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Jeremy Allen White (non) è tale e quale a Springsteen

29.10.2025

Jeremy Allen White ha imparato a cantare e suonare in appena sei mesi per interpretare Bruce Springsteen in “Deliver Me from Nowhere”. Se si parte da questa considerazione, ascoltare la colonna sonora del film fa abbastanza impressione. Per ora ne abbiamo un’anticipazione: cinque canzoni in digitale, con tutto il resto a dicembre, comprese le tre cover che Springsteen/Allen White nel film canta con una band guidata da Jay Buchanan dei Rival Sons, con membri dei Greta Van Fleet.
 

Questo genere di operazioni è ormai una consuetudine: un modo per dare credibilità agli attori che interpretano i musicisti – basta pensare a Chalamet/Dylan. Hanno anche un valore di riscoperta e rilancio del catalogo dell’artista, facendolo potenzialmente (ri)scoprire.
Ma “Deliver Me from Nowhere” è un film atipico, senza l’enfasi dei biopic musicali tradizionali. Non è un film sulla rockstar, ma sull’uomo: un racconto della sua fragilità e del senso di isolamento che attraversano la creazione di “Nebraska”, l’album al centro della storia. Tant’è che le performance di White nel film sono relativamente poche e che una rivista di cinema come Variety, attenta ai meccanismi hollywoodiani, è arrivata a dire che il problema del film è propro "Nebraska", secondo loro noioso e sopravvalutato: un'eresia, per chi si occupa di musica e conosce Springsteen.

Tornando alla colonna sonora,  La prima sorpresa è che questo album contiene più musica del film, dove le canzoni sono spesso appena accennate. Jeremy Allen White ha imparato la lezione di Chalamet: più che fare una fotocopia, prova a restituire il senso dell’interpretazione di Springsteen.
Nelle cinque tracce già pubblicate la sua voce è buona, ma più timida e meno potente di quella del Boss. Nei pezzi di “Nebraska” – la title track, “Atlantic City” e “Mansion on the Hill” – White riesce a restituire l’essenzialità delle versioni originali, ma non la loro tensione emotiva: quella è irriproducibile, viste le condizioni in cui l’album venne registrato. Dove invece serve maggiore forza, come in “Born in the U.S.A.”, la differenza si sente: manca il graffio, la spinta rabbiosa dell’originale. Anche in “I’m on Fire”, la voce difetta di quella “pasta” che rende unica la versione di Springsteen. Tutto, però, resta fedele – forse troppo – agli arrangiamenti e alle linee melodiche originali: più un omaggio che una reinterpretazione.

Come era successo con Timothée Chalamet nel biopic su Dylan, anche qui l’effetto “Tale e quale show” è in agguato, ma viene evitato grazie al rispetto, e al contesto del film. Queste versioni non vivono di vita propria: funzionano come parte del racconto, come capitoli di una storia più ampia. Non è una colonna sonora che cambierà la percezione di queste canzoni, ma Jeremy Allen White è coerente con lo spirito del film e con quello di Springsteen. Come per “A Complete Unknown”, se qualcuno, dopo aver visto “Liberami dal nulla”, tornerà a (ri)scoprire “Nebraska”, allora il suo scopo sarà stato raggiunto.

(Articolo originale su Rockol.it)

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