Riccardo Bertoncelli
Battisti e i Draghi Locopei.
Avrebbero parlato lo stesso di Lucio Battisti e del suo nuovo disco, “Don Giovanni”, ne avrebbero parlato dico gli affamati di canzone italiana e gli orfani del Lucio Scomparso e i semplici curiosi. Noblesse oblige, quanto meno; non si possono ignorare i messaggi preziosi di un re nascosto e taciturno, che parla ogni tre-quattr'anni, e poi non è che la scena italiana sia così vivace e fascinosa da sbiadire con le sue ondate di new thing il ricordo di questo Greta Garbo di Poggio Bustone. Ma Lucio l'Invisibile ha voluto fare di più che non rompere semplicemente il silenzio. Concentrato e sicuro, le mani salde all'attrezzo hi-fi, si è esibito in un volteggio canzonettistico e ha lasciato: a) a bocca aperta b) amareggiato comunque non certamente c) indifferente il popolo fiducioso all'ascolto. L'inventore di questa piroetta sbalorditiva e chiacchierata, che equivale grosso modo a un doppio salto mortale all'indietro con avvitamento, coefficiente di difficoltà 2,8, si chiama Pasquale Panella e a lui spettano i titoli (molto panelliani) di parolibero o poetastratto anziché di paroliere puro e semplice. E' lui che ha preso il posto del classico Mogol e della precaria Velezia (la penultima ghost writer di Battisti, contestatissima) e che ha condotto l'artista per nuovi mondi e nuove geografie, sui "monti ventosi del sentimento", sul "bordo di abissi belli assai", a costeggiare "i lungomai", giusto per citare alcuni luoghi suggestivi dei nuovi testi. Valesse il paragone pittorico, potremmo dire che Panella ha preso un figurativo naif di solide radici e solido mercato come Battisti e lo ha convinto all'astrattismo.
Siccome però siamo in campo di parole e non di figure, diciamo piuttosto che lo ha spinto al confronto con i draghi locopei, che non sono animalacci di brughiera cari all'ecologico Lucio ma semplicemente i giochi di parole anagrammati a dovere. (Si chiama così, “I Draghi locopei”, un bel libro di Ersilia Zamponi per Einaudi, un trattatello di "illusionismo linguistico" che non dovrebbe mancare sul comodino di Battisti e Panella.) Questi draghi locopei che tanto fanno scandalo o dispetto, a ben guardare non sono una specie nuova nel bestiario battistiano. Peccato che nessuno lo abbia ricordato, nel frivolo dibattito intorno a “Don Giovanni”, e che soprattutto lo abbiano dimenticato gli ultras del Lucio Come-una-volta, sgomenti all'idea che l'amato non parlasse più l'abituale dialetto. Eppure la memoria non fatica a trovare “Luci-ah”, la gallina coccodè, "tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglio ma è uno sbaglio, è petrolio" o quel cambio di vocale da urlo enigmistico su cui culmina “Con un nastro rosa” ("non vorrei aver sbagliato la mia spesa o la mia sposa"). C'è insomma un filo rosso di non sense nel passato battistiano, orme di draghi locopei anche nel catalogo classico: una pista di rime esagerate, di apparizioni linguistiche surreali, di parole usate spesso per partito preso, per amor di fonìa, acconce al testo come può esserlo un bernoccolo su una geometrica fronte. Come se pensieri & parole non corressero su binari paralleli ma quelle prevalessero su quelli, tirandosi dietro la penna con malizia e capriccio. Panella, insomma, non ha dovuto usare grimaldello di sorta per entrare nella stanza del Grande Assente; ha trovato la porta socchiusa.
Certo in “Don Giovanni” qualcosa di nuovo accade. Soprattutto perché le parole sono parole e basta, monadi di linguaggio che il più delle volte amano vivere al riparo di se stesse, felici e paghe di avere suono, una forma, e disinteressate all'idea di un significato e una connessione col resto. Quando Battisti era Battisti-Mogol (quando cioè, secondo i puristi, era se stesso veramente. Singolare che, liberato di quella metà non sua, il Nostro si sia ritrovato mezzo anziché uno), quando ricorrevano gli anni d'oro tutto questo non accadeva. Per quanto i versi fossero fitti di acrobazie parolibere, di forzature soprasotto l'italiano, tutto era al servizio delle storie che, nei 3-5 minuti che l'artigiano musicale forgiava, puntualmente accadevano. La bellezza di Battisti classico stava nel rapidissimo svolgersi di queste trame in certi video clips senza video dove il protagonista andava per funghi un mattino d'autunno, si perdeva nel bosco e ricordava lontani viaggi e lontani amori in un Paese dell'Est; o un ragazzo invitava a casa sua l'amica per una serata speciale, preparava "il giradischi le luci rosse champagne ghiacciato" e un attimo prima del fatale incontro la fidanzata bussava alla porta e mandava all'aria l'avventura. Questi cortometraggi in musica & parole, questa gloriosa serie di Pane amore e, non accadono più dai tempi di “Una giornata uggiosa” e difficilmente li si vedrà ancora, se non nei cineclub battistiani.
Già il precedente disco ne era privo, con le sue trame molto introverse, un po' filosofe. “Don Giovanni” va ancora oltre, non si pone nemmeno il problema, si abbandona a una sinfonia di rifrazioni vocali, di doppi sensi, di equivoci amici. Sembra uno specchio placido, questo nuovo mare battistiano, ma è una calma che suscita inquietudine. Si sta senza bussola e dunque smarriti in compagnia di Guido Vicinetti, Olindo Brodi e Ugo Strappi, si fischietta impacciati "è lì che fui faraonico / tra bumbe e rumbe tiepide" o "lei si sciolse e poi si tolse lo chignon", incerti se è Battisti veramente o un clone post-moderno di Paolo Conte o un futuribile Battiato. Anziché disporsi geometricamente a discorso e stare ritte e impettite, le parole cadono come slot machine, diluviano come chili di liquido dell'ultima canzone, "con truci gocce dal bel luccichio". Sono padrone assolute del campo e disegnano un paesaggio immoto dove tutto è uguale o, forse meglio, come nei sogni, tutto è simile a qualcos'altro. Chi ascolta può aversene a male. Un bel gioco dura poco e qui invece non si gioca ad altro, con la prospettiva (o il rischio o la minaccia) di continuare a farlo ad infinitum; dopo il doppio del gioco e il triplo, il quadruplo, l'ennesimo, e sotto "l'ingordo gorgo umido" un altro e un altro ancora. Aiuto! Ma è una falsa pista e non importa, come non importa che ci siano momenti molto belli, molto intensi (“Le cose che pensano”, splendido esercizio di poesia d'amore deluso vista da parte del vuoto lasciato da chi se n'è andata) e cali di pressione dove sarebbe saggio stare fermi o almeno composti e invece giù a capofitto, rime stracche fra "pasticcino", "senino", "maraschino", tuffi nella scrittura automatica dal trampolino di Drive in.
Il punto è un altro. “Don Giovanni” è il primo disco di Lucio Battisti in cui musica e parole abitano sotto lo stesso tetto ma in letti separati, il primo in cui c'è più gusto a leggere i testi che a cantarli. Sono così suggestionato da questa idea che arrivo a trovare un missaggio particolare, nel disco, come se Battisti avesse voluto camuffare a bella posta certe parti, confondendo le parole fra le pieghe dei suoni, ripiegandole nella fodera della musica per farne un tutt'uno: e non posso ignorare che, al fianco dei testi, nella copertina interna, fan bella mostra i numerini con il conto delle righe, come nelle poesie delle antologie di scuola. Un passo avanti rispetto ai soliti testi delle canzonette, un puntiglioso esperimento controcorrente? Può darsi: ma anche un limite, una perdita, la messa in crisi della filosofia battistiana classica. Forse è questo che intendono i critici di “Don Giovanni” quando rimproverano all'artista di aver perduto la propria identità popolare senza essere riuscito ad acquisirne una nuova. Di un Battisti informale e astratto, mandano a dire, non sappiamo che farcene; torni piuttosto a spiccicare le sue storie di borgo, ripristini i traballanti ponteggi sintattici di una volta anziché queste luccicanti strutture da Biennale, e se proprio non può essere Mogol sia qualcun altro ma non Panella, non questo vertiginoso parolibero, non questo equivoco amico. (Qui logica vorrebbe che si rivalutasse il penultimo Battisti ma quei tangheri mica lo fanno. Allora lo faccio io, che purista non sono né anti-panelliano. “E già” era un ottimo LP, con testi più che dignitosi e una musica straordinariamente moderna, elettronico-pop con classe. Musicalmente parlando, “Don Giovanni” ne vende molti scampoli senza darsi scrupolo; ma siccome pochi conoscono l'originale, il trucco non si vede.)
“Don Giovanni” è un disco piacevole, brillante, forse non lo abbiamo ancora scritto. Non è che abbia bisogno di ripetuti ascolti per essere apprezzato appieno, come qualche bello spirito ha sentenziato (i ripetuti ascolti servono sempre e non servono mai, possono sciupare Beethoven e rendere irresistibile un altoforno dell'Italsider); è che i ripetuti ascolti se li guadagna, per quella forza di insinuazione discreta e travolgente che, quella sì, è rimasta la stessa di prima. Però è un’opera disagevole, con i limiti che si son detti, con una precarietà di fondo che in fondo (panelliani anche noi siamo) non fa bene. Sembra quasi che un invisibile sticker con la scritta "disco in transizione" sia incollato in copertina, sopra gli ermetici segni che fanno da grafica; è la condizione del dopo-Mogol, quella stabile incertezza a cui Battisti sembra felicemente abituato e che invece rode i nervi degli appassionati, come sempre smaniosi di posizioni nette, o questo o quello, da una parte o dall'altra. Ma è poi il caso di crucciarsi e di interrogarsi se “Don Giovanni” sia un vicolo cieco o un'oasi lussureggiante nella vicenda di Greta Battisti? Meglio andare a caccia anche noi di draghi locopei e prenderne subito più d' uno per la coda, nel giardino stesso di Lucio. Ce n'è di romantici ("Tutt'i baci li so"), di cinici ("Butta il tisico"), di bellicosi e virili ("Battiti Siculo"), fino a quel "sottili bucati" che è più dell'anagramma di Lucio Battisti, forse una sintetica recensione di “Don Giovanni” e dei suoi candeggi sonori. Voglio rubarti il mestiere, Lucio, partecipare della piccola nevrosi che rende le parole di “Don Giovanni” tutte così brillanti, chiacchierine, effervescenti? Ma no, ma no. Basti il tuo tic.
Bertoncelli si rilegge, quarant’anni dopo
Sono molto affezionato a questo pezzo, che pubblicai anche in una trilogia battistiana nel mio “Paesaggi immaginari”. Era bello e stimolante il disco, divertente il riferimento al libro della Zamboni (che ho trovato e finalmente comprato di recente a un mercatino dell'usato) e molto indovinato il giudizio, che sottoscrivo al 90 per cento ancora oggi. Una delle arcane paure di chi recensisce è rileggersi a distanza di anni (qui sono decenni) e scoprire di non aver capito niente, di essere stato smentito se non proprio sputtanato dalla storia. Ogni tanto capita, qui la mia coscienza è immacolata; sono fiero di aver capito subito la bellezza di un album che incontrò non poche difficoltà per via dei “puristi” che tiravo in ballo. Dopo, la situazione si è sorprendentemente ribaltata: i “puristi” sono stati annientati dai “nuovisti”, che venerano come unica divinità i Sacri Enigmi Panelliani – tutto quel che viene prima è una lunga e solo pittoresca introduzione. Qui sta il 10 per cento mancante del mio giudizio; scrivevo di “un disco di transizione” e invece no, era il solido incipit di una seconda parte discografica, l'alba di un altro mondo, che non starò ad aggettivare se no andiamo per le lunghe.
Io comunque con Battisti sono sceso lì, il resto mancia. E sotto la doccia mi ritrovo spesso a enumerare con trasporto e gioia Cassiodoro Vicinetti, Olindo Brodi, Ugo Strappi, Sofio Bulino, Armando Pende, Andriei Francisco Poimò, Tristo Fato, Quinto Grado, Erminio Pasta, Pio Semi, Ottone Testa, Salvo Croce, Facoffi Borza e Aldo Ponche (o Punch). Bellissima formazione, riserve comprese, con un allenatore finalmente giochista e non risultatista come il Rapetti.
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