Non è raro che nella parabola delle band più leggendarie alcune opere sembrino abitare una dimensione sospesa, quasi occulta, sfuggendo alle definizioni immediate grazie a un fascino nascosto che le condanna – spesso ingiustamente – a una percezione marginale. È questo il destino di dischi come "Animals" dei Pink Floyd, "Their Satanic Majesties Request" dei Rolling Stones, "The Soft Parade" dei Doors, ma anche, a ben guardare, di "Presence" dei Led Zeppelin, che proprio oggi celebra il suo cinquantennale. Il quartetto britannico lo consegnò alla storia alla fine del marzo 1976, in un momento in cui la fama di Jimmy Page e compagni aveva assunto proporzioni bibliche, quasi asfissianti. Tant'è che solo un anno prima, con l’uscita del doppio e monumentale "Physical Graffiti", gli Zep avevano riscritto le gerarchie del mercato discografico con il loro intero catalogo – tutti i sei album precedenti – a occupare contemporaneamente una posizione della Billboard 200, mentre a bordo di un Boeing 720 privato (lo Starship), polverizzavano i record di affluenza dei Beatles, muovendosi in un’aura di onnipotenza. Un trionfo che fungeva da arma a doppio taglio: prigioniero del proprio mito, infatti, il gruppo cominciava a sentirsi schiacciato da un’esposizione mediatica spietata e da uno stile di vita compromettente.
Il potere della volontà creativa
"Presence" rappresentò per i Led Zeppelin l'inizio di una nuova fase, quella che avrebbe portato entro pochi anni la band allo scioglimento, dopo la tragica scomparsa di John Bonham nel 1980. Già la genesi dell'album si configurava come una sfida aperta alla fragilità: Robert Plant incise le linee vocali quasi interamente bloccato su una sedia a rotelle, trasformando l'immobilità forzata in una prova di puro carattere. Reduce da un gravissimo incidente d’auto avvenuto a Rodi, il cantante non si lasciò abbattere dalla distruzione fisica, ma offrì una performance vocale asciutta, intensa e profondamente sentita, che strideva orgogliosamente con l'iconografia del "golden god" invitto.
Mentre Plant trasformava i suoi limiti in forza espressiva, Page rispondeva con una dedizione al lavoro che rasentava l'eroismo tecnico, assumendo il controllo totale del banco di regia e restando sveglio per sessioni di sovraincisioni lunghe anche quarantotto ore ininterrotte. Un miracolo di coesione che non sarebbe stato possibile, in ogni caso, senza l'apporto granitico di John Paul Jones e John Bonham. In un momento in cui la leadership di Page si faceva ossessiva, Jones agì da àncora metodica, costruendo linee di basso di una complessità geometrica per colmare l'assenza di tastiere, mentre Bonham garantì la sua consueta potenza esecutiva senza sbavature. A rinsaldare il legame tra i quattro fu anche la condizione di esilio fiscale: per sfuggire a una pressione tributaria britannica senza limiti, la band si tramutò in un collettivo di "nomadi di lusso" tra il Marocco e la Germania. Una latitanza che, anziché disperderli, impose una pressione creativa che li spinse a completare il disco ai Musicland Studios di Monaco in meno di venti giorni, così da non sforare i tempi tecnici della permanenza all'estero.
La band come "presenza" e l'enigma dell'Oggetto
Se paragonato alla maestosa stratificazione dei lavori precedenti, "Presence" si impone con una scelta radicale: l'assenza totale non solo delle tastiere, ma anche delle chitarre acustiche. Su queste tracce Jimmy Page tesse un arazzo elettrico dalle sfumature nervose, un muro di suono suggellato dall'iconica copertina dello studio Hipgnosis. Qui, scene di vita quotidiana anni '50, apparentemente rassicuranti, sono violate dall'enigmatico "The Object", sorta di magnete metafisico che per Page rappresentava la forza intrinseca della band. Lo stesso chitarrista lo descrisse come un elemento capace di spingere le persone a riflettere su ciò che è reale (proprio come faceva la loro musica) ponendosi come il punto focale attorno al quale ruotava l'energia del gruppo in quel periodo difficile. L'opener "Achilles Last Stand", dieci minuti di epica pura, ridefinisce i confini del rock: il basso di Jones e le dodici tracce di chitarra sovrapposte da Page creano un turbine sonoro che evoca viaggi verso mondi lontani. Sotto il profilo lirico, Plant trasfigura il mito di Achille per raccontare la propria caduta: il testo è un diario di bordo paranoico tra il Marocco, la Grecia e il New Jersey, una riflessione sulla perdita della propria "invulnerabilità". La performance di Bonham è qui sovrumana, fatta di kick incessanti e fill millimetrici, a sorreggere un’architettura sonora che rimane la preferita di molti puristi. Segue "For Your Life", pezzo sincopato dove il riff sembra quasi zoppicare, riflettendo lo stato fisico di Plant; qui il cantante si fa osservatore spietato e disgustato del narcisismo tossico di una Hollywood che stava consumando la band stessa dall'interno.
La tensione si stempera nel funk di "Royal Orleans", ispirato a un incontro picaresco di Jones a New Orleans, dove l’ironia nasconde una produzione asciutta e brutale. Il tormento riemerge in "Nobody's Fault But Mine", hard blues di Blind Willie Johnson riletto in chiave ossessiva: il phasing di Page e l’armonica lancinante di Plant trasformano la colpa in un mantra laico e inesorabile. Con "Candy Store Rock", la band tenta un febbrile ritorno alle radici del rock 'n' roll anni '50 attraverso una lente distorta e nevrotica, mentre "Hots On For Nowhere" sprizza frustrazione e sarcasmo verso la gestione manageriale di Peter Grant. Il cerchio si chiude con "Tea For One", blues lento e straziante dove ogni nota di Page è carica di un riverbero freddo e siderale.
L'eredità di un monolite
A cinquant'anni di distanza, "Presence" non ha perso un briciolo della sua capacità di inquietare (con la sua copertina) e di meravigliare (con i suoi suoni). Page dichiarò che il titolo dell'album rifletteva l'energia ancestrale respirata ai Musicland Studios; un'intensità che tuttavia non bastò a proteggere il gruppo dal suo destino. Se la convalescenza di Plant impedì di portare nell'immediato l'album in tour, la successiva morte del figlio Karac nel 1977 spezzò ogni equilibrio trascinando la band alla deriva — anche se il gruppo avrebbe trovato la forza di ricompattarsi prima in studio per registrare l'ultimo capitolo, "In Through The Out Door", e poi per le storiche date di Knebworth nel 1979. Ciò detto, "Presence" resta l'eredità di una band destinata all'immortalità artistica, ma che di fronte alla fragilità scelse di reagire imponendo la propria presenza con la forza di un uragano silenzioso.
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