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La nuova vita di “The Number of the Beast” in "28 giorni dopo"

15.01.2026 Scritto da Elisa Giudici

È il 1982 quando sui neonati canali musicali arriva un video destinato a far discutere: quello di “The Number of the Beast” degli Iron Maiden. Il brano, title track dell’album omonimo, scatena polemiche soprattutto negli Stati Uniti per l’immaginario satanico evocato fin dal titolo, ma diventa subito un successo commerciale, entrando nella top 20 del Regno Unito.
Non senza attriti: sulla neonata MTV (che cominciò le sue trasmissioni nel 1981), per esempio, il video viene censurato nello spezzone finale, quando appare il gigantesco Eddie con il numero e i simboli del demonio. Diretto da David Mallet e girato con un budget modesto al Newcastle City Hall, il clip mostra la band che esegue il pezzo dal vivo, alternando la performance a spezzoni di cinema horror classico. Un linguaggio oggi forse ingenuo, ma fondamentale per raccontare gli inizi del videoclip come forma narrativa autonoma.
Gli inserti cinematografici d’antan sono stati per anni oggetto di discussione tra i fan. Alcuni provengono da titoli horror a tema mostri facilmente riconoscibili come “Nosferatu il vampiro” (1922) e “Watang! Nel favoloso impero dei mostri” (1964); altri compaiono solo per pochi istanti, sovrimpressi e filtrati, dando vita a un lungo gioco di identificazione collettiva sui forum musicali.

Quasi mezzo secolo dopo, nel 2026, quella stessa canzone trova una nuova vita cinematografica. “The Number of the Beast” è diventata infatti il cuore della scena più memorabile di ”28 Anni Dopo - Il tempio delle ossa”, secondo capitolo della saga diretto da Nia DaCosta. Al centro della sequenza c’è Ralph Fiennes, qui promosso da comprimario del primo film a vero perno narrativo.
Fiennes interpreta il dottor Kelson, sopravvissuto al contagio zombie che vive in un enorme ossario, il “tempio delle ossa” del titolo. Medico, scienziato e figura quasi filosofica, Kelson coltiva una passione per la musica anni Ottanta: grazie a un generatore manuale ascolta vinili perfettamente conservati. Nel film si sentono “Girls on Film”, “Ordinary World” e “Rio” dei Duran Duran, oltre a “Everything in Its Right Place” dei Radiohead, brano che accompagna bene la sua solitudine etica e il rigore con cui ha ricostruito una quotidianità possibile, ventotto anni dopo la fine del mondo.

La sequenza destinata a restare, però, è quella costruita attorno al classico degli Iron Maiden (attenzione agli spoiler). Kelson deve convincere un gruppo di ragazzi nati dopo il collasso della civiltà di essere Satana in persona, la “bestia”. Accetta il gioco e, nel suo tempio, fa partire “The Number of the Beast” a tutto volume, usando la scienza per creare fiammate, cerchi di fuoco e un vero e proprio spettacolo pirotecnico. È una scena ironica ma potentissima, in cui Fiennes si trasforma in un improbabile frontman metal, tra headbanging, trucco nero che cola e una fisicità sorprendente.

La sequenza era stata inizialmente pensata sull’intera durata del brano, poi ridotta per ragioni di ritmo. Fiennes ha raccontato di aver imparato la canzone per intero per farne al meglio il lipsynch e di aver vissuto il momento come uno dei più intensi del film, un picco fisico ed energetico che contrasta volutamente con il silenzio e il degrado dell’universo post-apocalittico.
Nel gioco di rimandi tra musica e cinema, “The Number of the Beast” trova così un nuovo “video alternativo”: più spettacolare, più consapevole e forse ancora più iconico di quello originale. Un incontro perfetto tra heavy metal e horror, a distanza di oltre quarant’anni - in attesa


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