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La recensione di Renato Tortarolo su "Il Secolo XIX"

24.03.2026 Scritto da Franco Zanetti

Qui di seguito l'immagine, più sotto la trascrizione.

Battisti, sempre solo

Sempre più bravo

 

Nel quindicesimo album c’è un clima rarefatto e tenebroso

Il distacco dalla realtà dei fan è ancora più evidente

Forse il risultato più alto di Lucio negli ultimi dieci anni

 

 

RENATO TORTAROLO

Il suo silenzio è enigmatico. E’ ormai proverbiale. Perdura negli anni. Talvolta sfuma in un nuovo disco. Allora si riaccendono atmosfere note, si riprende il filo di una linea melodica familiare. E ci si accorge puntualmente che quel suo particolare carisma non viene mai meno. Ci si chiede anche che gusto provi, con tanta cura, in un vaporoso isolamento.

E dopo il silenzio, gli interrogativi rimangono e nuove canzoni scorrono. Così è Lucio Batti, così è la sua vita pubblica da almeno quindici anni. E’ di questi giorni la pubblicazione di “Don Giovanni”, suo quindicesimo album, registrato in Inghilterra, in ovattati studi londinesi, con musicisti stranieri. Un modo come un altro per sottolineare un vero e proprio culto per la privacy.

C’è anche la sottile curiosità di avvicinare un sound moderno e all’avanguardia, come quello prodotto negli ultimi anni in Gran Bretagna. E Battisti ha sempre osservato con crescente cupidigia la generosa crescita del rock anglo-americano. Ma la scelta di emigrare dall’Italia, già collaudata timidamente in passato, questa volta ha avuto un intento preciso: quello di esprimere sé stesso in piena libertà, con l’unico filo della memoria teso a ponte con il pubblico.

“Don Giovanni” è un album complesso: un ascolto difficile al primo impatto, ma che si stempera con straordinaria efficacia in un graduale e felice riavvicinamento al mondo di Lucio Battisti. Otto canzoni scritte in collaborazione con Pasquale Panella, autore già collaudato da Adriani Pappalardo.

Quattro anni fa, al tempo dell’album “E già”, Battisti si affida ai testi della moglie ma l’esito non è paragonabile a quello ottenuto in passato da Mogol. All’epoca è quasi un amarcord del clima disegnato sulla voce trillante e rugginosa di Battisti. Quel clima che lo aveva promosso, alla fine degli anni Sessanta, a vero e proprio testimone del mutare dei gusti giovanili, mai partecipe sino in fondo alle irrequietudini sociali, ma sensibile ma sensibile al divenire di un mondo dell’adolescenza che si configurava in flirt, in passioni estive, in schermaglie d’amore. Battisti è stato il primo cantautore a rivelare completamente l’universo dei giovani, prima di De André e più legittimamente del classici Paoli e Conte.

L’incontro con Mogol è del ’65, i primi successi, da “Balla Linda” a “Un’avventura” e “Acqua azzurra acqua chiara” arrivano sino al ’69. Gli anni Settanta lo promuovono a vero e proprio divo, ma gli restano ostici per l’esplosione dell’impegno politico.

Più gli arride la popolarità, e più a torto gli si rimprovera il distacco da avvenimenti che, indubbiamente, segnano anche i suoi fans. Così, mentre crescono i De Gregori e i Venditti, il mondo di Battisti si affascina sempre più di emozioni impalpabili, di stati d’animo. Il climax dell’amore e dell’amicizia. Per Battisti non esiste altro. E’ ricco, famoso, irraggiungibile. Non lo allettano tournée, né videoclip. Non lo allettano ulteriori profitti. Forse è il timore di gareggiare nelle stesse arene di giovanissimi colleghi, oggi autentiche superstar. Forse è quella paura di accedere al palcoscenico che lui stesso ha sempre ammesso. Un timido, un introverso, che sta bene solo fra le mura domestiche. Chi sia veramente Battisti oggi, pare lo sappiano solo i suoi amci, quelli più stretti e possibilmente lontani dai clamori del mondo discografico.

“Don Giovanni”, con le sue atmosfere musicali limpide, con le parole in libertà, con i testi che sono semplicemente poesie circondate dalla musica, è in questo senso un ritratto inedito del cantautore. Ormai il distacco dai suoi fans, che oggi esibiscono figli in scarpette top-side e piumini, è definitivo. E anche alle nuove generazioni Battisti ha ben poco da dire.

Da “Le cose che pensano” a “fatti un pianto”, da “Il doppio gioco” a “Equivoci amici”, Battisti individua un mondo sospeso fra la sua immaginazione e la propria clausura. Un clima rarefatto, dolce e tenebroso. Con squarci di improvviso benessere psichico, come quello che conclude la canzone che dà il titolo all’album: “Qui Don Giovanni, ma tu dimmi chi ti paga”. Ed è il miglior Battisti ascoltato negli ultimi dieci anni. Finalmente solo e lontano da tutti.


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