testa di un pipistrello vivo lanciato sul palco, credendolo finto (fu portato d’urgenza in ospedale e sottoposto a una serie di vaccinazioni antirabbiche, rischiando una seria infezione), alle apparizioni dal vivo sempre sopra le righe. Negli Anni ’90 pubblicò solo due album da solista, “No more tears” del 1991 e “Ozzmosis” del 1995, prima di riunirsi nel 1997 ai Black Sabbath (ma una reunion c’era stata già nel 1985, in occasione del Live Aid organizzato da Bob Geldof e Midge Ure).
Il reality di Mtv, la reunion e i problemi di salute
Fu “The Osbournes”, su Mtv, a rilanciarlo, nel 2002: il programma trasformò la sua vita in un vero e proprio reality, facendo di Ozzy - ritratto come un signorotto buffo e confuso - e degli altri componenti di casa Osbourne degli idoli anche per i giovanissimi. Nel 2011 Tony Iommi confermò le voci su una nuova reunion dei Black Sabbath, che di lì a poco, nel 2013, avrebbero spedito nei negozi anche un nuovo album di inediti, “13”, il primo con la partecipazione di Ozzy da “Never say die!” del 1978. A conclusione del tour, nel 2018, Osbourne non avrà belle parole nei confronti dell’esperienza: «Non mi sono divertito molto. Con loro sono solo un cantante». Tra annunci di ritiri e ripensamenti, nel 2023 i problemi di salute, da un lato il morbo di Parkinson di cui rivelò di essere affetto nel 2020 e dall’altro il tumore tra due vertebre che gli era stato trovato durante un intervento chirurgico, lo costrinsero a sventolare sul serio la bandiera bianca.
Le ultime interviste: "Perché non sono morto?"
Nelle ultime interviste diceva: «Il cimitero è pieno dei miei compagni di bevute: sarei dovuto morire prima di loro. A volte mi guardo allo specchio e mi dico: “Perché cazzo ce l’hai fatta?”. Non me ne vanto perché sarei dovuto morire mille volte. Mi hanno fatto la lavanda gastrica Dio solo sa quante volte. Mi piace l’idea che se si ha una malattia terminale, si può andare in un posto in Svizzera e fare le cose in fretta. Ho visto mio padre morire di cancro». Prima dell'addio alle scene dello scorso 5 luglio aveva annunciato di aver messo in vendita lattine di tè contenenti il suo DNA, al prezzo di 450 dollari l’una (383 euro), invitando i fan ad acquistarle e a clonarlo. Ma Ozzy Osbourne resterà per sempre unico e inimitabile.