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Joey Ramone, la voce del punk USA

15.04.2026 Scritto da Simöne Gall

Soltanto qualche mese prima dei tristi eventi relativi alle Torri Gemelle, New York perdeva uno dei suoi pilastri più umani e visivamente indimenticabili. Joey Ramone, mitico leader dei Ramones e simbolo assoluto del punk, si spegneva, infatti, il 15 aprile 2001. La sua morte non segnava però solo la fine clinica di Jeffrey Hyman (che era poi il suo nome di battesimo), ma la scomparsa di un artista "sghembo", detto nel senso più affettuoso del termine, ovvero una figura fuori dagli schemi, fisicamente fragile ma dotata di un carisma congenito.

A quindici anni dalla sua scomparsa, ricordare Joey Ramone significa capire che dietro i classici tre accordi veloci della band in cui militava e quel giubbotto di cuoio c’era una sensibilità che aveva contribuito a conferire al punk una caratterizzazione quasi più romantica e vicina a chiunque si sentisse un po' fuori posto nel mondo. All'interno dei Ramones, quello che ricopriva era un ruolo insostituibile. Se Johnny Ramone era il "sergente" della band, quello che imponeva una disciplina quasi militare e un suono granitico, Joey ne era il contrappeso melodico necessario. Mentre i veloci riff del gruppo correvano a ritmi forsennati, il suo cantato quasi parlato stendeva melodie pulite, ispirate ai gruppi vocali degli anni Sessanta, al doo-wop e ai brani sentimentali che passavano nelle radio AM della sua giovinezza.

Per questo è interessante ribadire che senza la sua presenza, i Ramones sarebbero stati solamente un gruppo rumoroso e veloce, privo di quella componente "pop" che li ha resi immortali. Fu grazie a lui, invece, se si tramutarono in una leggenda capace di colpire al cuore. La sua voce non era quella di un urlatore, ma quella di un sognatore metropolitano che declinava l'alienazione con una grazia inaspettata. E a osservarlo, pareva che quella sua giacca nera non fosse un semplice indumento, ma una vera e propria corazza. In un soggetto così alto, curvo e segnato da insicurezze fisiche, il cuoio diventava, sotto certi aspetti, l'armatura che gli permetteva di trasformarsi. Sul palco a fare rumore coi restanti "ramone", il ragazzo timido del Queens diventava un gigante del palco, un punto di riferimento visivo che catalizzava l'attenzione nonostante la sua apparente staticità dietro l'asta del microfono. Anche nel suo lavoro da solista, l'album "Don't Worry About Me" uscito postumo nel 2002 e curato dal fido collaboratore Daniel Rey, questa capacità di mescolare potenza e melodia sarebbe rimasta intatta, come dimostra il brano "Stop Thinking About It":

 

La battaglia silenziosa: salute e tenacia

La vita di Joey Ramone non fu affatto semplice, segnata da un percorso clinico che avrebbe piegato chiunque altro. Fin da giovane dovette convivere con seri problemi di salute, tra cui un forte disturbo ossessivo-compulsivo che rendeva la sua quotidianità una sfida continua; la diagnosi arrivò a diciotto anni e lo costrinse a lunghi ricoveri e rituali estenuanti che potevano durare ore, impedendogli a volte persino di uscire di casa. Ma è proprio qui che emerge la sua grandezza: Joey non si arrese mai a queste difficoltà, trovando nel rock 'n' roll lo strumento catartico per eccellenza.

La musica era il suo modo per superare le paure e per stare in piedi davanti al mondo, trasformando il disagio psichico in un'energia creativa senza precedenti. Anche quando, negli anni Novanta, dovette affrontare la prova più dura: un linfoma che lo avrebbe accompagnato negli ultimi anni della sua carriera. Nonostante la malattia, però, egli non perse la voglia di creare e di lasciare un segno per conto suo, fuori dal contesto talvolta rigido e conflittuale dei Ramones. Il suo album solista resta una testimonianza incredibile di forza e di volontà, un'opera nata dal desiderio di raccontare la propria anima senza i filtri del passato. Sebbene registrato mentre la sua salute declinava visibilmente, i contenuti dell'album pullulano di dignità e di una voglia di vivere che resta commovente per chiunque vi si approcci. Una lotta, la sua, raccontata perfettamente in "I Got Knocked Down (But I'll Get Up)": https://www.youtube.com/watch?v=YC9gV_ZRlL0&list=RDYC9gV_ZRlL0&start_radio=1

"What a Wonderful World": da inno di nicchia anni Duemila a tormentone pubblicitario

Il brano più celebre del suo percorso da solista è senza dubbio la reinterpretazione di "What a Wonderful World", il classico di Louis Armstrong. Nelle mani di Joey Ramone, questa canzone sarebbe diventata un piccolo miracolo di stile punk: una versione energica e solare, registrata da un uomo consapevole della propria fine imminente, ma ancora capace di vedere la bellezza nel mondo. Per i suoi fan, è stato un inno di nicchia votato a una positività speranzosa, il saluto perfetto di un artista che aveva sempre cercato la luce attraverso il rumore, dimostrando che il punk poteva anche essere un abbraccio pieno di calore.

Dopo il suo trapasso, però, quella celebre cover ha avuto un destino agrodolce e paradossale, essendo stata trasformata in un tormentone quasi insostenibile poiché utilizzata incessantemente in ogni tipo di spot pubblicitari: dalle campagne per automobili familiari ai servizi di telefonia, passando per svariati prodotti della grande distribuzione. Quello che era un messaggio di speranza profondo, sussurrato e poi gridato da un uomo sul letto di morte, è diventato un jingle commerciale svuotato del suo peso specifico. Un abuso mediatico, che ha rischiato di stufare chi lo ascoltava e di svuotare il brano della sua carica originale, rendendolo un pezzo di arredamento sonoro per centri commerciali.

Tuttavia, a dispetto di ogni forma di marketing invasiva, quella stessa canzone rappresenta ancora oggi la vittoria definitiva dello spirito sulla materia e ci ricorda che il punk non era solo distruzione o nichilismo, ma anche una necessaria celebrazione del presente, malgrado le intemperie del quotidiano e la crudeltà del destino. Ascolta qui la "What a Wonderful World" che chiuse definitivamente il cerchio dell'esistenza di Joey Ramone:


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