C’è qualcosa di profondamente poetico nel modo in cui Kavus Torabi ha raccolto il testimone di Daevid Allen. Quando il leggendario fondatore dei Gong è scomparso nel 2015, non ha lasciato dietro di sé solo una band, ma un’intera cosmogonia: quella Flying Teapot, la teiera volante, che da oltre cinquant'anni solca i cieli della psichedelia mondiale, tra filosofia hippie, jazz rock e pura follia creativa (per chi volesse ascoltarli dal vivo, i Gong saranno questa sera a Pordenone, domani a Livigno e l'11 aprile a Borgomanero).
Torabi, polistrumentista (anche se è troppo modesto per accettare questa definizione) anglo-iraniano dalla carriera eclettica - già anima dei Cardiacs e dei Monsoon Bassoon - non si è limitato a preservare un museo. Con una "testarda positività" e una precisione quasi maniacale, ha guidato la band verso una nuova trilogia discografica, culminata nel recente "Bright Spirit" (qui la nostra recensione).
Kavus, Daevid Allen ha chiesto a te di continuare il viaggio della "Flying Teapot". Come hai accolto questa responsabilità?
È una bella domanda. Non è qualcosa che ho accettato subito con entusiasmo, a dire il vero. All'inizio mi sembrava un'idea terribile: l'idea di portare avanti una band senza alcun membro originale, diventando io il principale autore dei brani... non riuscivo proprio a vederla funzionare. Parliamo di dieci anni fa, quando nessuno dei dischi attuali esisteva ancora. Però Daevid ci teneva moltissimo. Mentre era ancora in vita, dovevamo promuovere l'album fatto insieme, I See You. Avevamo un nuovo batterista incredibile, Chett Nettles, e dovevamo finire delle date del tour senza Daevid perché lui era malato. L'idea era: "Facciamo questi show, io canto (visto che avevo già guidato le mie band in passato) e poi chiudiamo lì". Sarebbe stata una bella storia di cui aver fatto parte. Ma Daevid fu categorico: "Voglio che continuiate, non voglio che questa band muoia con me". Durante quelle settimane in tour abbiamo scoperto una chimica pazzesca; la musica suonava benissimo. Ho suonato in band per tutta la vita e so che non basta mettere insieme bravi musicisti: serve l'intesa, e noi l'avevamo. Anche l'etichetta ci incoraggiò a registrare ancora. Così abbiamo provato a scrivere insieme per vedere se ne sarebbe uscito qualcosa di buono. È nato Rejoice! I’m Dead!, che è stato il nostro modo di dirgli addio.
I fan come ti hanno accolto?
La risposta del pubblico è stata splendida. Certo, alcuni non erano d'accordo, e lo capisco, ma per me la scelta era binaria: o lo fai o non lo fai. E se decidi di farlo, devi buttartici con passione e sincerità. Forse mi ha aiutato il fatto di non essere stato nel "Gong-universo" per decenni; amavo la loro musica, ma non avevo quel timore reverenziale o quella cautela che avrebbero potuto bloccarmi. È stato un viaggio strano, che mi ha fatto scoprire molto di me stesso in questi dieci anni. Non riesco a pensare a un altro esempio simile nella storia del rock, e per questo amo farne parte.
La mitologia dei Gong era legata alla cultura hippie degli anni '70. Come traduci quei concetti di espansione della coscienza per l'ascoltatore più cinico e iperconnesso del 2026?
Non so se il nostro pubblico sia cinico, ma per quanto mi riguarda, far parte dei Gong è stato un processo evolutivo. Sono sempre stato affascinato dalle esperienze mistiche, dagli psichedelici, dalla metafisica, dalla morte e dall'eternità. Prima magari vi accennavo nei testi in modo velato; entrando nei Gong, ho dovuto permettere a queste parti di me, che tenevo un po' nascoste, di uscire fuori con forza. Anche come performer: Daevid era carismatico e magnetico. Io non sono mai stato timido, ma sapevo chi stavo sostituendo e non potevo permettermi mezze misure. Avevo già gli stessi ideali e credenze di Daevid; fin da adolescente ero attratto dallo stile di vita e dall'approccio alla spiritualità che ruotava attorno alla band. Non ho dovuto adattare nulla, ho solo dovuto mettere la mia versione di quelle idee mistiche in primo piano. Farlo mi ha fatto crescere come persona e mi ha reso meno cinico. Non puoi stare nei Gong ed essere una persona negativa o cinica: sarei l'uomo sbagliato per questo ruolo. Essere qui mi spinge a cercare costantemente la positività. Sono un ottimista, cerco sempre di guardare verso l'alto.
Precisione maniacale e abbandono psichedelico: riesci a far convivere queste due anime.
Mi fa molto piacere sentirlo, perché sono due aspetti di cui sono consapevole. Ho questa tendenza alla precisione meticolosa (e il nostro batterista è uguale), vengo da un background fatto di prove intensive e musica interamente composta. Al tempo stesso, però, devo quasi forzare la mia parte legata all'abbandono psichedelico a convivere con questo rigore. È un tentativo di sposare i due mondi. Se pensi che ci riesca, allora significa che sto andando nella direzione giusta.
Nelle lunghe suite dal vivo, quanto spazio lasciate all’improvvisazione e qual è il segnale tra voi per tornare sulla Terra?
Ci sono sezioni specifiche nei pezzi dove sappiamo di poter improvvisare. Di solito c'è un segnale: può essere un contatto visivo da parte mia (alzo le sopracciglia e il mento, per esempio), oppure il batterista che cambia il "tiro" o il feeling del ritmo. Ci conosciamo da dieci anni, ormai sentiamo quando è il momento. A volte, se sentiamo che l'improvvisazione sta andando davvero da qualche parte, ci limitiamo a sederci e a vedere dove ci porta, lasciando che la musica faccia il suo corso.
Sei un polistrumentista di lungo corso. La musica non ha più segreti per te?
La musica è tutto, ma voglio fare una precisazione: non mi considero un vero polistrumentista. Suono molti strumenti, ma non sono necessariamente bravo in tutti. Quello che faccio è arrangiarli in modo che non si sentano i miei limiti tecnici. Ad esempio, nel mio prossimo disco solista suono il pianoforte: non sono un grande pianista, ma scrivendo parti semplici che si incastrano tra loro, l'arrangiamento funziona. Gli unici strumenti che padroneggio davvero sono la chitarra, forse il basso e l'armonium. Per il resto, armeggio finché non si inserisce nel quadro generale. Sì, riesco ancora a stupirmi. Forse il trucco è sentire di non essere ancora "arrivato". Mi sembra di scrivere sempre la stessa canzone, in ogni progetto, cercando di raggiungere il centro di qualcosa che ancora mi sfugge. Ogni nuovo pezzo è un tentativo di avvicinarmi a quel nucleo. È come quando fai una battuta in una conversazione: l'idea ti viene un istante prima di dirla, e ne ridi tu stesso perché fino a un attimo prima non sapevi che l'avresti pensata. Con la musica è uguale: magari mi sveglio e non c'è nulla, poi un'ora dopo è apparsa una melodia. Non cerco di razionalizzare troppo la provenienza delle idee, mi sorprende sempre. Inoltre, suonare con gli altri ti costringe a reagire: è un continuo dare e ricevere. Mi sento fortunato a fare ancora musica che mi entusiasma alla mia età e a sentire che il mio lavoro migliore deve ancora arrivare. Forse è perché non ho mai avuto un enorme successo commerciale "ingombrante". Sono conosciuto per i Cardiacs o per i Gong, ma non ho mai dovuto ricreare forzatamente un suono del passato. Documento semplicemente dove mi trovo in questo strano viaggio, in questo corpo che un giorno cadrà a pezzi. Il nuovo album dei Gong è la musica di un uomo di mezza età. Mi piacerebbe in futuro fare l'arte che fa una persona anziana, senza cercare di scimmiottare quello che facevo a vent'anni. Ammiro band come gli Iron Maiden, ma a volte mi chiedo perché voler rifare sempre lo stesso disco invece di esplorare che cosa ha da dire un gruppo di uomini maturi.
In un mondo che sembra chiudersi sempre più in sé stesso, la tua musica è testardamente solare e vitale.
Mi piace l'uso della parola testardamente. La musica è ciò che mi ha attratto di più fin da quando ho memoria. A nove anni ho capito che potevi farne la tua vita, cantare in un gruppo, vestirti di nero e sembrare figo. È quello il linguaggio che capisco. Ci sono tante cose del mondo che non comprendo — politica, economia — e quando parlo con chi ne sa più di me mi sento ingenuo. Ma l'arte e la musica non hanno bisogno di spiegazioni, ne capisco i meccanismi. Quindi vado avanti, seguendo questo richiamo. Se smettessi di sentire questo bisogno creativo, smetterei di farlo. Non è mai stata una fatica generare idee; la fatica è il lavoro per realizzarle al meglio, ma l'ispirazione appare e basta.
Che cosa distingue “Bright Spirit” dai dischi precedenti?
Ciò che lo differenzia dai precedenti è il metodo. Gli ultimi dischi erano stati scritti tutti insieme in una stanza e testati dal vivo in tour prima di essere registrati. Stavolta non avevamo questo lusso, quindi abbiamo deciso di fare l'opposto: un album deliberatamente "da studio", che non dovevamo necessariamente saper suonare dal vivo. Questo ci ha dato la libertà di inserire sintetizzatori o parti - come il glissando di chitarra di Fabio (Golfetti, ndr) in At the Wonderment - che non avremmo considerato se avessimo dovuto pensare subito alla resa live. Paradossalmente, ora molti di quei pezzi li stiamo suonando comunque dal vivo, ma l'approccio mentale iniziale ci ha dato una libertà nuova.
Hai parlato in prima persona di ciò che sta accadendo in Iran e della responsabilità degli artisti di esporsi quando hanno un megafono in mano.
Di solito non mi sento qualificato per commentare conflitti o situazioni politiche complesse. Ma nel caso dell'Iran, essendo io stesso iraniano e avendo famiglia lì, sento di saperne di più. In Iran è in corso un massacro dei cittadini da parte di un regime oppressivo che va avanti da 47 anni, ma ora la situazione è precipitata. Hanno giustiziato un ragazzo di 18 anni solo perché avrebbe lanciato sassi durante una protesta. Queste storie non vengono amplificate abbastanza. Sento la responsabilità di parlarne. Non amo usare etichette come "in quanto iraniano" o "in quanto persona di colore" — il mondo è tondo per tutti — ma c'è troppo silenzio e troppa incomprensione sulla brutalità del regime islamico. Metterci la faccia è stato stressante per me, perché non lo faccio mai, ma mi sentivo frustrato e impotente. I cittadini subiscono il blackout totale di internet da oltre un mese: le loro voci non vengono ascoltate, sentiamo solo i commentatori occidentali o la propaganda del regime. È straziante: le persone sono bombardate da un lato e in guerra con il proprio governo dall'altro. Io sono nato lì, ma non sono più potuto tornare da quando me ne sono andato.
Però non c’è un legame diretto tra le tue origini e la tua musica.
Me lo chiedo spesso. Sento sicuramente un'attrazione verso le sonorità mediorientali, che è anche ciò che mi ha fatto amare i Gong da ragazzo. Però sono riluttante a caricarlo troppo di significato: non voglio approfittare delle mie origini o attribuire loro falsi meriti. Magari mi piacciono solo quelle scale musicali, tutto lì. Però chi mi conosce bene, e conosce gli iraniani, dice che sono un "tipico iraniano". Quindi forse qualcosa sotto c'è.
Ti cito: "È un mondo vecchio e solitario ormai, ma ogni respiro che facciamo è un miracolo, dico io". Hai ancora speranza?
Oh, assolutamente sì. Quando ho scritto quel verso, stavo parlando a me stesso. Ho passato un periodo molto duro durante e dopo il Covid, e quel testo era un promemoria: "Forza, svegliati". Se guardi attraverso il filtro di un mondo vecchio e solitario, tutto sembra senza speranza. Ma dobbiamo ricordare che siamo in un viaggio straordinario, in questa realtà, in questa dimensione spirituale o fisica, chiamatela come volete. Essere vivi è un miracolo. È facile farsi schiacciare dalle circostanze, ma il mondo è splendido, la vita è bella e le persone sono belle. Lo credo davvero.
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