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La musica artigianale di Bianco

18.02.2026 Scritto da Adelia Brigo

Un disco libero, sincero, raro per questi tempi. Un cofanetto di undici tracce che porta l’ascoltatore a varcare una soglia in cui il racconto è fatto di fotogrammi: momenti di vita restituiti con una poesia che si muove tra nostalgia, leggerezza e verità. Storie personalissime che si fanno universali, toccando con semplicità le emozioni più vere.
"Camaleonte" è il nuovo album di Alberto Bianco uscito il 6 febbraio per Garrincha 373. Un disco artigianale, inciso in modo analogico che restituisce un suono autentico ed imperfetto, dove il cantautore di Torino racconta il cambiamento, la necessità di scegliere, la fatica di diventare grandi senza dimenticare chi siamo stati. Come un camaleonte appunto, «un animale che cambia pelle ma resta sempre se stesso». Un disco nato e registrato in una sola settimana a Torri in Sabina, la scorsa estate, insieme a Roberto "Bob" Angelini (con il quale condivide da anni anche il palcoscenico nei tour di Niccolò Fabi) e Andrea "Fish" Pesce, musicisti che continueranno questa avventura anche nella dimensione dei live, in tour da fine marzo. Un nuovo lavoro per Bianco che dagli esordi nel 2011 con Nostalgina ad oggi, si è ritagliato un suo spazio nel panorama cantautorale italiano grazie a una poetica sonora coerente e distintiva. 
"Camaleonte" è vestito graficamente dalle illustrazioni dei Cabani Bros, l'artwork nato all’interno dell’accademia TheSIGN di Firenze. Inoltre, Bianco ha collaborato con il regista torinese Mauro Talamonti nel video della traccia "Il tempo è un bastardo", già online. L’8 marzo il brano "Camaleonte" farà da colonna sonora al cortometraggio "Non torna più", in anteprima internazionale al Cinema Massimo di Torino durante il Seeyousound Festival. 

Hai scelto di dare una veste artigianale alle tue canzoni: quanto è stato importante per te tornare all’essenza della musica?
«Devo dire che è successo in modo abbastanza casuale, non ero sicuro di avere questo bisogno. L’ho scoperto quando, insieme a Bob (Roberto Angelini), abbiamo provato a registrare con un Tascam a quattro piste. È successo un giorno, per caso. È uno strumento a cassetta degli anni Novanta: lo usavano i cantautori americani per registrare i provini, e quel suono mi ha fatto impazzire. Mi ha fatto riscoprire i suoni di quando ho iniziato a fare musica, addirittura di quando ero bambino e giocavo a sovraincidere le cassette. È un suono che rimanda ad alcune produzioni di Elliott Smith o John Frusciante. Ecco, avevo voglia di tornare lì, di rifugiarmi in quel suono. Mi emoziona, così come la modalità di registrazione, che è molto istintiva e artigianale. Ti insegna ad accettare le imperfezioni e gli errori come parte stessa dell’espressione artistica. Non ero abituato a questa cosa, ci ho dovuto fare pace, ma poi mi sono trovato a mio agio proprio in quell’imperfezione. C’è un continuo dialogo con questo strumento simpatico: una scoperta continua, ma che richiede anche una manutenzione continua».

Angelini lo ha descritto come un disco “magnete contro algoritmo”. Oggi, come riesce un musicista libero come te a collocarsi in un mondo dominato dai numeri?
«È una volontà. Mi sembra molto interessante tutto ciò che sta fuori dagli schermi, non entrare nella vasca piena di pesci ma restare nel mio piccolo laghetto. Mi tranquillizza, mi rende sereno. Credo che le persone abbiano ancora voglia di appassionarsi a cose che non stanno nel main. Mi sento sereno e quasi un po’ figo, non per snobbismo ma perché sono in pace con me stesso. Ho capito che i numeri non sempre si traducono in vera passione. Mi arrivano messaggi molto belli da parte di chi mi ascolta e questo mi apre il cuore più di qualsiasi contatore».

“Camaleonte” è il cuore del disco e racconta la paura di scegliere e di esporsi: che cosa rappresenta oggi per te?
«Camaleonte non è la canzone da cui è partito il disco ma è una delle più importanti. Racconta quei momenti della vita in cui si è definita la mia identità: il periodo in cui ho capito che la musica aveva un ruolo centrale nella mia vita e nella percezione che gli altri avevano di me.
È stato un momento di meravigliosa consapevolezza, ma anche di difficoltà nel prendere decisioni. Quel percorso poi si è definito, ma oggi mi ritrovo a quarantadue anni, a una ventina d’anni da quella scelta, con dubbi che in fondo restano gli stessi. Questa cosa mi fa sorridere, perché è un irrisolto che rappresenta l’esistenza stessa. Forse è anche il motivo per cui ci alziamo dal letto ogni mattina: la vita ci chiede di risolvere dei rebus e sta a noi cercare una soluzione».

Come sono nate queste canzoni? Quando?
«Le prime a nascere sono state "Un tempo è un bastardo" e "Due parole, mentre le altre sono nate tutte in quella settimana a Torri in Sabina. Avevo fretta di chiudere la scintilla che si era accesa: volevo che tutto fosse la fotografia di quei giorni e non volevo che la registrazione venisse “inquinata” da altri luoghi o circostanze. Ho chiuso l’album tutto lì, in quel momento. Poi mi sono fidato della pancia. Solitamente i testi per me sono un’elaborazione lunga; questa volta invece mi sono affidato all’istinto. Ci sono parti di testi che si percepiscono come acerbe, ma mi piacciono così».

Racconti che la musica ti cerca anche quando la respingi: oggi, quando ti risulta più difficile rispondere a questo richiamo?
«Non sono mai stato dipendente da qualcosa, ma penso di poter dire che per me la musica assomiglia un po’ a una dipendenza. Una dipendenza che sento di potermi permettere e assecondare. Ho molto rispetto per questo essere e per questa professione. Quando sento che l’energia che posso dedicarle cala, mi sembra una mancanza di rispetto verso tutto ciò che ho sognato e immaginato, e verso la dedizione che ci ho messo. Per preservarla, quindi, cerco di nasconderla sotto il cappotto e, ogni volta che ci sono le condizioni per curarla e darle energie, lo faccio con tutto l’amore del mondo».

L'album si apre con "A casa di Mimì", perché hai scelto di lasciare delle tracce strumentali nel disco?
«È da molto tempo che scrivo parti strumentali e ad un certo punto, cedo e ci infilo le parole. Questa volta, però, suonando con Bob e Fish, ci sono state tracce strumentali che avevano un significato forte, perché contenevano già un percorso narrativo. Ho provato, per esempio a scrivere un testo su "A casa di Mimì" ma poi ci siamo chiesti: perché sottolineare qualcosa che è già scritto dentro la musica? Sono strumentali quasi filmiche e inserire un testo rischia di disturbare l’ascoltatore. Così, invece, la canzone può essere quello che vuole. Se avessi scritto un testo avrei dato troppi elementi. "Il serpente dei cespugli" è nata dalla coda di Camaleonte, un pezzo che è diventato quasi uno dei miei preferiti del disco».

Nei tuoi dischi sorprende la capacità di raccontare le difficoltà della vita con un risvolto positivo, altre volte l'utilizzo di immagini che riportano all’infanzia o all’adolescenza. Da dove nasce questa cosa?
«Il passato viene sempre un po’ smussato: il tempo che passa arrotonda gli angoli rispetto al presente. In questo caso, soprattutto, parlare della mia adolescenza in un luogo preciso mi ha fatto bene. È stato come riguardare le foto che avevo in testa, ma anche come ripercorrere momenti cruciali della vita: la sala prove da ragazzino, il primo bacio, il bassista che ti paccava per la fidanzatina. Probabilmente avevo voglia di rivivere quei momenti di leggerezza, e ne sentivo davvero il bisogno. E poi, in generale, quando si è davanti a dei problemi bisogna trovare il modo per risolverli, anche in modo concreto. Spesso finisco per aggiustare le cose da solo: a casa, in sala prove. E forse, in fondo, anche le canzoni raccontano questa cosa».


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