"Wilderness of Mirrors" si presenta come l'opera più ambiziosa e, paradossalmente, divisiva dei Myrath (in arrivo in Italia con tre date ad aprile). Se con "Karma" (2024) la band tunisina aveva ammiccato a un sound più radiofonico, questo settimo capitolo tenta di far convivere la maestosità orchestrale con una complessità strutturale che strizza l'occhio al passato più progressive.
Il Labirinto della Realtà
Il titolo, "Wilderness of Mirrors" (letteralmente una "selva di specchi"), trae ispirazione da una celebre metafora dello spionaggio coniata da un doppio agente della CIA per descrivere un mondo dove la verità è distorta e la realtà si confonde con l'illusione. Questo tema permea l'intero disco, con testi molto più introspettivi e carichi di pathos rispetto al passato.
La mano di Kevin Codfert (tastierista e produttore) è ovunque. La produzione è cristallina, "cinematografica" nel vero senso del termine, ma porta con sé quello che alcuni critici chiamano ormai la "Codfertizzazione" del sound: domina una sezione d'archi imponente (curata da Radhi Chaouali al violino), che spesso prende il sopravvento sulle chitarre.
Gli elementi folk sono meno protagonisti rispetto a "Tales of the Sands". Strumenti come il saz (Fehmi Mbarki) e le percussioni qraqeb sono integrati in un mix sonoro modernissimo, fungendo da texture piuttosto che da solisti assoluti.
Chi invece è in stato di grazia è la voce di Zaher Zorgati. La sua capacità di passare da un registro confidenziale quasi sussurrato a picchi di potenza drammatica è il vero collante del disco.
I brani chiave
The Funeral
L'apertura è spiazzante. Non il solito riff power metal, ma un brano con ritmiche atipiche. È qui che ritroviamo il lato più prog dei Myrath: cambi di tempo meno prevedibili e un arrangiamento che stratifica melodie mediorientali su una base cupa e teatrale.
Until the End (feat. Elize Ryd)
La collaborazione con la cantante degli Amaranthe è un momento puramente symphonic pop metal. Le due voci si incastrano alla perfezione, creando un contrasto tra il calore di Zaher e la precisione cristallina di Elize. Un potenziale singolo da classifica, pur rimanendo fedele al desert metal.
Breathing Near the Roar
Il pezzo più energico. La sezione ritmica di Anis Jouini (basso) e Morgan Berthet (batteria) spinge forte, regalando un brano che dal vivo farà sfracelli. Qui il riffing di Malek Ben Arbia torna protagonista, con quel gusto melodico che lo contraddistingue.
Soul of My Soul
Una ballata intensa, carica di malinconia, dove il pianoforte di Codfert guida l'emotività del pezzo. È il brano che meglio incarna il concetto di "specchio" e di introspezione dell'album.
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