Lo studio di Juli, con sul muro la famosa scritta luminosa “È festa”, è pieno di ricordi, gadget, dischi, strumenti. È uno studio vivo. distante da molti spazi milanesi asettici in cui si fa musica. È una tana in cui rifugiarsi. Un luogo caldo che ha messo a proprio agio i diversi artisti, oltre ovviamente Olly che è di casa, che sono passati in questi ultimi anni da lì. Qui sono nate collaborazioni con Fabio Concato, Tommaso Paradiso, Fulminacci, Bresh, Franco 126, Biagio Antonacci, Coez, Emma, Elisa, Enrico Nigiotti, Tredici Pietro e lo stesso Olly, finite nel suo primo disco da produttore “Solito cinema” in uscita il 24 aprile. Seduto sul divano, con la maglietta di un vecchio tour di Vasco, Juli ci porta dentro il progetto.
Qual è il percorso di questo disco?
È stato un percorso molto lungo: nel tempo ho sperimentato tanto. Per anni, con Olly, abbiamo fatto elettronica, poi ci siamo spostati sul cantautorato in maniera molto spontanea. Da quando siamo entrati in quel mondo ho rispolverato anche strumenti che non pensavo di poter usare oggi. Io sono cresciuto in Valle d’Aosta in un ambiente con al centro la musica tradizionale, con il liscio in cui strumenti come la fisarmonica e il sax sono fondamentali. Sono contento, in qualche modo, di essere riuscito a portarli nella musica moderna. Nel mio disco viene fuori non solo il mio gusto, ma anche quello dei musicisti con cui ho collaborato in tutti questi anni.
Questo è un album più da musicista che da produttore?
I musicisti che mi hanno dato una mano sono quelli con cui lavoro da tempo. Ed è bello vedere come siamo cresciuti tutti: dalla prima volta che metti il sax in un brano, timido, senza sapere bene come usarlo, fino a oggi, dove invece tutto viene spontaneo quando ci incontriamo. Perché c’è rapporto. Con tanti di loro suoniamo anche live, è così che si crea una complicità nel fare musica che è fondamentale per quello che voglio fare.
Qual è stata la scintilla?
Ho sempre collaborato con tanti artisti. Poi, intorno a novembre del 2025, mi sono riascoltato tutti i brani che avevo sul computer. Sei o sette sono poi finiti dentro l’album. Quando li ho ascoltati tutti di fila, mi si è accesa una lampadina: ho sentito qualcosa che li teneva insieme. E lì ho capito che era arrivato il momento. E sono felice perché non averci pensato prima mi ha portato a condividere il disco con artisti che non ho scelto a tavolino: ci siamo incontrati lungo il percorso. Questa è la cosa che mi rende più fiero.
Perché i brani non erano usciti?
Perché succede. Con il mio lavoro si mette mano su tanti brani: poi entrano in gioco i percorsi degli altri artisti. C’è chi aveva appena pubblicato un disco, chi aveva altri piani, Sanremo, mille cose…e quindi quei pezzi sono rimasti lì. Poi ci sono casi particolari, come il brano con Concato o quello con Biagio Antonacci.
Cioè?
Il brano con Concato è una rivisitazione di un suo pezzo del 2003. Per me lui è sempre stato una grandissima ispirazione, anche per come venivano prodotti e arrangiati i suoi pezzi. Con Biagio invece è andata così: quest’estate mi scrive tramite suo figlio Paolo, con cui ho un bel rapporto. Mi manda un provino piano e voce e mi chiede di produrlo.
Hai lavorato più in studio o a distanza?
In studio. Ho fatto tutto qui dentro. Faccio venire gli artisti qui: il disco è il frutto di sessioni che porto avanti da due anni. Il primo brano, cronologicamente, è quello con Tommaso Paradiso, nato dopo tre giorni di sessioni insieme. Il bello è che si crea un rapporto: fai la sessione, vai a mangiare fuori, ti racconti pezzi di vita, conosci chi hai davanti. E quando poi scrivi, diventa tutto più semplice.
Un filo rosso tra le canzoni è la malinconia?
Penso proprio di sì, una malinconia lucente. Spesso chiedo agli artisti: “Perché stai dicendo questa cosa? Cosa rappresenta per te?”. Mi è capitato più volte di tornare a casa dopo una sessione sentendomi arricchito. Perché non mi sono sentito solo: ho conosciuto persone e artisti che provano le mie stesse emozioni. Sono contento che nel disco sia uscita questa malinconia, ma in modo positivo, senza appesantire.
La tua firma sonora è riconoscibile. Come nasce?
Spesso mi chiedono qual è il trucco delle mie chitarre. È una cosa che non mi spiego del tutto. Credo sia anche perché sono autodidatta: ho imparato in un modo che magari su certe cose è anche “sbagliato”, ma riconoscibile. E poi c’è l’attenzione alla canzone a 360 gradi.
Hai mai pensato di cantarle tu? Fino a dove si può spingere l’ego?
No, mai. Non è una cosa che mi fa stare bene. Già al liceo musicale, le ore di canto erano quelle che soffrivo di più. Io riconosco che il mio ruolo è essere il “braccio” di qualcun altro. Mi piace essere a disposizione, dare una mano, ma anche essere ascoltato. Se c’è un lato del mio ego, è quello: sì, mi piace essere ascoltato. E ogni tanto mi prendo la responsabilità di imporre delle scelte. Capita di scontrarsi con gli artisti, in modo sano. Il mio ruolo è anche quello di tenere le redini della canzone, ma non di cantarla.
Hai lo stesso approccio con tutti gli artisti?
Sì, perché negli ultimi anni ho avuto la fortuna di poter scegliere con chi collaborare. All’inizio facevo tutto, dovevo farmi conoscere. Poi ho iniziato a lavorare con persone che stimo davvero. E una cosa molto apprezzata è la sincerità. Non capita spesso trovare un produttore che ti dica: “Questa cosa non l’ho capita”. Di yes-man è già pieno il mondo.
Hai lasciato fuori qualcosa dal disco?
No. Ho inserito tutto quello che avevo.
Il tuo gusto attinge molto alla tradizione italiana, ma senza essere nostalgico. Da dove nasce?
Le mie ispirazioni sono molto “vecchie”: ascolto tanta musica di anni fa. Ultimamente però ho trovato anche musica nuova che mi piace molto, come i Bleachers, che hanno un gusto vintage ma sono attuali. A un certo punto senti il bisogno di qualcosa di nuovo, ma che richiami quel mondo lì. Per esempio, il sax: c’è un’intenzione di partenza che ricorda il mondo di Venditti, ma poi entra in gioco l’istinto. Non è mai una copia.
Quanto è importante togliere invece che aggiungere nella produzione?
Io ho iniziato con la musica dance, che è piena di elementi. All’inizio facevo fatica a snellire. Oggi le mie canzoni nascono chitarra e voce: ho difficoltà ad allontanarmi da quell’idea. A volte aggiungo cose e penso che fosse meglio prima. Un esempio è “Brutta storia” con Emma ed Elisa in cui ho voluto togliere tutto.
Perché inserire anche un pezzo con Olly?
Volevo fare qualcosa di diverso rispetto alla “solita” cosa firmata Olly e Juli. Il pezzo l’ho tenuto per ultimo proprio per questo. Volevo mostrare un’altra faccia. In quella traccia l’ho sentito molto sincero, più del solito. Più spoglio. Ci sono frasi che mi hanno fatto venire la pelle d’oca. Essendo il mio disco, per lui era un posto sicuro, per questo ha tirato fuori una parte molto privata.
Come rispondi a chi potrebbe vedere questo lavoro come un “producer album” di posizionamento?
Spero che siano le canzoni a rispondere per me. Per tanto tempo non mi sono sentito pronto per fare un disco mio. Prendevo come riferimento il primo album di Mace ("OBE", ndr), che ha definito uno standard. Pensavo che non avrei mai raggiunto quella riconoscibilità. E invece oggi sono qui a proporre una mia visione del mondo cantautorale.
Colpisce che ci siano quasi solo tracce con voci singole.
Sì, perché non ho mai ragionato in modo strategico. Non ho pensato ai featuring per la radio.
Quindi che cos’è, davvero, questo disco?
So che è un producer album, ma non vorrei che fosse questa l’etichetta principale. Vorrei fosse visto come una raccolta di brani, una compilation, una hit parade di brani cantautorali. Quando ho parlato con Tommaso Bordonaro per la copertina, gli ho detto che non volevo il mio nome gigante. Volevo qualcosa che ricordasse il Festivalbar: le compilation con dentro le hit. Perché, in questo progetto, è più importante “Solito cinema” di Juli.
Sognando, chi avresti voluto? Non vale rispondere Vasco.
Avrei voluto mandare un messaggino a Brunori durante la lavorazione di questo album.
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