“Ero molto felice del mio posto nella band. Poi, intorno al 2012 o 2013, ho iniziato a pensare che forse mi sarebbe piaciuto fare musica anche fuori”. Ed O’Brien è sempre stato il quiet one, architrave della band ma decisamente meno esposto di Thom Yorke e Jonny Greenwood: la prima uscita solista come solol 2020 e come EOB, poi qualche settimana fa lo stupendo “Blue morpho”, finalmente a suo nome. "Ho smesso di nascondermi, Gianni”, mi dice, enfatizzando il mio nome, come se mi conoscesse da sempre. È l’inizio di una lunga e schietta conversazione, in cui è lui per primo a parlare dei Radiohead, del suo ruolo nella band. Non c’è nuova musica in programma e non ci sono altri tour all’orizzionte, non subito almeno: “Sono stati concerti davvero emozionanti”, dice. Prima però c’è un tour da solista, poche date in teatro, tra cui una a Milano il 4 ottobre: “Vogliamo fare qualcosa di un po’ diverso: mi interessano quei luoghi in cui i Greatful Dead portavano le canzoni”, racconta.
Il tuo primo album solista era uscito come EOB, mentre “Blue morpho” è attribuito a Ed O’Brien. Che cosa è cambiato nel frattempo?
Ho smesso di nascondermi, Gianni. Non mi nascondo più. Mi nascondevo nella vita, mi nascondevo in ogni cosa. E attraverso tutto quel processo, quella notte buia dell’anima, ho semplicemente smesso di preoccuparmene e di nascondermi. Non ne potevo più. Un tempo mi nascondevo anche nella band...Nei Radiohead, sei il “quiet one”, come George Harrison nei Beatles. O, meglio, come Bob Weir dei Grateful Dead: uno che sta un po’ in disparte, ma tiene insieme il suono. Ti riconosci in questo tipo di ruolo, dentro e fuori dal gruppo?
La percezione esterna di una band è una cosa, il modo in cui funziona davvero è molto diverso. La realtà spesso è un’altra. Io ero molto felice del mio posto nella band. Poi, intorno al 2012 o 2013, ho iniziato a pensare che forse mi sarebbe piaciuto fare musica anche fuori. Avevo più tempo, perché i figli stavano crescendo. Quando erano piccoli volevo solo essere un padre presente. Melle band che hai citato, Bob Weir e i Grateful Dead, penso servano molte cose diverse per creare quel suono e ognuno porta qualcosa. Spero che noi siamo riusciti a farlo.Gli altri membri della band hanno iniziato a fare musica fuori dai Radiohead molto prima di te. C’era qualcosa che ti impediva di fare musica tua?
No, per me è stato soprattutto legato alla famiglia. Quando non ero impegnato con i Radiohead, non volevo fare musica perché avrebbe portato via da loro e mi è piaciuto tantissimo essere padre Nel 2004, quando è nato mio figlio, i Radiohead non stavano facendo nulla, quindi potevo stare a casa tutto il tempo. Gli ho cambiato i primi pannolini, ho fatto il bagno con lui. Sono stato lì.
Poi, quando crescono, si crea più spazio. Vanno a scuola, diventano più grandi, e all’improvviso hai un po’ più di tempo.“Blue Morpho” mi sembra più un viaggio, un concept album, che una raccolta di canzoni. Era questa la tua intenzione?
Io ho sempre fatto album. Ce l’ho nel DNA; quello che speri, ovviamente, è che qualcuno lo ascolti dall’inizio alla fine. È un modo molto antiquato di ascoltare la musica, ma è così che siamo cresciuti.
Non sto inventando nulla; un compositore classico ha un inizio e una fine. Io lavoro sulle canzoni una per una, poi alla fine arriva una delle parti più belle del processo: hai questa raccolta di brani, non tutti entreranno nel disco, e devi capire l’ordine, che cosa funziona. Avevo dieci canzoni e sapevo che volevo “Incantations” all’inizio e “Obrigado” alla fine. L’ordine che è venuto fuori era più o meno quello giusto.Quanto c’è di mestiere e quanto di intuizione e istinto in questo processo?
C’è un mistero in questo. È la cosa che amo di più della musica: la musica è davvero magica. Come musicisti, in realtà, non abbiamo il controllo. È una co-creazione con lo spirito, con Dio. Quando ti lasci andare, avviene la magia. Se cerchi di controllarla e dici: “Deve essere così”, per me non funziona. Quando invece lasci che la sincronicità faccia il suo corso, allora succede qualcosa.Sia con la band sia in questo disco sembri voler andare oltre la forma tradizionale della canzone. Citavi “Incantations” e “Obrigado”, che sono quasi delle suite. Che cosa ti ha portato verso questa forma?
Un giorno ho sentito alla radio una canzone fantastica di una band straordinaria. Però era strofa-ritornello-strofa-ritornello-strofa-ritornello. Mi sono detto: non ho bisogno di ascoltarla di nuovo. Non c’è nulla di male in quella forma: alcune delle canzoni più belle sono costruite così, i Beatles erano maestri in questo. Ma il mio istinto mi diceva che ne avevo abbastanza.
Per questo il jazz e la musica classica mi hanno aperto gli occhi. Naturalmente anche nella musica classica c’è struttura, ma non è una struttura che conosco così bene. Sono andato a istinto: vado avanti finché mi sembra giusto. Se non mi sembra giusto, non va bene. Ero arrivato al punto di dire: ne ho abbastanza delle regole.Nel disco la chitarra sembra più qualcosa che costruisce paesaggio che uno strumento centrale. Una scelta consapevole?
Sì, ma non è stata del tutto intenzionale. Non ho avuto lo stesso tempo da dedicare alla chitarra che magari ho nei Radiohead, perché stavo cercando di scrivere le canzoni, di cantarle. C’erano altre cose più importanti in gioco.
Ho suonato molto più la chitarra ritmica, soprattutto acustica. E anche l’acustica può avere un suono atmosferico. Per me è sempre stato così, anche nei Radiohead: tutto deve servire la canzone,Ci sono parti di “Blue Morpho”, per esempio in “Incantations”, che suonano molto “Alla Radiohead”. Ti capita mai di pensare: questa cosa potrebbe funzionare per la band?
Non è davvero un’opzione, perché la band non è in una fase di creazione di nuovo materiale da più di dieci anni Quindi qualsiasi materiale venga fuori, ormai non lo penso come materiale per i Radiohead.
I Radiohead non stanno scrivendo nuove canzoni. L’anno scorso abbiamo fatto qualche concerto, ma era la prima volta in sette o otto anni. Quindi no, non penso mai: questa potrebbe diventare una canzone dei Radiohead. Semplicemente non è all’ordine del giorno.Prima o poi se ne parlerà?
Non lo so davvero. Non ne abbiamo parlato. Al momento non è un’opzione. Abbiamo fatto qualche concerto insieme perché ci sembrava giusto. È stato bello suonare insieme, suonare le vecchie canzoni. Sono canzoni bellissime e la gente vuole ascoltarle. Credo che tutti si stiano godendo il proprio percorso musicale, e riunire di nuovo tutti per fare qualcosa di nuovo non mi sembra una cosa che in questo momento interessi.I Radiohead sono sempre stati percepiti come una band proiettata in avanti. Questi concerti, invece, sono stati in qualche modo più retrospettivi. Che cosa è cambiato?
Si invecchia. È vero: per noi è sempre stato importante andare avanti. Ma in fondo questa volta si trattava del fatto che non suonavamo insieme da sette anni. È stata una sensazione fantastica suonare quelle vecchie canzoni.
Ma le cose cambiano con l’età. Quando sei dentro quel processo, quando sei in viaggio, cerchi sempre qualcosa in più: ancora, ancora, ancora. Ora quel “ancora” lo troviamo anche nelle nostre cose individuali. E poi siamo come una famiglia. Andiamo molto d’accordo. È stato bello.In un’altra intervista hai detto che userete questo formato di tanto in tanto, con una ventina di concerti in pochi luoghi
È buffo, perché appena dici una cosa come “venti concerti”, tutti reagiscono: “Faranno venti concerti all’anno!”. Per me è una cifra ragionevole. Se vai oltre, entri in un territorio diverso. Sono stati concerti davvero emozionanti, e penso che quel numero renda giustizia alla musica. Qualsiasi cosa oltre quella misura probabilmente sarebbe un po’ troppo per tutti.Torniamo a “Obrigado”, che è uno dei brani centrali dell’album. Ci sono echi dei Pink Floyd. C’è stato qualche artista in particolare che ti ha ispirato per una composizione così lunga, con cambi di ritmo e orchestrazione?
Chico Buarque ha inciso un disco con Ennio Morricone, un disco bellissimo. C’è una canzone, “Sogno di un carnevale”, inizia in modo bellissimo, molto melodico, molto alla Morricone e molto brasiliano, poi si trasforma in una specie di carnevale, in una cosa samba, cambia atmosfera.
L’altra canzone, e so che può sembrare strano, è “Nights in White Satin”. La gente parla dei Pink Floyd, ma per me erano i Moody Blues: erano anni che non la sentivo, è una di quelle canzoni famosissime. L’ho riascoltata e ho pensato: wow.Quando uscì “Paranoid Android” molti la paragonarono ai Pink Floyd, e all’epoca non era considerato necessariamente un complimento. Oggi invece quel tipo di riferimento viene percepito come classico.
La questione Pink Floyd torna sempre. Ovviamente sono una band incredibile, ma io non li ho mai amati davvero, forse perché mio padre li ascoltava molto. Però ci sono molte cose dei Pink Floyd che adoro.
Poi certo, cii sono somiglianze. Loro venivano da Cambridge, noi da Oxford, siamo ragazzi della middle class.In autunno sarai in tour e verrai a Milano. Che tipo di band sarà e come pensi di tradurre questo disco dal vivo?
Credo che saremo in sette: Dave Okumu, Eska, io, il batterista James Williams, il bassista Robin Mullarkey, Nick Ramm alle tastiere e Crispin “Spry” Robinson alle percussioni. Suoneremo principalemente l’ultimo album. Poi credo che faremo anche un paio di brani di Dave, un paio di brani di Eska e forse un paio dal primo album. Cercheremo di creare qualcosa di coerente. Sarà interessante vedere come funzionerà. Vogliamo fare qualcosa di un po’ diverso. Prima hai citato i Grateful Dead: ecco, mi interessano quei luoghi in cui loro portavano le canzoni, allungandole. Mi interessa davvero quel tipo di spazio. Chissà se riusciremo ad arrivarci…
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Steve Gullick
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link