«Stiamo tornando», ha scritto Franco126 sotto al post su Instagram con il quale lo scorso mese Fulminacci ha annunciato l’uscita di “Calcinacci”, il suo nuovo album. Quello che sembra solo un semplice commento, in realtà è qualcosa di più: una dichiarazione d’intenti, quasi un manifesto. In quella frase, breve ma densa, c’è il senso di un momento: la scena romana, quella che molti avevano dato per dispersa, frammentata, finita, sembra ritrovare una forma, un’identità condivisa. “Calcinacci” è più di un disco: è una fotografia collettiva. Dentro ci sono, oltre allo stesso Franco126, le voci e le firme di Tommaso Paradiso, Calcutta (come autore), Tutti Fenomeni. Alla produzione Golden Years, vero nome Pietro Paroletti, tra i producer più lanciati del nuovo pop italiano. Nomi diversi, traiettorie autonome, ma una radice comune: Roma. Quel «noi» evocato da Franco126 corrisponde a un nucleo di artisti che, tra indie e post-indie, ha ridefinito il cantautorato pop italiano negli ultimi dieci anni. E che ora si riprende le scene.
Anche se i contratti si firmano a Milano, la creatività rimane a Roma
Per anni si è parlato della scena romana quasi al passato, come se l’epoca si fosse chiusa e il ciclo concluso. Oggi, però, i segnali raccontano altro. Mettendo insieme i pezzi del puzzle si ha la sensazione di essere di fronte a una ricompattazione. Non programmatica, ma spontanea. Collaborazioni incrociate, presenze ricorrenti negli stessi dischi. Più che una scena vera e propria, una rete di relazioni che torna visibile. Lo confermano anche i palcoscenici istituzionali. All’ultimo Festival di Sanremo, per dire, Roma è stata la città più rappresentata di tutte. Sul palco dell’Ariston sono saliti artisti come Ditonellapiaga (terza con “Che fastidio!”), Nayt, lo stesso Fulminacci (Premio della Critica per “Stupida sfortuna”), Tommaso Paradiso, Leo Gassmann, Mara Sattei, Eddie Brock. Tra le “Nuove proposte” c’era Angelica Bove, seconda classificata con “Mattone”, co-firmata insieme ai romani Matteo Alieno e Federico Nardelli, già braccio destro di Gazzelle. Lo stesso Alieno ha sfiorato l’Ariston: era tra i favoriti di Area Sanremo con "Nessuno sa stare al mondo”, scritta con Fulminacci e ora inclusa nel suo nuovo album “Stare al mondo”. Roma è una presenza trasversale, che attraversa generazioni e stili, ma che ha un minimo comune denominatore: un certo modo di scrivere, di raccontare, di suonare, profondamente romano. Anche se i contratti si firmano a Milano, la creatività rimane nella Capitale.
Il paradosso: mancano eventi "di rappresentanza"
Eppure questa vitalità convive con un paradosso. Lo ha sottolineato lo stesso Fulminacci: la scena esiste, ma non ha luoghi. «Il problema del nostro circuito è che non siamo di rappresentanza: non ci sono eventi che fanno capire che la scena romana è viva. Quando ci vediamo, lo facciamo a casa, nei salotti. Non ci sono, purtroppo, i locali che c’erano ai tempi di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, il Locale di vicolo del Fico o il Big Mama. Eppure la città è piena di talenti», ha riflettuto il cantautore. Pur essendo meno visibile e meno strutturata, la scena non è però meno fertile che in passato: tutt’altro. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno si potrebbe dire che questa dimensione informale alimenta la libertà creativa che la caratterizza. C’è anche una dimensione ciclica in questo ritorno, che avviene nel decennale di quello che è considerato un anno spartiacque: il 2016 fu l’anno in cui Calcutta esplose come fenomeno con il “Mainstream tour”, i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso entravano nella Serie A del pop italiano con “Completamente sold out”, mentre contemporaneamente nascevano dischi destinati a segnare un’epoca come “Polaroid” di Carl Brave e Franco126 e “Superbattito” di Gazzelle. A distanza di dieci anni, sembra esserci un nuovo allineamento degli astri. Solo che oggi quei protagonisti non sono più emergenti: sono figure centrali dell’industria musicale italiana.
Un centro di attrazione di massa
Il passaggio definitivo si misura nei numeri e nelle dimensioni dei live. Achille Lauro riempie i palasport e guarda agli stadi (il 10 giugno sarà all’Olimpico di Roma, il 15 allo Stadio San Siro di Milano, anticipazioni del tour 2027), forte del successo di “Comuni mortali”. E poi c’è il caso di Ultimo, che rivendica la propria indipendenza da qualsiasi scena ma che, paradossalmente, rappresenta uno dei vertici di questa stessa energia romana. Il suo concerto del 4 luglio a Tor Vergata promette di entrare nella storia: 250 mila spettatori attesi, un record che supererà quello di Vasco Rossi a Modena Park. Un evento-monolite, che certifica come Roma non sia solo un laboratorio creativo, ma anche un centro di attrazione di massa.
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