C'è un dettaglio che balza all'occhio scorrendo i titoli delle canzoni che compongono la scaletta dei concerti di Achille Lauro nei palasport: ogni traccia di "Achille Idol immortale", "Dio c'è" e "Ragazzi madre", i dischi degli esordi da rapper, è stata in qualche modo cancellata. I brani più recenti sono "Bvlgari” e “Thoiry”, del 2018. «Ieri sono stato al concerto di Achille Lauro e sincero lo preferivo anni fa quando faceva samba trap col pubblico di maranza e non adesso idolo di un pubblico di donne 50-60enni con la cover a portafoglio», ha scritto un utente su X, ex Twitter, tra una data e l’altra del tour di Achille Lauro nei palasport. «Ma è lui stesso una donna di 50/60 anni, ormai», gli ha risposto un altro. In fondo la svolta di Achille Lauro sta tutta in questo divertentissimo scambio, che avrà strappato un sorriso anche a lui e che sintetizza alla perfezione il modo con il quale oggi la voce di “Rolls Royce” è percepita oggi. Quando è successo? Eravamo distratti? Non ce ne siamo accorti? All’improvviso Achille Lauro è diventato l’artista più rassicurante, familiare e innocuo d’Italia, capace di muove le masse e di mettere d’accordo tutti. Ai suoi concerti si vede un pubblico vario e trasversale. Mamme e zie che alla fine hanno saputo vedere del buono in quell’artista che inizialmente guardavano con sospetto. Ragazze poco più che adolescenti che conoscono a memoria ogni ritornello, a furia di ascoltare compulsivamente le sue canzoni sulle piattaforme. Mariti trascinati a forza dalle rispettivi mogli: fino a qualche anno fa non avrebbero mai pensato di comprare un biglietto per un suo concerto e invece ora eccoli lì a cantare «Adesso dove vaaaado? Senza ma, senza se, senza teeee… Amore disperaaatoooo». Tutti vogliono un pezzo di lui. Lo confermano i numeri. L’album “Comuni mortali”, uscito il 18 aprile 2025, quasi un anno fa, è da 48 settimane nella classifica Fimi dei più venduti in Italia. Senza ristampe. Senza “deluxe edition”. Senza trucchetti vari. Di queste 48 settimane ne ha trascorse 25 in top 20, buona parte delle quali in top ten. Nell’ultima settimana otto suoi brani sono finiti nella top 200 delle canzoni più streammate su Spotify: “16 marzo”, “Perdutamente”, “amoR”, “Amore disperato”, “Incoscienti giovani”, “Senza una stupida storia” e il duetto con Laura Pausini sulla stessa “16 marzo”. I concerti del tour nei palasport, che è partito il 4 marzo da Eboli e chiuderà il 29 marzo a Bologna, sono tutti sold out: 145 mila biglietti venduti. Tutto esaurito anche per i concerti del 10 giugno all’Olimpico di Roma e del 15 giugno a Milano, i suoi primi negli stadi, mentre rimangono ancora pochissimi biglietti per la data del 7 giugno a Rimini. Negli stadi tornerà ad esibirsi nell’estate del 2027, stavolta con un tour vero e proprio, di cui sta annunciando le tappe direttamente dai palchi dei palasport in cui si esibisce.
"Rolls Royce" e le polemiche
Un passo indietro. Sanremo, 8 febbraio 2019. Nella città ligure si sta svolgendo il Festival della Canzone Italiana. In gara, in mezzo ai vari Ultimo, Il Volo, Loredana Bertè, Simone Cristicchi, Daniele Silvestri, Irama, Arisa, Francesco Renga, Nek, Patty Pravo (con Briga) e Anna Tatangelo c’è anche Achille Lauro. Il pubblico sta imparando a conoscerlo proprio in questi giorni: è arrivato all’Ariston da perfetto sconosciuto, nonostante sia un nome di punta della scena rap italiana da diversi anni. A Sanremo, però, non canta un pezzo da rapper, ma un brano punk-rock, “Rolls Royce”. È una delle rivelazioni di quest’edizione del Festival (la vera rivelazione sarà Mahmood, vincitore a sorpresa con la sua “Soldi”). Con tutto ciò che ne consegue. A partire da un’esposizione mediatica che è al tempo stesso croce e delizia. Prima le accuse di plagio, avanzate da quanti sostengono che la sua “Rolls Royce” somigli troppo a “1979” degli Smashing Pumpkins (ironia della sorte, l’album che raccoglierà il brano sanremese si intitolerà “1969”). Poi le speculazioni intorno al presunto significato della sua canzone, che omaggia alcuni miti del rock, dai Doors a Amy Winehouse, da Jimi Hendrix a Elvis: “Rolls Royce”, si sotiene, non sarebbe altro che un inno alla droga. Nello specifico, a una pastiglia chiamata proprio così: “Rolls Royce”. A Sanremo Achille Lauro riceve la visita di Valerio Staffelli: l’inviato di “Striscia la notizia” è arrivato nella città ligure appositamente per consegnare alla voce di “Rolsl Royce” il Tapiro d’oro. «Siamo venuti a portargli il tapiro perché abbiamo visto che lei ha portato al Festival questa canzone che è un inno all’ectasy», dice Staffelli, con aria da bacchettone. «Dovrei darvelo io il Tapiro, perché mi sembra una cosa surreale, ridicola. Ti dovresti informare bene», replica Achille, mentre il suo fidato braccio destro Boss Doms, al suo fianco, ride sotto i baffi. «Io mi sono informato. Lei è un esperto di droga. Ha fatto il pusher. Ma chi vogliamo prendere in giro? Non è corretto per i ragazzini», insiste Staffelli. «Fate ridere, la canzone parla di star mondiali…», fa per dire Lauro. Ma Staffelli lo interrompe: «…che hanno avuto problemi con la droga». Lauro è in difficolta. Si innervoscisce. Si toglie e si rimette gli occhiali da sole di continuo. Boss Doms prova intromettersi, ma lui lo interrompe: «Rispondo io». Poi prende il Tapiro e lo consegna a Staffelli: «Sei un ignorante, il Tapiro te lo do io: al tonno più grande d’Italia. La Rolls Royce è un’automobile». Alla fine Lauro se ne va, rincorso da Staffelli che continua ad accusarlo di aver partecipato al Festival di Sanremo «per pubblicizzare la droga».
"Una mutazione antropologica"
La battaglia di Striscia contro Lauro prosegue anche nei giorni successivi al Festival, dove Lauro si clasisfica nono. Il 12 febbraio, tre giorni dopo la conclusione della kermesse, il tg satirico di Antonio Ricci torna ad attaccare l’ex rapper romano. Lo fa mandando in onda i video di vecchi concerti di Lauro, in cui quest’ultimo si rese protagonista di alterchi con alcuni ragazzi tra il pubblico. Immagini che a riguardarle oggi sembrano appartenere a un’altra era geologica. Come quelle della successiva partecipazione di Lauro a Sanremo 2020, tra la tutina di San Francesco e l’abito secentesco alla Regina Elisabetta. E che dire del toro meccanico che si portò all’Eurovision l’anno in cui - era il 2022 - pur di partecipare alla kermesse internazionale decise di rappresentare San Marino e fu eliminato dopo il primo passaggio? Memorie di un tempo, ormai lontanissimo, in cui Achille Lauro era per pochi, sinonimo - per una parte consistente del pubblico generalista - di provocazione, eccesso e ambiguità. Oggi Achille Lauro è per tutti, invece: popolare nel senso più ampio del termine. All’ultimo Festival di Sanremo, voluto da Carlo Conti come co-conduttore di una delle cinque serate (è stata la sua settima partecipazione in otto anni: quattro volte in gara, una volta da ospite fisso, una sul palco esterno, una da co-conduttore), tutto vestito di bianco, è stato accolto da cori da stadio dalle signore impellicciate della platea dell’Ariston. Dopo aver lanciato la sua Fondazione Madre per aiutare i giovani in difficoltà, Achille dal cuore d’oro ha commosso tutti con l’omaggio alle vittime di Crans-Montana sulle note di “Perdutamente”, una delle canzoni di “Comuni mortali”: «La musica è qualcosa che ha il compito di smuovere, far sognare, far riflettere, ma anche sostenerci e confortarci. Talvolta è in grado di toccare corde così profonde da andare oltre ogni parola, diventando una grande amica e facendoci sentire meno soli. E se anche solo per un istante ha fatto questo, allora ha compiuto il suo senso più autentico», ha detto. Concita De Gregorio, che l’ha intervistato per U di Repubblica, ha parlato di una «mutazione antropologica»: «Un adolescente cresciuto in bilico sul precipizio di droghe morte galera, che diventa Mastronianni», scrive. E ancora: «È il figlio di ogni madre, il vivente con cui ragazze e ragazzi vorrebbero non dico fidanzarsi: sposarsi. Il grande che i bambini vorrebbero diventare».
Com'è umano, il nuovo Achille
X Factor, nel 2024, lo ha riposizionato. Poi è arrivata “Amore disperato”, una ballatona «su una storia nata ai confini del Raccordo Anulare di Roma, in via Tina Pica, l’icona assoluta delle pellicole di Luigi Comencini e del capolavoro del neorealismo rosa “Pane, amore e fantasia”». Infine il ritorno in gara a Sanremo con “Incoscienti giovani”, l’anno scorso: lui che su quel palco ha giocato sempre a rompere gli schermi, ad essere sopra le righe, si è mostrato romantico e classico, con tanto di assolo di sax Anni ’80 nello special. Normale, appunto. Alla fine ha capito che per fare il salto in avanti doveva fare un passo indietro. Anziché continuare ad aggiungere accessori alla sua musica, lui che in una manciata di anni è passato dalla samba trap al punk rock, poi dal punk rock all’elettronica Anni ’90, poi dall’elettronica Anni ’90 allo swing, poi dallo swing di nuovo al punk rock, poi dal punk rock alle ballate, doveva fare l’operazione inversa: rimuovere le sovrastrutture, lasciando solo il minimo indispensabile. Così, come per magia, quell’aura disturbante e divisiva che lo caratterizzava, è sparita di colpo. Quelle canzoni che un tempo facevano storcere il naso, oggi suscitano altre sensazioni: commuovono. Inducono a una intensa partecipazione emotiva e affettiva, parlando di relazioni, fragilità, famiglia, senso di appartenenza: quando in “Cristina” si rivolge alla mamma e la ringrazia per essere riuscita a crescerlo, tra mille difficoltà e sacrifici («Ma ce l’hai fatta, mamma / ma ce l’hai fatta, mamma»), diventa il figlio di tutte le mamme d’Italia. Chiede di essere abbracciato, come su “amoR”. «Non rincorro più i numeri forzatamente, non partecipo più al gioco del tormentone estivo. Oggi con la mia musica voglio lasciare qualcosa di grande alle persone», spiega, a sintetizzare la sua nuova urgenza. Non quella di scioccare, ma quella di restare. Ha intitolato il disco “Comuni mortali”, perché «sottolinea la grande fragilità che ci accomuna, quella vulnerabilità che ci rende tutti uguali, tutti così umani».
Viene da citare Nietzsche e anche un po' Fantozzi: com'è umano, troppo umano, questo nuovo Achille.
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