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Il diario di Bill Callahan, uno che non sbaglia un disco

04.03.2026 Scritto da Paolo Panzeri

Nel suo nuovo album, "My days of 58", il suo ventunesimo, Bill Callahan ha scelto di legare il titolo del disco al suo presente di 58enne, un espediente come un altro per fissare il momento ed eternarlo in dodici canzoni. Il musicista cresciuto in Maryland, ma ora residente in Texas, regala riflessioni ed impressioni su quanto gli gravita intorno, ma soprattutto dentro. Fedele a se stesso, Bill lavora per apparente sottrazione lasciando l'impressione che l'album sia in definitiva un disco acustico, quasi da buona la prima, lui lo ha definito un disco da salotto. Così in realtà non è. La produzione ha lavorato al meglio per valorizzare sia la parte musicale (i cori di Eve Searls, gli inserti puntuali degli ottoni, le sottolineature di chitarra e batteria) che le profondità vocali di Callahan, riuscendo a regalare maggiore intensità alla narrativa delle canzoni, da sempre al centro del lavoro di Bill. La cura e l'importanza data alle parole e al racconto che viene sviluppato nelle sue composizioni viene reso in maniera impeccabile dall'immagine di copertina del disco, in cui lo si può vedere seduto a una scrivania intento a prendere appunti e a organizzare i pensieri.

Riflessioni

Il diario del 58enne, che esordì tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei anni Novanta con lo pseudonimo Smog, si apre con l'onirica "Why do men sing" in cui il protagonista del brano viene condotto fuori da un brutto sogno dalla sua guida spirituale che risponde, niente meno, che a Lou Reed. Nella seguente "The man I'm supposed to be" Bill riflette sull'età che avanza - le primavere che ha alle spalle iniziano ad essere decisamente molte di più di quelle che lo attendono - e con le difficoltà che si hanno a far quadrare i conti con la vita. In "Pathol O.G." il racconto si fa decisamente autobiografico, qui si domanda se l'urgenza di affidare alle canzoni i suoi momenti di meditazione non sia null'altro che una patologia. La malinconia di cui è intrisa "Lonely city" e, in parte, la bella "Emphaty", dove il tema è l'irrisolvibile rapporto padre-figli, viene spazzata via da una tonificante e rigenerante gita in "West Texas" oppure da una corsa in autostrada sulle note notturne e spensierate di "Highway born", oppure ancora da una visita a un luogo dell'anima che può essere (naturalmente ognuno ha il suo) il "Lake Winnebago". In "Computer" lancia un allarme al genere umano ormai sopraffatto dalla tecnologia.

Emozioni

Da ogni album di Bill Callahan, per l'ammirazione che ho per lui, mi attendo sempre il meglio e Bill, ogni volta, riesce sempre a spostare l'asticella del suo meglio un poco più in alto. Dovrei esserci abituato, ma ogni volta – ingenuo che sono – mi sorprendo e mi sorprende. Ascoltando un suo disco mi sorprendo dalla bellezza che è racchiusa nelle canzoni di questo musicista che da sempre non ha frequentato le luci della ribalta preferendo per inclinazione percorrere imperterrito il suo credo artistico. "My days of 58" in definitiva non è altro che un nuovo album di quel gran cantautore che è Bill Callahan, ovvero emozione e arte allo stato puro.


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