Immaginateli, su un campo spelacchiato della Londra degli Anni ’70. Roger Waters tra i pali: uno di quei portieri un po’ filosofici, più testa che istinto. David Gilmour largo a destra, ala elegante, tecnica pulita, un po’ come quella con la quale esegue i suoi assoli, pochi strappi ma tanta classe. Nick Mason in mezzo al campo a dettare i tempi: una vita da mediano, per dirla con le parole - non ce ne vogliano i puristi del rock - di Luciano Ligabue. Perché in fondo è sempre una questione di ritmo. E Richard Wright, infine, un po’ più defilato, magari impegnato sulla fascia, silenzioso ma essenziale. Benvenuti nel Pink Floyd Football Club, o se preferite P.F.F.C. Non una squadra ufficiale. Ma qualcosa di più che una combriccola di amici che nel tempo libero organizza partite di calcio. Ci sono storie che sembrano inventate apposta per stare sospese tra mito e realtà, e quella della squadra di calcio dei Pink Floyd appartiene esattamente a quella categoria.
Il calcio come fuga durante gli anni d’oro
Negli Anni ’70 mentre rifefinivano il rock con dischi come “Meddle”, “Obscured by Clouds” e il capolavoro “The Dark Side of the Moon” i Pink Floyd fondarono una squadra tutta loro. Non un club professionistico iscritto alle competizioni ufficiali, sia chiaro, ma una squadretta amatoriale la cui storia ha qualcosa di irresistibilmente surreale. Un po’ come l’immagine di Waters con i guanti da portiere, Gilmour con il numero 7 sulla schiena, Mason a smistare i palloni a centrocampo e Wright a fare su e giù lungo la fascia, che ribalta completamente il mito: gli architetti di alcuni dei dischi più sofisticati del rock mondiale che per novanta minuti dimenticano sintetizzatori, nastri magnetici e tensioni artistiche per inseguire un pallone su un prato inglese. E invece è accaduto davvero. Non c’erano classifiche da scalare, campionati da conquistare o contratti da rispettare: solo partite da disputare di tanto in tanto insieme a tecnici, roadie, collaboratori, amici e figure che orbitavano attorno all’universo Floyd e che in quelle partite smettevano di essere semplicemente staff per diventare compagni di squadra.
Una valvola di sfogo tra tensioni e creatività
Le partite del Pink Floyd Football Club, ribattezzato presto “First Elevent”, nascevano durante le pause delle registrazioni o nei giorni vuoti dei tour, quando la pressione accumulata tra studi e palchi diventava quasi insostenibile. Il calcio serviva a Waters e compagni esattamente a questo: scaricare la tensione, rimettere in equilibrio i rapporti, creare una parentesi lontana da tutto. Il campo diventava così uno spazio neutrale, una zona franca in cui i conflitti della band si stemperavano in una corsa, in un tackle, in una risata. Per qualche ora non esistevano più il peso del successo o le crepe interne: esisteva soltanto il gioco. Il calcio, del resto, non era affatto estraneo all’immaginario dei Pink Floyd. Nel 1971, in “Meddle”, avevano campionato nel brano “Fearless” il celebre coro “You’ll never walk alone”, legato per sempre al Liverpool (pazienza se entrambi Gilmour e Waters fossero viscerali tifosi dell’Arsenal, squadra del nord di Londra). Un dettaglio che raccontava quanto il linguaggio popolare del calcio potesse convivere con la loro raffinatezza sonora.
La foto iconica e la leggenda
Di quella squadra rimangono poche testimonianze, ma una su tutte ha finito per consegnarla alla memoria collettiva. Sulla copertina di “A Nice Pair”, doppio album antologico che comprendeva la ristampa di “The Piper at the Gates of Dawn” e “A Saucerful of Secrets”, pubblicato nel 1973 negli Usa e nel 1974 nel Regno Unito, compare proprio il Pink Floyd Football Club schierato in campo. Una fotografia diventata iconica, scattata dallo storico collaboratore Storm Thorgerson, in cui musicisti e tecnici posano insieme dopo una sconfitta per quattro a zero contro una squadra di «marxisti del nord di Londra», come raccontato nelle biografie dedicate alla band. Una scena quasi grottesca, e proprio per questo perfettamente floydiana: il gruppo più cerebrale del rock che perde male una partita di calcio e la trasforma involontariamente in un frammento della propria leggenda.
Dalla leggenda alla collaborazione con l’Inter
Per anni la storia del Pink Floyd Football Club è rimasta una curiosità per appassionati, un piccolo cortocircuito tra musica e sport custodito da chi conosceva i dettagli più nascosti della band. Oggi, però, quel passato riemerge in una forma completamente nuova grazie alla collaborazione tra l’Inter e Sony Music Italy, nata per celebrare i cinquant’anni di “Wish you were here”. Una collaborazione che, sulla carta, potrebbe sembrare sorprendente, perché tra i Pink Floyd e il club nerazzurro non esiste alcun legame storico diretto. Nessuno dei membri della band è mai stato associato all’Inter (in Italia la band ha invece un collegamento, tutto vero, con i tifosi della Salernitana, che in passato hanno ideato bellissime coreografie ispirate proprio ai capolavori dei Pink Floyd). Eppure il progetto funziona proprio perché parte da quell’antica fotografia, da quella squadra improvvisata nata per gioco. «Questa collezione rappresenta pienamente la nostra visione: rendere l’Inter un brand globale capace di dialogare in modo autentico con mondi diversi, creando prodotti ed esperienze che vadano oltre il calcio e parlino non solo ai nostri tifosi, ma anche a un pubblico più ampio. La musica è parte integrante della nostra identità e, negli anni, abbiamo costruito un percorso che ci ha resi sempre più protagonisti in questo ambito. La collaborazione con i Pink Floyd, una delle band che ha scritto la storia della musica mondiale, segna una tappa fondamentale di questa evoluzione», fa sapere Luca Adornato, Brand & Marketing Director di FC Internazionale Milano. E Luca Fantacone, Catalogue Director Sony Music Italy, aggiunge: «La musica e il calcio spesso si connettono in modo sorprendente e ciò che lega Pink Floyd, Inter e Sony ne è una brillante dimostrazione. È un onore per Sony Music Italy celebrare la legacy di una band immortale e di uno storico club attraverso una collaborazione unica nel suo genere».
Una maglia tra due mondi
Al centro della collezione c’è infatti una maglia che rilegge in chiave contemporanea l’estetica del Pink Floyd Football Club. La sigla PFFC campeggia sul petto come nella storica immagine anni ‘70, mentre sul retro compare il marchio del cinquantesimo anniversario di “Wish You Were Here”, reinterpretato per il mondo nerazzurro. Attorno alla jersey prendono forma sciarpe, tote bag, plettri, bacchette da batteria e una serie di oggetti - i prodotti della collezione sono disponibili oltre che sul sito di Sony Music Italy anche sull’online store ufficiale e negli Inter Store Milano, Castello e San Siro - che fondono due mondi apparentemente lontani ma da sempre capaci di sfiorarsi: il calcio e la musica. Lo speciale bundle composto dalla t-shirt personalizzata e dal vinile sarà disponibile dal 30 aprile (è già attivo il pre-order, a questo link). In fondo, è proprio questo il fascino della vicenda. La squadra di calcio dei Pink Floyd era nata come una parentesi privata, quasi un dettaglio marginale nella storia di una band gigantesca. Nessuno poteva immaginare che, decenni dopo, quel frammento di quotidianità sarebbe diventato il punto di partenza per un dialogo tra una delle più grandi band della storia e uno dei club più iconici del calcio europeo. È il pallone che entra nel rock, ma forse è soprattutto il rock che, mezzo secolo dopo, torna ancora una volta a scendere in campo.
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