Un deludente ritorno del famoso cantautore
Fra chincaglierie e minestroni Battisti rifiuta la propria anima popolare
IL panorama della canzone italiana è sempre più piatto. Dove sono finiti i Valorosi? Quelli che rischiano cambiando di continuo, che seminano il terreno di piccoli disagi, che giocano a spiazzare il gusto medio? Lucio Battisti deve esserselo chiesto, o forse ha solo voluto fare qualcosa per sé, qualcosa che non fosse una stanca ripetizione, ma un tentativo di diversità. Tentativo riuscito, perché quanto a diversità questo suo nuovo album (Don Giovanni) non teme rivali. La novità che aggredisce per prima sono i testi (opera di Pasquale Panella) tutti giocati sul paradosso e sull'invenzione linguistica, spesso aspri e assai poco consolatori anche nei momenti umoristici. Poi la dissoluzione, il quasi massacro che Battisti opera sulla sua celebre innata melodiosità, spezzando consolidate abitudini latine.
Per i primi due brani dell'album il tentativo non è solo «carta programmatica», suona d'un suo fascino espressivo come quell'inseguirsi di passati remoti di Le cose che pensano, omaggio a un tema abituale (lei che se ne è andata) in una forma che di abituale non ha proprio nulla. Poi arriva l'ambizioso Fatti un pianto dove ci si permettono varianti stilistiche a pioggia tanto nel reparto testi (sentimento subito rivoltato in ironia, e in grottesca golosità quasi satireggiando le atmosfere di «amore e cucina» della coppia «Battisti-Mogol) quanto nel reparto musiche, affastellamento di percorsi contraddittori: dalla sinteticità agli eccessi descrittivi di Alan Parsons. Qualche dubbio comincia ad offrirlo il reparto produzione e arrangiamenti (Greg Walsh e Robin Smith) sdoppiato tra una disarmante semplicità e il gusto un po' kitsch di seminare piccoli oggettini sonori e chincaglierie di seconda mano un po' dappertutto. Ed ecco brano dopo brano prevalere quella nota sensazione di tedio che si è soliti spiegare cosi: «è un disco difficile, bisogna ascoltarlo più volte per goderselo». E invece, come sempre, più lo ascolti e più è una palla. Il gioco è troppo svelato e protagonista: si fa doppio e triplo (Il doppio del gioco), si impaluda in minestroni di faraoni e rumba (Madre pennuta), va a mettere in musica improbabili elenchi telefonici e calembour troppo numerosi e troppo voluti per esser comici («uno andò saldato, uno vive all'estro, uno fa calzoni dai risvolti umani...»). Tra l'altro in questa canzone (Equivoci amici) si rimane anche parecchio sconcertati dalla banalità della musica.
Per fortuna arriva subito Dori Giovanni che sprigiona una notevole grazia, una dolce, leggera malinconia che è sempre stata una delle chiavi migliori di Lucio Battisti cantante e musicista. Gli ultimi due brani potrebbero essere condensati in una sola riga e invece vanno avanti per venticinque e più con affliggente monotonia. In Che vita ha fatto si gravita attorno all'idea dello sbriciolamento del senso della vita, ma qui più che altro è uno sbriciolamento del senso della canzonetta. Nell'ultima (Il diluvio) si toma all'ironia pesante, tagliata a fette grosse. La frase «dopo di noi li il diluvio» detta in un certo modo è già ironica di per sé, non si capisce perché esasperarla in infinite traduzioni demenziali («chili di liquidi dopo di noi», «piove, piove, piove, siamo annaffiatoi»). Ma non bisogna dare la colpa a Panella (ha già un nome che lo predestina a capro espiatorio, anche se con una enne sola). Qui l'operazione è pensata, voluta, diretta e cellophanata da Lucio Battisti ed è questo, solo questo che la rende totalmente incongrua e autolesionista. Perché se di divertimento si tratta é certo masochismo puro. Tre sono stati gli autori-interpreti che hanno rivoluzionato la canzone italiana: Domenico Modugno, Adriano Celentano e Lucio Battisti. Sono stati questi tre cantanti, popolari per origine e per destinazione, che hanno aperto nuovi spazi di mercato anche per i colleghi più raffinati e «signorini»: gli intelligentoni, i rocchettari dissacratori, i gruppi melodico-beat. La via del rinnovamento E' così frustrante essere un autore popolare, saper comporre canzoni che tutti possono cantare. Io l'ho già fatto, dirà Battisti, sentitevi Eros Ramazzotti se proprio lo volete. Decisione nobile, da rispettare. Ma resta il dubbio che non sia in questa direzione che Lucio Battisti debba cercare il rinnovamento. E se invece che sui testi di Panella avesse lavorato su quelli di Apollinaire il risultato non sarebbe cambiato. E' dalla musica che bisogna ricominciare, e qui non c'è la musica nera non c'è la tradizione anglosassone, solo agli autori autenticamente popolari è dato il dono dell'invenzione. Se anche loro lo rinnegano vuol dire allora che la canzone boccheggia, e la famosa spinta propulsiva capace di aprire nuove stagioni alla musica leggera nazionale ormai non funziona neanche in discesa.
Gianfranco Manfredi
A questa recensione rispose con una lettera a "La Stampa" Edmondo Berselli: qui sotto la lettera e la replica di Gianfranco Manfredi
Edmondo Berselli
Signor Direttore. aspettavo golosamente il giudizio di Gianfranco Manfredi sull'ultimo elleppl di Lucio Battisti, -Don Giovanni-. Ed ecco, su -Tuttolibri-, la stroncatura: inappellabile, convinta. E inspiegabile. Manfredi è, oltre che un critico di indiscusse capacità, uno dei massimi battistologi viventi in Italia. Sospettabile addirittura di troppa indulgenza, visto che quattro anni fa era addirittura riuscito a riservare buona accoglienza (sempre su -Tuttolibri-) a -E già-, una delle più sfortunate e deludenti prove di Battisti, in cui la -ricerca- esasperata, fondata sulla tecnologia elettronica, conduceva a risultati e a suoni di sconfinata glacialità. In -Don Giovanni-, invece. Battisti torna a cantare. / brani dell'elleppi si riescono anche a riprodurre seppure in modo rudimentale sulle chitarre da gita scolastica e da osteria che si erano esaltate un tempo sui semplici ed efficacissimi accordi delle - Canzoni del sole- o di -Acqua azzurra, acqua chiara-. Per noi è un fatto significativo. Dicendo -noi- intendo la lobby battistiana. vale a dire quel composito gruppo di trenta-quarantenni, diffuso su tutto il territorio nazionale, che è cresciuto, si è innamorato ed è stato giovane lasciando pulsare liberamente il cuore sulle felici melodie del cantautore reatino. Qualcuno, nella lobby, sostiene che a questo punto — la melodia cantabile di -Don Giovanni- è un segnale — Battisti è pronto per tornare alle chitarre, alle ghiotte sonorità dei suoi esordi, al sentimento mediterraneo che ha accompagnato i nostri petting nei primi Settanta. Noi della lobby chiediamo dunque comprensione. Abbiamo spasimato in silenzio e in solitudine quando dire Battisti equivaleva a dire piccola borghesia e -reazione- (Battisti fu persino accusato di finanziare l'organizzazione neo-fascista Ordine nuovo). Ora i battistiani escono dalle catacombe, possono gettare la maschera: mentre ci fa piacere leggere i commenti entusiastici di Mangiarotti (-11 Giorno-), Michele Serra (-l'Unità-), Luzzatto Fegiz (-Corriere della Sera-) e tanti altri, fra i quali mi piace ricordare Francesco De Gregari, ci riesce incomprensibile la dura presa di posizione di Manfredi. Perché Manfredi?
Edmondo Berselli (assistente alla Direzione D Mulino - Bologna)
Vedo con piacere che anche se uno si affanna a spiegare minuziosamente un giudizio critico, alla fine risulta lo stesso inspiegabile. Negli ultimi tempi temevo d'essere troppo didascalico, evidentemente un pizzico di esoterismo mi resta. Mi preme precisare 'che prima di scrivere non sapevo come si sarebbero allineati gli altri, d'altra parte non è più tempo di schieramenti compatti neanche in politica, figuriamoci in canzonetta. Battisti tornerà alle chitarre? Può anche darsi, ma non vedo cosa ci sia in questo disco che possa prefigurarlo; la produzione (di Greg Walsh, giovane musicista e ingegnere del suono allevato alla scuola di Alan Parsons) è la stessa dell'album precedente e da quel che mi risulta Walsh e Battisti hanno fatto coppia proprio perché uniti dall'amore per l'elettronica (un amore sempre molto difficile da rinnegare). E' anche giusto e comprensibile che Battisti abbia voluto cambiare i suoni e non credo avrebbe granché da guadagnare da un tardivo ritorno acustico quando persino Dylan si circonda e protegge di sintetizzatori. D fatto è che anche dalle tastiere bisognerebbe spremere «anima popolare» e lo sa bene Battiato che ci ha innestato Cuccurru paloma e Sul ponte sventola. Battisti la popolarità non ha bisogno di chiederla alle citazioni, ce l'ha dentro. E dunque la cosa veramente inspiegabile è che proprio lui voglia ricorrere all'elzeviro.
Gianfranco Manfredi
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