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La recensione di Leo Turrini su "Il Resto del Carlino"

24.03.2026 Scritto da Franco Zanetti

Leo Turrini

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Con l'album "Don Giovanni" Lucio Battisti rompe un lungo silenzio


Meglio confessare subito il peccato originale: è dannatamente difficile conservare il pregio dell'obiettività dinanzi a Lucio Battisti. Almeno per chi è cresciuto avendo addosso le sue canzoni, ideale colonna sonora di quindici anni di storia italiana: perché il personaggio ha da tempo consegnato se stesso alla memoria collettiva, incisa da brani che hanno varcato la soglia del puro "consumo". Esagerazioni? Mica tanto: la discografia di Battisti è zeppa di momenti musicali che meritano di figurare nella storia mai scritta dell'edonismo nazionale, da "Mi ritorni in mente" a "Il mio canto libero", da "La collina dei ciliegi" a "Prendila così". Non è solo un discorso di classifiche, di hit parade più o meno credibili, comunque dominate dall'artista in questione: il fatto è che il prodotto-Battisti resta, supera le mode e i modi di intendere il successo. In Italia, a pochi, quasi a nessuno, è riuscita una simile impresa. Ciò detto, abbandonando la tentazione di una recensione scritta in guanti gialli, è il caso di sottolineare che "Don Giovanni" ultimo ellepi del nostro in vendita da martedì, farà fatica a ripetere i trionfi di mercato di altre opere di Battisti. Motivo: è cambiato il pubblico che determina ovazioni e record, l'overdose di "look" ha stravolto i connotati dell'offerta musicale, un "video" azzeccato conta più dello sforzo artistico, come crudamente dimostra buona parte dei "fenomeni" dell'ultimo biennio, da Madonna a Simon Le Bon.

E proprio qui si innesta il gusto della "verifica", fortunatamente, non governativa: Battisti ha sempre avuto un suo pubblico, almeno fino a sei anni fa pur rifiutando cocciutamente le logiche dello star system. L'ultima apparizione televisiva risale al 1971, l'ultima intervista è datata 1978, giornali e giornaletti hanno dovuto accettare la filosofia del protagonista, che isola se stesso da meccanismi dell'"appaio dunque sono". Se "Don Giovanni" farà cassetta, sarà giusto gridare al grande miracolo: è lecito proporre un cauto pessimismo, anche se il disco suggerirebbe ben altri oroscopi. Perché "Don Giovanni" è un capolavoro. Confezionato con cura, assembla intuizioni geniali e felici recuperi di un passato comunque irripetibile: arrivato all'apice del successo (750.000) copie di "Una donna per amico" nel 1978, un primato demolito solo l'estate scorsa dal Baglioni eterno adolescente, Battisti ha avuto il coraggio di abbandonare schemi consolidati. La rottura con Mogol, paroliere bravo e soprattutto furbo, non è stata dettata solo da vili questioni economiche: dopo il fiasco di "E già" (1982, primo album senza i versi del Rapetti), la casa discografica ha fatto l'impossibile pur di convincere il compositore reatino a un matrimonio-bis. Niente da fare, Battisti ormai vuole lavorare solo per sé, per il suo gusto vagamente provocatorio: i testi di Mogol, sempre in linea con un pubblico che ama la rima facile, non si adattano alle strade nuove che Battisti percorre. Strade difficili: l'elettronica esasperata di "E già" aveva dolorosamente stupito l'estimatore più accanito, adesso riconquistato da musiche piene, convincenti. In una parola, belle.

A queste musiche, che entrano sotto la pelle già al primo ascolto, pur non contenendo i "tum tum" e gli effetti sonori di facile presa, fanno da contorno i versi di Pasquale Panella, uno sconosciuto poeta romano. Versi strani, curiosi, divertenti e pure vagamente inquietanti: comunque originali, certo migliori di quelli che la moglie di Battisti regalò al marito per "E' già". Par di capire che Panella abbia "rivestito" la musica, quasi in un secondo momento: ma la fusione è azzeccata, la voce di Battisti rende credibili o godibili i "non sense", che prosperano in Don Giovanni". Un disco compatto, che rende ardua la scelta di un brano sugli altri: ma non ci si annoia viaggiando tra una canzone e l'altra, soprattutto si capisce che l'artista prende teneramente in giro chi ascolta. Però non confondete Battisti con Battiato, qui c'è il guizzo, il genio, là c'era soprattutto l'abilissima speculazione. "Le cose che pensano", "Fatti un pianto", "Che vita ha fatto": dovendo scegliere, ecco i brani da citare. Coinvolgenti, garbati, ironici, sospesi tra talento e follia: "Io sono l'inganno, sinceramente non tuo" i versi di "Don Giovanni" nascondono il messaggio vero dell'album e dell'artista, che si è sempre astenuto dalle facili ideologie, dall'intellettualismo fasullo. Nel disco c'è una canzone intitolata "Il diluvio". Appunto, dopo Battisti il diluvio: nel senso che, look o non look, la musica italiana non ha trovato un erede di questo "inganno" così dolce e così bravo.


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