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Lucio Battisti torna con “Don Giovanni”, un grande LP
Che noia la realtà: ora vi canto poesie di Panella
Lucio il telegrafista batte ritmi, accordi e suoni di un poetico alfabeto Morse e la musica ha il respiro tronco, i fremiti elettronici e la tachicardia delle emozioni. Battisti ha registrato a Londra il suo quindicesimo album, “Don Giovanni” (Numero Uno – RCA) dopo quattro anni di silenzioso lavoro e quattro mesi e mezzo di sala. Orario da impiegato del catasto, un appartamentino in centro, la famiglia appresso, cinquanta direttori d’orchestra sul libro paga, quasi 300 milioni di budget.
Lucio Battisti fa parte di diritto della Trimurti pop italiana: tra Celentano e Modugno. Cantautore dimezzato, ha lavorato per 14 abbi e tredici ellepì con l’autore di testi Giulio Rapetti, in SIAE Mogol: non ha mai passato gli scritti, non ha mai ottenuto la tessera dell’associazione.
Nel suo ultimo album “E già” Lucio raccontava in prima persona la vita di un quarantenne medioborghese, ecologo, sportivo, di poche parole. Regime sano, non particolarmente interessante. Ascoltava con l’orecchio al terreno, come un pellerossa, i suoni elettronici degli anni Ottanta, e li traduceva in una poetica meccanica e glaciale. Come dicono i tecnici, non era padrone del mezzo.
Anche per questo, “Don Giovanni” arriva come la buona novella, un lietissimo evento: musiche sontuose, arrangiamenti geniali, surreale poesia. Pasquale Panella, romano, età intorno ai trent’anni, poeta precario per Pappalardo e cooperative teatrali, ha risolto il problema della parola. Battisti cantava verità sciocche e idiozie sublimi: “Che non si muore per amore è una gran bella verità”. Urlava come un animale: “Voglio Aaaaaannnaaaa”. Problematico: “Che ne sai tu di un campo di grano?”.
Oggi sfoglia i petali rosa del nonsense intelligente: “Su un dolce tedio a sdraio / Amore ti ignorai / invece costeggiai / i lungomai”. O in un cerebrale languore: “Non penso quindi tu sei / questo mi conquista / L’artista non sono io / sono il suo fumista…/ Rivesto quello che vuoi / son l’attaccapanni / Poipenso che t’amo / no anzi che strazio”. Perplesso: “Li m’amò, tu l’amasti, io no / i verbi non coincidono”. Battisti canta sdrucciolo, zoppo, lemme e veloce. Modula e miagola, squarcia (la gola), mette le note sulle i. Usa il testo come un canto religioso e primitivo, una melopea antica, una lingua morta. Oggi che non può più raccontare in prima persona le grigie “emozioni”, il cannibalismo, l’amore e la necrofilia di una generazione che cammina di giorno in Timberland e la notte in pantofole, Lucio evade dalla realtà, dalla canzone figurativa. Si rifugia nell’astratta ironia, nel cubismo carnale, nel segno primordiale del colore-sentimento. E firma un piccolo capolavoro di intuizione e rigore.
Battisti ascolta e ama Sting, Tears for Fears, Eurythmics, Bronski Beat, il nuovo pop inglese. Usa elettronica, pianoforte, sassofoni e trombe, arpe e intere sezioni d’archi che accompagnano per accordi. Come in “Don Giovanni”, una canzone che vale le sue cose lontane e migliori.
Marco Mangiarotti, “Il Giorno”, 25 marzo 1986
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