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Joey Santiago dei Pixies ama la bici, il cinema e i suoi colibrì

19.03.2026 Scritto da Lucia Mora

Non avrei mai pensato di parlare di ciclismo con Joey Santiago. Cioè, non è strano che io abbia parlato di ciclismo – lo faccio anche mentre dormo – ma che lo abbia fatto con lui, con il mitico chitarrista e cofondatore dei Pixies: “Mi piace da matti. Pedalo un sacco. E la mia bicicletta è italiana, ho una Colnago!”.

Dal 6 maggio, però, niente più pedali: solo sei corde per Joey, che partirà per un lungo tour per festeggiare i 40 anni dei Pixies. La festa farà tappa anche in Italia, il 14 luglio a Milano, dove avremo l’occasione di ascoltare ancora una volta quel bending acuto, prolungato e amplificato dai feedback che ha fatto la storia dell’alt rock.

Molti chitarristi overperformano. Tu hai costruito una carriera su note singole, dissonanze e spazi vuoti.

Mi piacciono le note singole – e i versi che riesco a ricavarne. Si crea a suo modo il giusto spazio. È questo che mi piace fare: lasciar respirare la musica, lasciarla libera. Non può sentire la tua mancanza se non vai via, come si suol dire.

Se dovessi tenere un corso lampo di cinque minuti su come essere un chitarrista solista creativo, farei vedere un video di “Vamos” live.

All’inizio mettevo la chitarra sul cavalletto perché doveva essere un solo di chitarra. Era il mio gioco, dicevo: guardate, più sola di così… Basta poco, a volte non la suono neanche, uso solo effetti. Provo a toccare le corde il meno possibile. È divertente, ed è il mio obiettivo: cercare di far ridere la crew. Se li faccio ridere, allora ho fatto il mio dovere. Non deve essere per forza tutto serio, si possono anche prendere in giro gli assoli lunghissimi.

Tu, Charles e David siete il nucleo atomico della band. Com'è cambiato il vostro modo di scambiarvi idee nel tempo?

Devo dire che è rimasto lo stesso, davvero. Registriamo e basta, e quando registriamo, siamo lì per fare del nostro meglio. Tutto qui. Abbiamo i nostri taccuini, prendiamo una pagina bianca e la riempiamo, nel nostro stile.

Ti senti mai "intrappolato" dal dover suonare grandi successi come “Where Is My Mind?” o trovi ogni volta un modo per non stancarti quando li suoni dal vivo?

Sai che cosa è divertente e non mi stanca mai, anche con “Where Is My Mind?”? La reazione del pubblico. Sei lì che suoni, il concerto procede… poi arriva il momento di sganciare la bomba e guardi il contraccolpo. Devi anche pensare che molte persone in quel momento ci stanno vedendo per la prima volta, e questo è un buon promemoria da tenere a mente. Ricordo a me stesso che molte persone lì davanti hanno preso i biglietti molto tempo fa, solo per sentire noi.

Le caratteristiche di Emma Richardson, new entry al basso, vi hanno portato a ripensare le scalette?

No. Quelle sono le canzoni che vogliamo suonare e sappiamo che lei sa eseguirle molto, molto bene, con molta professionalità e stile. Lo spazio per lasciarla fiorire c’è in studio di registrazione.

I vostri ultimi dischi sono usciti tutti ogni due o tre anni. L’ultimo è del 2024 e siamo nel 2026, perciò…

Stiamo discutendo di varie idee e abbiamo già qualcosa in mano, te lo confermo.

Come vi siete trovati a scrivere con Emma?

Bene, anche se io non ci faccio molto caso. Sono sempre chiuso nella mia testa. Sta più agli altri: se pensano che qualcosa sia buono, allora è finito, ma per ora non è uscito niente di definitivo. Sto ancora aspettando. Ma alcune canzoni che abbiamo sono buone, e sono fiero del materiale che sta nascendo.

Senti ancora Kim Deal?

No, ma è normale. Non sento neanche David quando non siamo in tour, non lo sento da dicembre, forse. È una cosa normale: quando non lavoriamo, non ci sentiamo. Ma ho fatto una promessa: mi sono segnato di fare gli auguri a Kim il prossimo 10 giugno, perché condividiamo lo stesso compleanno.

Il surrealismo vi ha sempre ispirato. Oggi la realtà è talmente surreale che basta guardare fuori dalla finestra per far nascere una canzone?

Non è tanto la realtà a ispirarmi, ma la musica. Mi sento ispirato in base a quello che ascolto.

E che cosa ascolti?

Ultimamente ascolto la colonna sonora di “Una battaglia dopo l’altra”.

Il capolavoro di Paul Thomas Anderson.

A proposito di realtà, quel film è semplicemente perfetto per inquadrare quello che sta succedendo. Mentre ascoltavo pensavo “questa roba è fottutamente buona”. Poi, alla fine, ho scoperto che era opera di Jonny Greenwood e mi sono detto: quel figlio di puttana lo ha fatto ancora. Quindi è così che trovo l’ispirazione. Quella colonna sonora è veramente, veramente bella.

Anche tu hai lavorato a colonne sonore.

Sì, adoro quello che un film può trasmetterti. Ti fa porre delle domande, c’è dietro un sacco di lavoro. Mi piacerebbe lavorare con Paul Thomas Anderson. Gli direi “hey, quando vuoi sono qua, considerami”. Oppure con David Fincher. Preferisco il drama, l’horror, la tensione, piuttosto che la commedia.

Di recente ti sei espresso contro l’ICE.

Sì, l’ho scritto sotto a un post dedicato ai miei colibrì, come contrasto, e ne ho scritti tanti in passato di quel genere, ma noi come band non facciamo niente di politico. Se mai dovesse capitare, dovrebbe venire da Charles, perché dipende dai testi. È bello che ci siano molti artisti che si espongono, ma noi ne stiamo lontani. Vogliamo solo intrattenere le persone.

Da giovane ti piaceva la tecnologia. Credi che oggi l’IA sia troppo presente nella musica?

Per me è roba da sciocchi. Frega le persone, non ha anima. Come fai a capire da dove nasce la musica? Dovresti parlare con chi ha scritto i prompt per l’intelligenza artificiale e chiedergli quali istruzioni segrete ha dato in pasto alla macchina. Non mi piace quell’idea e un po’ mi spaventa. No grazie. 

Hai sentito la teoria di BIlly Corgan secondo cui il rock negli anni ‘90 sarebbe stato messo a tacere dai poteri forti?

No, non lo sapevo. Non so da dove abbia preso informazioni a riguardo, ma potrebbe avere ragione. Dovrebbe approfondire la questione. Ma penso che il rock and roll non possa essere silenziato: ci sarà sempre.

Festeggiare 40 anni di Pixies è un bellissimo traguardo.

Sono molto emozionato. Suoneremo anche alla Royal Albert Hall, sarà molto speciale. Ma per noi sarà un tour come un altro, alla fine: suoneremo al nostro meglio a ogni serata.

La vostra ultima data in Italia risale a quattro anni fa. Vi manchiamo?

Assolutamente sì! E mi manca un sacco anche il vostro cibo. Il ricordo più bello che ho di una nostra data a Bologna è un ristorante che ho scoperto quella volta. Lo adoro. Poi le vespe parcheggiate ovunque, le strade strette… Non vediamo l’ora di tornare.


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