In “Pino Daniele”, il secondo album in studio di Pino Daniele, uscito nel 1979, c’è un momento considerato di fatto uno spartiacque - uno dei tanti - della carriera del Mascalzone Latino che prese la melodia partenopea e la portò nel mondo, o viceversa. Arriva relativamente presto, ascoltando i 40 minuti e 51 secondi che compongono la durata complessiva del disco, uscito a distanza di due anni dall’esordio con “Terra mia”. La seconda traccia dell’ellepì, “Chi tene ‘o mare”, si apre con un assolo di sax potentissimo e struggente. A suonarlo è James Senese e l’assolo segna il debutto ufficiale del sassofonista, scomparso nella notte a Napoli, dopo oltre un mese di ricovero in ospedale a causa di una polmonite, in un disco inciso da Pino Daniele: nulla sarebbe stato più lo stesso per il suono del cantautore partenopeo, almeno fino al 1981, l’anno in cui dopo aver completato con “Vai mo’” una magnifica trilogia Daniele prenderà altre strade (per la cronaca: a sostituire Senese nel successivo “Bella ‘mbriana” arriverà nientemeno che Wayne Shorter).
Nel 1979 James Senese era tutt’altro che uno sconosciuto, e non solo a Napoli. Dal 1967 al 1974 aveva fatto parte degli Showmen, un complesso che nella Napoli di quegli anni si esibiva negli scantinati mischiando beat e rhythm and blues: con lui c’erano, tra gli altri, il cantante e bassista Mario Musella e il batterista e percussionista Franco Del Prete. E proprio insieme a quest’ultimo, terminata l’esperienza degli Showmen, Senese aveva fondato nel 1975 i Napoli Centrale, una sorta di superband che riuniva i più grandi talenti della nuova scena musicale partenopea di quegli anni, nella quale ad un certo punto si era ritrovato a suonare anche lo stesso Pino Daniele. Senese era rimasto fuori dal gruppo di musicisti insieme ai quali Daniele registrò nel 1977 “Terra mia”, il suo primo album: del resto, quell’ellepì era ancora molto legato ad una dimensione tradizionale e molto poco funk (anche se pezzi come “‘Na tazzulella ‘e Cafè” e “Maronna mia” rappresentavano già dei primi tentativi di espandere i confini della canzone napoletana). La vera rivoluzione la voce di “Napule è” avrebbe cominciato a farla proprio con “Pino Daniele”. E quella rivoluzione avrebbe avuto per protagonista proprio il sax di James Senese.
Nato il 6 gennaio 1945 a Napoli, tra le macerie della Seconda guerra mondiale, dall’unione tra una ragazza napoletana e un soldato afroamericano della 92nd Infantry Division che se ne tornò negli Usa quando lui aveva solamente due anni («Non l’ho mai conosciuto, di lui mi sono rimasti i dischi che portava a casa e una fotografia», diceva), fu ascoltando John Coltrane che Gaetano Senese - il suo vero nome - aveva scoperto l’amore per il sax: «Sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx, studio John Coltrane dalla mattina alla sera, sono innamorato di Miles Davis, dei Weather Report e in più ho sempre creato istintivamente, cercando di trovare un mio personale linguaggio, non copiando mai da nessuno. Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita», avrebbe raccontato nel libro Je sto ccà…, nel 2005. Cresciuto tra Capodimonte e Secondigliano, Senese trovò presto nella musica un linguaggio universale. Senza il suo sax, forse brani come “Je so’ pazzo”, “Musica musica” e la stessa “Chi tene ‘o mare” non sarebbero stati gli stessi: con la sua musica, James Senese incarnava la mescolanze culturali e sonore che sarebbero poi diventate il cuore del progetto di Pino Daniele, che infarcì la musica napoletana, che negli Anni ’60 si era ritrovata impantanata in luoghi comuni e cliché, con il rock, il blues, il soul e il jazz.
Con quel suono di sax ruvido, viscerale e fortemente emotivo, James Senese divenne, tra i fuoriclasse che componevano la band di Pino Daniele di quegli anni (Rino Zurzolo e Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere, Agostino Marangolo alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni, e più tardi anche Tullio De Piscopo e Tony Esposito), un elemento chiave di quella ricerca sonora. Senese portò il calore del jazz e del soul afroamericano dentro la tradizione melodica napoletana. Il suo sax, peraltro, non era uno strumento decorativo, “di contorno”: era uno strumento “parlante”, anzi, cantante, che dialogava - come se fosse una seconda voce - con la voce di Pino Daniele.
Le influenze funk e jazz fusion di Senese resero “Pino Daniele” (1979), “Nero a metà” (1980) e “Vai mo’” (1981) lavori molto più sofisticati rispetto alla tradizione musicale partenopea. Con i suoi assoli, metteva insieme il fraseggio e l’improvvisazione del jazz, l’intensità emotiva del soul e la malinconia della melodia napoletana: «Sono sempre stato percepito come un irregolare. Uno fuori dai canoni. Sto ai Napoli Centrale come Maurice White sta agli Earth, Wind & Fire. Me ne vanto», diceva lui.Nel 1982 interpretò sé stesso in un film oggi considerato un culto, “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, con Lello Arena e Massimo Troisi. In una scena, Lello Arena si improvvisava giornalista e cercava di intervistarlo: ne venne fuori uno scambio meraviglioso, che a riguardarlo oggi, oltre a strappare qualche risata, dice moltissimo del grande artista che era James Senese.